La moneta, lo Stato e le banche: i tre ingredienti necessari della politica economica

di Massimo Lo Cicero - 30/11/2011 - Economia
La moneta, lo Stato e le banche: i tre ingredienti necessari della politica economica

I mercati non esistono: non sono organizzazioni. Sono il mare, l’ambiente di supporto, in cui navigano le organizzazioni, pubbliche e private. Come le navi navigano negli oceani. Le imprese, le banche, le bocciofile e gli ospedali navigano, come tutte ed ogni altra organizzazione, nel mare degli scambi.

E gli scambi, monetari o no che siano, sono la rete delle relazioni indirette tra gli uomini. Perché gli uomini danno vita alle organizzazioni e, se non esistessero le organizzazioni, sarebbe impossibile governare i miliardi di azioni collettive che si svolgono nel tempo e nello spazio ed includono moltitudini di uomini. Se ci fossero solo scambi interpersonali non esisterebbe la civiltà umana come la conosciamo da molti millenni.

Ogni volta che una singola organizzazione pretende di includere un eccesso di moltitudini essa collassa: perché il costo del controllo e della gestione della gerarchia diventa insostenibile per l’organizzazione stessa. Le imprese, dunque, sono grumi di panna nel secchio del latte (il mercato), come dice Ronald Coase, e le banche sono le imprese determinanti dei mercati finanziari.

Ma questi mercati, e queste imprese, hanno bisogno di un centro di gravità, le banche centrali, che sono state create molto dopo la comparsa dei banchieri, come persone, e delle banche, come organizzazioni. Anche le banche centrali sono organizzazioni, eterogenee rispetto alle imprese, e create dagli uomini, evidentemente. Ma sono molto diverse dall’Antitrust.

Esse sono, insieme al sistema bancario, una “superorganizzazione” che, includendo le banche e le capacità della banca centrale, diventa una sorta di asset condiviso, una piattaforma per governare la moneta completando l’azione dei Governi sulle politiche fiscali. La “superorganizzazione” è una piattaforma per gestire il bene pubblico sottostante, la moneta. Essa, la banca centrale, dunque non è un servo del principe ma suo leale interlocutore: un attore della politica, come spiega molto bene Guido Carli nelle sue memorie. E come cercano di essere Bernanke e Draghi in questo momento difficile.

 

Lo scambio e le gerarchie sono i pilastri che reggono il governo dell’azione collettiva, e dei comportamenti individuali reciproci, nelle proporzioni di volta in volta determinate dal caso e dalle circostanze.

La storia è irreversibile: dunque ogni caso segue il passato, sposta i termini delle questioni assestate e determina un risultato che vede sconfitte o vittorie reciproche e, nel migliore dei casi, una vittoria congiunta ma parziale per tutti i partecipanti al problema. Che è il caso nel quale si determina un progresso ed un vantaggio collettivo. Non è detto che capiti sempre. La crisi è il caso della sconfitta per tutte le parti in causa.

La base di questo processo, nella sua dimensione economica, e dunque sarebbe meglio non parlare di mercati ma della dimensione economica della comunità, alla quale partecipano imprese, stati ed altre organizzazioni, si può chiamare economia monetaria di produzione.

Non si tratta di una “macchina autosufficiente”.

 

La famosa mano invisibile, evocata da Smith, non è mai stato detto che esista. La sorpresa è che, nella maggior parte dei casi, cioè quando non si vedono crisi, cioè perdite generalizzate per tutti, sembra che il mondo vada avanti grazie ad una sorta di mano invisibile. In effetti se tra le organizzazioni, e tra le persone che ne fanno parte, non si stabilisce una doppia tensione, cooperativa e competitiva reciprocamente, si manifesta la crisi. Quando l’equilibrio tra quelle due forze non tiene.

 

L’economia monetaria di produzione – che include valori espressi in moneta dei beni e dei servizi, titoli, diversi dalla moneta, ed organizzazioni capaci esercitare il potere fiscale, pretendere e spendere una parte del reddito monetario dei cittadini – somiglia ad una bicicletta. Se si genera un equilibrio tra cooperazione e competizione l’economia monetaria di produzione esprime un equilibrio, con un ragionevole tasso di crescita, espandendosi, come la bicicletta che cammina, e con una variabile oscillazione tra inflazione e disoccupazione, come capita in bicicletta in una curva insidiosa o davanti ad un ostacolo improvviso.

