Perché la Merkel trasforma la Germania nella Cina d’Europa

di Paolo Savona - 08/06/2010 - Economia
Perché la Merkel trasforma la Germania nella Cina d’Europa
Per placare l’ira della pubblica opinione contro il salvataggio della Grecia, ma forse per la crescente insoddisfazione sulla performance dell’euro, la Germania ha imposto all’Unione europea un anticipato rientro nell’ortodossia fiscale di Maastricht, avviando politiche deflazionistiche generalizzate. Sono infatti tali, per definizione, tutte le riduzioni di spesa pubblica o gli aumenti di tassazione, ma ciò non significa che si avrà recessione, perché il deprezzamento dell’euro può rovesciare questa tendenza. E’ comunque rilevante l’annuncio di ieri della Germania di una manovra da 80 miliardi entro il 2014.

Il mercato ha scoperto solo oggi che l’euro è una moneta con gravi difetti di costituzione, sintetizzabili nella mancanza di un’unione politica, e si è rivelato insensibile agli ingenti provvedimenti di sostegno decisi all’inizio di maggio. Pertanto, il cambio della moneta europea ha continuato a scivolare, avvicinandosi al rapporto di 1,16 con il dollaro che fu deciso nel momento del suo avvio. Per far guadagnare credibilità all’euro, la Banca centrale europea condusse politiche più rigide rispetto alla banca centrale statunitense, unendosi all’Ecofin come severa guardiana dell’ortodossia fiscale e facendo pagare all’Unione, Germania inclusa, un costo elevato in termini di sviluppo. Immemore delle sue giuste preoccupazioni iniziali, il mercato esaltò la bontà della moneta europea, inducendo i paesi detentori di riserve ufficiali in dollari a trasformarli in euro, fino a raggiungere un quarto delle consistenze in essere, equivalente a circa 1 trilione di dollari. La Bce non servì direttamente questa domanda che, passando per il mercato, causò un forte apprezzamento dell’euro e la conseguente caduta delle esportazioni europee sensibili al prezzo; ne conseguì un abbassamento dello sviluppo e dell’occupazione rispetto alle aree che gravitano su un dollaro debole.

La politica tedesca ha basi logiche forti e si potrebbe anche giustificare se non venisse applicata in un momento particolare dell’economia mondiale, che pone a essa altre priorità, come quella di sostenere l’occupazione giovanile. La leadership tedesca in Europa ha certamente maggiori responsabilità di quelle della mera tutela degli interessi nazionali, non solo in linea di principio, ma anche per i modi in cui questi vengono tutelati. La Germania ha un surplus di bilancia estera, certamente dovuto ai suoi meriti economici, ma anche al fatto che per essa l’euro è sopravalutato. E’ la Cina d’Europa! Se avesse ancora il vecchio marco, l’apprezzamento al quale verrebbe esposto continuerebbe fino ad annullare il vantaggio monetario goduto dalle sue esportazioni, rilanciando quelle dei paesi con problemi di competitività e di finanza pubblica. Oggi l’euro debole avvantaggia tutte le esportazioni europee e la Germania ne uscirà con un surplus di bilancia estera ancora maggiore. Ma l’euro è debole perché la sua costituzione lo è; il vero rischio è quindi la sua tenuta. Siamo alle soglie di un nuovo dramma del XXI secolo a causa della Germania? L’Ue non sembra stia meditando sui suoi difetti, ma invoca il ritorno al suo vecchio modo d’essere, creando deflazione. E la speculazione ci sguazza dentro.

Il contesto globale vive gli stessi problemi. Gli Stati Uniti hanno un deficit di bilancia estera ancora rilevante, di cui è poco preoccupata dato che, per riprendere il sentiero della crescita, spinge sul deficit di bilancio pubblico che ritiene di curare omeopaticamente, ossia attraverso la crescita stessa. Gli stessi americani cominciano a preoccuparsi del loro debito estero. La Cina ha un saldo di bilancia estera di segno opposto e un deficit pubblico trascurabile. Gli altri paesi, dal Giappone al Regno Unito, presentano saldi ampi e di segno opposto. In questo mondo caratterizzato dall’”economia degli squilibri”, appare fuori luogo mettersi a recitare la parte degli ortodossi fiscali, con il rischio di entrare in una seria crisi di coesione, ancor prima di un’altrettanto seria recessione. Avvantaggerebbe solo le altre aree del mondo. Occorre affrontare quindi questi nodi irrisolti, smettendo di intercettare gli effetti e lavorando sulle cause.

da Il Foglio dell'8 giugno 2010
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