Due mosse per rilanciare lo sviluppo

di Paolo Savona - 31/12/2009 - Economia
Due mosse per rilanciare lo sviluppo

Pare finalmente che si voglia dedicare maggiore attenzione alla necessità di affrontare il nodo del debito pubblico italiano per allontanare i pericoli di un rientro anticipato nei parametri di Maastricht su richiesta dell’Unione Europea o di un abbassamento del rating (il voto nella pagella dell’Italia) sul nostro indebitamento, che avrebbero conseguenze deflazionistiche assai più gravi sullo sviluppo del reddito e sulla disoccupazione. La nostra voce è restata finora inascoltata.

È fuori dubbio che i confronti internazionali possono essere di conforto per l’Italia ed è giusto che vengano sottolineati. Se, però, questa costatazione induce a ritenere che il problema non esiste e conduce all’inazione, allora limitarsi a osservare che il bicchiere è mezzo pieno, trascurando l’altra metà vuota, appare pericoloso. Non ci stancheremo mai di denunciare da queste colonne che il problema esiste ed è urgente che venga affrontato. Né può essere d’utilità limitarsi a indicare che l’Italia ha un problema di debito pubblico, se non si indicano i modi in cui deve essere affrontato; né e d’utilità fermarsi a denunciare i vincoli che esso comporta nell’azione del Governo, soggiacendo a essi.

I pericoli derivanti dall’entità del debito pubblico per il nostro futuro sono evidenti: paralizzano innanzitutto e soprattutto la possibilità di combattere la bassa crescita e la disoccupazione come vanno facendo altri Paesi, anche in modo spericolato, ed espongono il nostro disavanzo di bilancio ad una ulteriore crescita, se i tassi dell’interesse dovessero aumentare. A quel punto i vantaggi comparati degli attuali confronti finanziari e reali si rovesceranno, dato che ogni punto percentuale di crescita dei tassi avrà un’incidenza di 1,15 punti percentuali sul disavanzo pubblico. Se si dovesse aggiungere un’ulteriore rivalutazione dell’euro – e la probabilità è elevata se si guarda all’indebitamento americano – la situazione si potrebbe enormemente complicare e gli strumenti in mano alle autorità italiane sarebbero irrimediabilmente spuntati..

Insistiamo perciò che il debito pubblico debba essere abbattuto cedendo il patrimonio dello Stato e degli enti locali immediatamente e non quando la situazione si dovesse complicare. Alto stesso tempo bisogna pretendere nelle sedi europee che venga affrontato il problema dei rapporti tra l’euro e il dollaro. Su queste due gambe dovrebbe camminare la politica interna ed estera del Paese.

Ripetiamo ancora una volta quali sono le soluzioni che intravediamo. La prima riguarda il debito pubblico: per rimborsarne una parte significativa si deve costituire una nuova società dotata di un capitale di 100 mld di euro, promossa da “istituzioni dotate di buona volontà” (approfittando del clima natalizio) e dell’abbondante disponibilità di risparmio, peraltro accresciutosi con l’applicazione delle agevolazioni dello scudo fiscale.

Questa società emetterà 300 mld di obbligazioni garantite dal patrimonio pubblico che andrebbe ad acquisire. Così facendo fornirà allo Stato 400 mld per rimborsare debito pubblico, consentendo di reimmettere sul mercato l’intera somma raccolta, con effetti neutrali sulla disponibilità di credito e positivi sullo sviluppo. Per l’attività di ammodernamento, di buona gestione e di rivendita del vecchio patrimonio (con effetti calmieranti sulla ripresa dell’inflazione).

La seconda riguarda il cambio euro/dollaro. Per ottenere ciò occorre cambiare canale di creazione della base monetaria, sostituendo il finanziamento delle banche con il sostegno del dollaro, acquisendone in misura significativa per contare nel finanziamento dei bisogni degli Stati Uniti e nella riforma del sistema monetario internazionale; oppure per partecipare al “grande gioco” degli equilibri geopolitici in corso sulla finanza e sulle fonti di energia avviato dalla Cina(che negli scorsi giorni ha assegnato altri 200 mld di dollari, pari al 10% del Pil italiano, al suo Fondo sovrano per acquisire partecipazioni strategiche all’estero).

Noi la risposta l’abbiamo. Ci sarà qualcuno disposto a sentirci?

da Il Messoaggero del 28 dicembre 2009

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