A volte in bicicletta si cade, si perde l’equilibrio. Quando questo capita nelle economie monetarie di produzioni si dice che si è aperta la crisi. In effetti la nostra percezione è sbagliata. L’equilibrio è sempre instabile e la crisi avviene quando il governo del’azione collettiva è inadeguato, cioè competizione e cooperazione non hanno trovato il punto di equilibrio.

Cadendo da una bicicletta si muore o ci si sbuccia un ginocchio. Variabile, allora, è anche l’esito della crisi. Torniamo alla cronaca ma spero che questo piccolo apologo della bicicletta sia abbastanza chiaro. Si tratta di una mostruosa riduzione della complessità dell’analisi economica ma penso si possa considerare una metafora verosimile.

 

La crisi europea è una parte della crisi mondiale  e nasce da due circostanze: un progetto governato in maniera inadeguata, la creazione dell’euro e la sua funzione di variabile strategica per unificare in una entità statuale l’Europa o meglio una parte degli Stati europei; la deriva recessiva della prima crisi finanziaria globale che è il modo nel quale è precipitato l’equilibrio instabile della bolla della ICT negli anni novanta e della crescente multipolarizzazione del governo mondiale nel decennio successivo.

Alcune opzioni strategiche, ormai alle nostre spalle hanno storicamente determinato conseguenze irreversibili, ma che dobbiamo cercare di ribaltare se vogliamo rimettere su strada la bicicletta cioè riportare l’economia del pianeta alla crescita ed allo sviluppo, che è il suo finish più largo rispetto alla mera espansione dei valori di mercato  

Tra gli economisti, ed i leader politici che, a volte, ne utilizzano le opinioni, ci sono due grandi correnti di pensiero: quelli che credono che l’economia sia un’automobile, cioè un veicolo stabile che a volte si rompe, sempre più spesso e per imperizia del guidatore, e dunque sarebbe meglio dotarla di piloti automatici; quelli che credono sia una bicicletta instabile, che a volte sta in equilibrio e si muove grazie alla perizia del guidatore, cioè al difficile equilibrio tra cooperazione e competizione, tra gerarchie e scambi.

Ma questi economisti, minoritari nella professione e giudicati troppo eterodossi dagli altri economisti, troppo ortodossi, sono quelli che non credono ai piloti automatici e pensano che il governo dell’azione collettiva dipenda dalla intelligenza, dal talento e dalla capacità di adeguarsi alle situazioni date da parte dei leader delle organizzazioni, di ogni genere e tipo. Una moltitudine, di ordine inferiore alla moltitudine dell’umanità, ma pur sempre numerosa e difficile da coordinare.

Keynes è stato il più grande degli eterodossi nel secolo scorso, oggi i keynesiani, come capita sempre nelle crisi gravi, sono tornati sulla scena. Nei due decenni alle nostre spalle, gli ortodossi, avevano sferrato una potente offensiva che aveva anche qualche fondamento.  Dalla seconda metà degli sessanta e, con un crescendo, fino ai novanta, il keynesismo si è abbastanza imbastardito, lo diceva anche un’allieva di Keynes, Joan Robinson. Keynes riteneva che lo Stato fosse in grado di dare condizioni di contorno alla crescita, agendo sulla macroeconomia del sistema con politiche fiscali e monetarie coordinate tra loro.

Lo Stato doveva agire sul sistema ma non negoziare e concertare favori con questa o quella forma organizzativa o con le rappresentanze dei gruppi sociali tra loro coordinati. Il coordinamento, tra fisco e banca centrale, non era gerarchico ma complementare nell’approccio di Keynes.

L’imbastardimento, negli ultimi decenni del novecento, venne proprio da queste circostanze: se la banca centrale finanzia il deficit dello Stato ma le spese statali danno un beneficio alla produttività del sistema inferiore  al costo delle risorse necessarie per alimentare quelle spese, l’incantesimo keynesiano della crescita svanisce.

Rainer Masera dice con efficacia, ne Il Foglio del 30 novembre 2011, che  “la saggezza fiscale convenzionale non consente neanche di riconoscere che le spese di investimento pubblico con rendimento sociale superiore al costo del finanziamento hanno un ruolo nel breve e nel lungo periodo completamente diverso dalle spese correnti”.

Tutto l’articolo di Masera è una dimostrazione della necessità di molte mani visibili capaci di governare i mercati che, al contrario delle opinioni troppo ortodosse, potrebbero e dovrebbero essere macchine guidate dal pilota automatico, organismi ed organizzazioni dotati di vita propria,

Gli ortodossi, ed i politici che ne hanno utilizzato le opinioni in maniera ancora più disinvolta di quanto non fosse accaduto al keynesismo bastardo, hanno generato una strana terna di criteri: monetarismo fiscale, divorzio tra tesoro e banca centrale, concertazione tra le parti sociali.

