Merito ed etica per sconfiggere la crisi

di Paolo Savona - 05/05/2009 - Economia
Merito ed etica per sconfiggere la crisi
La recente fiction televisiva su Enrico Mattei, il prestigioso ma discusso fondatore dell’Agenzia italiana per gli idrocarburi, uno dei pilastri del nostro miracolo economico, ha riproposto all’attenzione della pubblica opinione – almeno di quella che non si ferma al solo aspetto spettacolare del ricordo, ma va alla sostanza – un duplice problema: l’importanza della professionalità e dell’etica individuale e sociale. Le scelte della classe dirigente di un Paese e quelle individuali contribuiscono al progresso sociale se sono capaci di fare avanzare la frontiera del benessere, costituendo il fondo da cui attingere non solo ciò che è necessario per vivere, ma anche per arricchire democraticamente e culturalmente un popolo. Se ciò si attua senza trasmettere e radicare istanze davvero meritocratiche ed etiche, molto raramente il progresso avrà caratteristiche permanenti. L’Italia si è infilata da tempo in questa situazione.

La crisi globale che stiamo attraversando è un caso di studio dell’importanza di questa duplice necessità. Essa, infatti, nasce da un mancato collegamento tra l’intraprendenza economica, il valore del merito e i fondamenti etici. L’iniziativa imprenditoriale basata sul libero mercato ha consentito al mondo di triplicare il numero di coloro che potevano partecipare allo sviluppo, prima limitato al miliardo di persone che vivevano nell’area occidentale. Il mercato globale ha operato decisamente meglio degli aiuti di Stato, non di rado destinati a finanziare regimi filoccidentali, ma dispostici, alle cui risorse hanno attinto anche gruppi di potere dei paesi donatori, la cui etica potremmo dire, con un eufemismo, lasciava a desiderare. Aver confuso il libero mercato con la libera appropriazione delle risorse ha trascinato il mondo sulle soglie del baratro. Il mercato globale è divenuto sempre più il luogo dove le volpi, lasciate libere, si saziavano nel libero pollaio.

Questo giornale ha condotto un’intensa battaglia a più voci per sollecitare soluzioni alla crisi, perché senza un suo superamento anche le istanze etiche avrebbero ben poca presa, come dimostrano le pressioni perché lo Stato si dia completo carico dei problemi. Allo stesso tempo si manifesta sfiducia nel libero mercato o si gioisce per un’ipotetica crisi del capitalismo, invocando più democrazia e più meritocrazia.

Che sia lo Stato a darci l’una o l’altra è assai improbabile, perché non vi è legge, né gendarme che possa limitare la voracità o catturare tutte le volpi. Ciò avviene solo se la società lo vuole veramente e funge da custode dell’etica e da deterrente dei crimini. L’ideale sarebbe che queste funzioni fossero svolte direttamente dai gruppi dirigenti della politica e dell’economia, meglio ancora da tutte e due, ma è solo una speranza illusoria che si dissolve sotto la spinta della ricerca del potere che si incontra con il più popolare “tengo famiglia”.

La si giri e rigiri come si vuole, ma dalla crisi non si esce solo con la politica monetaria e l’intervento pubblico, ma con una strenua ricerca della professionalità e il riconoscimento del merito, che è la prima regola etica. Se si ha il coraggio di muovere un passo in questa direzione, il resto verrà. Nell’inondazione di parole per i festeggiamenti del 1° maggio non si vede una chiara traccia di una forte pressione affinché ciò si realizzi. Eppure i contenuti di democrazia della partecipazione di popolo implicano che la qualità non si scinda dalla quantità, perché quando ciò avviene i sistemi degradano. Negli anni sessanta del secolo scorso, superato il trauma bellico e riportata l’economia a uno standard di rilievo internazionale la nostra società si pose il problema di come migliorare la giustizia sociale, aprendosi concretamente alla meritocrazia. Mancò però uno stretto controllo in tal senso, anche per la confusione tra giustizia sociale e giustizia distributiva. La politica dei redditi, presupposto della programmazione democratica, fu respinta, trascinando verso il basso lo sviluppo del Paese. La nostra economia è divenuta sempre più dipendente da quella del resto del mondo, soprattutto di quella parte di esso dove la professionalità incontra il merito. Se ponessimo oggi fine alla diatriba sulla giusta o ingiusta misura dell’intervento dello Stato per uscire dalla crisi e dedicassimo più attenzione politica ai temi della meritocrazia, si potrebbe tracciare un quadro meno preoccupante del futuro del Paese. Siamo però certi che la maggioranza del Paese voglia, per la professionalità, che prevalga il merito e non l’appartenenza e, per l’etica – ovviamente etica democratica – il rispetto della legge piuttosto che l’aggiramento individuale della stessa?

da Il Messaggero del 5 maggio 2009
http://aoload.com/ - http://benidilusso.com/ - http://pcwatchtv.com/ - http://siemensfreaks.com/