Il mito dell’oro: né Cina né Giappone hanno interesse a soppiantare il dollaro

di Paolo Savona - 13/10/2009 - Economia
Il mito dell’oro: né Cina né Giappone hanno interesse a soppiantare il dollaro
Il mito dell’oro è duro a morire. Il suo prezzo ha superato i mille dollari l’oncia (ieri ha toccato il nuovo record storico a 1.058,48 dollari) e si paventa che andrà su di altri cento. Per evitare un troppo rapido trasferimento dalla moneta all’oro, che avrebbe effetti dirompenti sui bilanci pubblici e sull’economia, l’Australia ha aumentato di un quarto di punto i tassi dell’interesse, peraltro già elevati. Se il resto del mondo facesse lo stesso, l’exit strategy più volte annunciata verrebbe anticipata e non partirebbe dall’assorbimento degli effetti monetari e fiscali dovuti alle politiche “non convenzionali” decise per arrestare la crisi, ma dalla speculazione sull’oro; la seconda è che aumenterebbe il costo dell’indebitamento trascinando nuovi disavanzi di bilancio, altro debito pubblico e ulteriori difficoltà per l’attività produttiva e l’occupazione.

L’accelerazione degli aumenti di prezzo dell’oro è anche dovuta alla notizia del “complotto” ordito – ma prontamente smentito – dagli Emirati del Golfo, insieme a Cina, Russia, Francia e Giappone di introdurre per gli scambi energetici una moneta “simulata” composta da un paniere di monete forti e d’oro. Non si può capire come la Cina possa pensare di aderire a un patto che accelererebbe la rivalutazione dello yuan o accrescerebbe la sua (involontaria?) bulimia di dollari; come pure non si capisce come gli emiri e i giapponesi possano assecondare la debolezza del dollaro, dato che ne possiedono un bel po’. Ancor meno si comprende una eventuale decisione della Francia di assecondare la decisione, né perché l’Unione Europea si inorgoglisca all’annuncio dell’Iran di voler usare l’euro, perché equivarrebbe a propiziare una caduta del dollaro e una rivalutazione dell’euro, scoraggiando le esportazioni europee, motore del nostro sviluppo.

Ritornare all’oro, come qualche volta si sente proporre, significa negare secoli di esperienze sulla non coincidenza tra la sua offerta e i bisogni della produzione e degli scambi che hanno condotto alternativamente alla depressione e all’inflazione sulla scia del ritmo delle scoperte dei giacimenti petroliferi. Da moneta che agevolava la stabilità, l’oro era diventato parte del già difficile problema di come raggiungere uno sviluppo stabile. Oggi la stessa situazione si ripete con il dollaro. E’ quindi improponibile restare ancorati a esso, dato che svolge il duplice ruolo di mezzo di scambio interno ed estero; in tale regime, gli interessi nazionali fanno premio su quelli del resto del mondo.

Nel 1971 la moneta americana ruppe il suo rapporto con l’oro e i flussi di sua creazione non hanno più avuto argini. Sono quindi comprensibili i timori dei grandi detentori di dollari come riserva ufficiale e privata e il tentativo di rifugiarsi sull’oro. Ma questo è possibile solo se lo faranno in pochi perché, se la corsa alla moneta gialla diventasse valanga, il sistema monetario internazionale subirebbe un nuovo collasso. L’unica via è la creazione di una moneta internazionale gestita da un’istituzione esterna agli stati. Mettere mano oggi a questo compito richiederebbe molto tempo, che il mondo e lo stato del dollaro non consentono di avere. Ci volle un quarto di secolo di studi e trattative per creare i Diritti Speciali di Prelievo (Dsp) presso il Fondo monetario internazionale; conviene perciò puntare su un loro rilancio per potenziarne l’uso e vincolare  gli Stati Uniti a tenere conto del loro indebitamento estero.

L’uso dei Diritti Speciali di Prelievo è sottoposto a tali limitazioni che il loro ruolo monetario è stato neutralizzato; bisogna perciò procedere a una riforma dell’accordo che li governa. I manuali ci insegnano – e l’ultima esperienza ci conferma – che i governanti reagiscono, ma non agiscono, e sovente non vanno d’accordo. Vale ancora la riflessione di John Maynard Keynes dopo l’Accordo di Bretton Woods tra gli oltre 40 paesi firmatari: il numero non è l’ostacolo, ma lo è una non chiara percezione del problema. I governanti attuali danno impressione non averla.

da Il Foglio del 9 ottobre 2009
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