Hanno impedito il coordinamento tra politica fiscale e politica monetaria; hanno creato meccanismi automatici non solo per la creazione monetaria ma anche per la struttura del bilancio e dei debiti pubblici, hanno inserito un cuneo corporativo, che alimenta le coalizioni di interessi costituiti, nel delicato equilibrio che lega, in regimi di democrazia parlamentare, i cittadini ed i governi, le maggioranze di opinione e gli status consolidati della gerarchia sociale. Sarebbe stato davvero difficile che la bicicletta dell’economia mondiale non si fosse piantata in curva e crollata miseramente!

Sempre su Il Folgio del 30 novembre si trova anche un giudizio molto puntuale di Francesco Forte, che non cita Keynes ma Einaudi. Che diceva che il debito di ogni Stato si estingue sempre per acquisto privato dei relativi titoli da parte dei debitori di imposta, cioè i contribuenti che pagano le imposte dovute. Forte aggiunge, giustamente, che questo avviene perché i contribuenti risparmiano. Ma essi possono risparmiare se cresce progressivamente il proprio reddito almeno quanto sono cresciuti i debiti pubblici, circostanza che rimanda al tema keynesiano sollevato da Masera.

Se quei debiti hanno finanziato solo spesa corrente e rendite di posizione sarà difficile trovare risparmio nel sistema; se avessero generato produttività media sociale ci sarebbe più reddito e più risparmio da tramutare in gettito di imposta. E si torna a Keynes, alla circostanza a la banca centrale monetizzi il deficit pubblico, se la spesa crea valore, o ricompri il debito pubblico  sul mercato secondario se fosse necessario riassorbirlo. Ricomprandolo con base monetaria creata dalla banca centrale che è, proprio per questo tratto identitario, l’unico possibile prestatore di ultima istanza.

 

Monetarismo fiscale, divorzio e concertazione sono le parole da usare al posto della espressione vaga “liberismo sfrenato” che si sente dire troppo spesso nei dibattiti e nelle controversie tra poltici.

Se si condivide questa analisi della crisi europea è chiaro come la cosa a rischio non sia l’euro, che è una moneta ancora sopravalutata rispetto alla sua data di nascita, rispetto al dollaro, ma proprio la morfologia dei paesi che aderiscono all’eurozona e la forma di governo, il coordinamento di istituzioni, che presiede alla politica fiscale ed alla politica monetaria dell’eurozona.

La polemica ricostruzione ex ante del futuro europeo nel 2021 scritta da Fergusson è illuminante: predice proprio questo, cambieranno la geopolitica e la forma di governo non la moneta europea.

Ma questa è un’altra storia e la racconteremo in altra sede.

Di seguito, elenchiamo i riferimenti ad una serie di opinioni che sembrano, tutte insieme, gradatamente riscoprire la verità interna del keynesismo.

Il maestro di Mario Monti è stato un grande keynesiano, James Tobin, advisor economico di Kennedy e premio nobel.

Resta da vedere quale sia oggi l’opinione di Monti e quale sia lo spazio di agibilità che gli concederà il Parlamento, viziato da concertazione e monetarismo fiscale, per fare una politica, adeguata ai problemi dei giorni nostri ed agli equilibri esistenti, davvero keynesiana.

 

 

Links utili

 http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=17LE0V

http://rassegnastampa.gabetti.it/utility/imgrs.asp?numart=17LE0V&annart=2011&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1&isjpg=S&small=N&usekey=&typedb=4&video=0

intervista a siniscalco corsera 30 novembre, forse il link alla camera dei deputati è meglio

 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/2021-cosi-era-nato-il-reich-asburgico/

fergusson sul foglio: 2021, così era nato il Reich asburgico

 

http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_28/panebianco_9551628c-1988-11e1-8452-a4403a89a63b.shtml

pane bianco sul corriere della sera del 28 novembre 2011

CRISI, TERAPIE E CONSEGUENZE: Moneta ammalata democrazia debole

 

http://www.repubblica.it/economia/2011/11/24/news/la_deriva_tedesca-25499544/

barbara spinelli su repubblica

L'ANALISI: La deriva tedesca

 

http://www.ilfoglio.it/oggi_in_edicola

Gli articoli di Francesco Forte e Rainer Masera sono sul sito web de Il Foglio del 30 novembre 2011