Siamo al 12 febbraio del 1981 ed Andreatta, ministro del Tesoro, scrive a Ciampi, Governatore della Banca d’Italia: si certifica il “divorzio” tra tesoro e banca centrale. Il testo della lettera è stato pubblicato da questo giornale il 12 febbraio 2011, trent’anni dopo.
Andreatta chiarisce bene, allora, che intende realizzare tre obiettivi: non alterare la formazione di un tasso di interesse di mercato, come accadeva quando la banca centrale comprava l’intera tranche di titoli offerta; evitare un razionamento dei fabbisogni del tesoro, ed una conseguente crisi di liquidità nei progetti del Governo; consentire alla banca centrale di comprare titoli sul mercato, nel caso, opposto, di un eccesso di liquidità. Una offerta di moneta slegata dal fabbisogno del settore pubblico ma anche un tentativo di fare emergere il valore dei tassi dal mercato.
Ciampi, su Il Sole 24 ore del 15 febbraio, propone la sua versione del “divorzio” citando le “considerazioni finali”, lette a maggio del 1981. “Autonomia della banca centrale, rafforzamento delle procedure di bilancio, codice della contrattazione collettiva sono presupposti del ritorno a una moneta stabile” scriveva allora Ciampi. Prefigurando l’abolizione della indicizzazione dei redditi e la nascita della concertazione tra parti sociali: condizioni per una moneta stabile, emessa dalla banca centrale nazionale. Ma aggiunge, oggi, che allora (1981) la formazione del tasso di interesse “riprendeva il suo ruolo chiave di determinazione delle condizioni di equilibrio sul mercato monetario e finanziario”. Concludendo che, con l’adesione all’euro, quel processo fu portato a compimento: l’Italia, grazie alla riconquistata stabilità, risultò inclusa nel primo gruppo dei paesi che adottarono la moneta unica.
Facciamo un flash back: al 2 aprile 1942. Keynes parla ai microfoni della bbc ed ironizza sulle opinioni di un architetto, che ha bocciato i progetti per la ricostruzione di Londra perché non c’era “denaro per fare tutto questo”. Dice Keynes che il problema non è il denaro ma la disponibilità di mattoni, calce, operai ed architetti (l’offerta) e di una ragionevole compatibilità tra esportazioni nette, investimenti privati ed altri progetti, alternativi alla ricostruzione di Londra, del Governo nazionale (la domanda). E che serve tempo per evitare che, momento per momento, ci sia troppa domanda, ed inflazione, o troppo poca, ed una conseguente disoccupazione. Il tasso di interesse, per farla breve, regola l’equilibrio, generale, tra occupazione e moneta, e non solo l’equilibrio, parziale, tra moneta e finanza.
Torniamo al 1981. Andreatta lascia aperta la porta al mercato, per arrivare ad un equilibrio dei tassi, di cambio e di interesse. Ciampi sembra più monetarista, più attento alla base monetaria, la moneta ad “alto potenziale”, che alla relazione tra flussi finanziari e circuito del reddito e della spesa. La terna di Ciampi sembra una prefigurazione della BCE, e della sua differenza con la Federal Reserve: un’autonomia della politica monetaria che tende a sconfinare nella solitudine, rispetto all’altra metà della politica economica, quella dedicata alla crescita. Ma, dal 1981 ed oggi, ci sono dieci anni per arrivare al collasso valutario del 1992. Altri dieci per entrare nell’euro, con una economia duale, e gli ultimi dieci per capire che quell’economia duale consegna l’Europa latina, e l’Italia, in particolare, alla crisi del debito pubblico. Perché, dopo il divorzio, il debito è aumentato, è stato cartolarizzato ed intermediato dalle banche, ed assorbe risparmio che sottrae alle esportazioni ed agli investimenti. Generando disoccupazione ed eccesso di moneta.
Insomma, non c’è un problema di denaro: il problema è come usi il denaro e se quegli usi generano la crescita. Proprio come diceva Keynes.
da Il Riformista dell'11 febbraio 2011
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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