Se il nodo del lavoro stringe la ripresa

di Paolo Savona - 17/06/2009 - Economia
Se il nodo del lavoro stringe la ripresa
I mesi che verranno saranno certamente i più difficili degli ultimi due anni perché la situazione economica presenta segni di ripresa, ma l’occupazione continuerà a patirne in quanto il livello produttivo non potrà tornare nel breve periodo al vecchio livello e molte famiglie ne subiranno le conseguenze. Le autorità, anche internazionali, avvertono che la disoccupazione si aggraverà e occorrerà tempo per riassorbirla.

C’è da domandarsi perché lo fanno e a chi si rivolgono. Pare invalso l’uso che mandare “avvertimenti anticipati” possa equivalere a uno scarico di responsabilità ma, se ritengono che sia loro compito intervenire, come a ogni vertice internazionale vanno ripetendo, è loro dovere far seguire alla diagnosi una relativa terapia. E laddove la terapia viene indicata, essa stenta a essere applicata.

La politica monetaria e di bilancio si è dispiegata nel fornire abbondante liquidità per evitare la diffusione della crisi finanziaria all’interno dei Paesi e il contagio internazionale della stessa, e i bilanci pubblici si sono svenati per salvare il salvabile, senza aver però impostato una seria politica di ripresa che non fosse quella di innalzare barriere protezionistiche di tipo assistenziale al di qua delle frontiere, di accrescere l’indebitamento pubblico sostituendosi a quello privato e di sollecitare le banche a fare l’opposto. Si è creata una situazione paradossale per cui si parla di strategia di uscita dagli eccessi di creazione monetaria e di debito pubblico nati per affrontare la crisi, senza che la crisi sia stata superata; anzi quella vera, fatta di insolvenze che metteranno in difficoltà le banche e di disoccupazione che peserà sulle famiglie, è già in atto.

Si è pertanto raggiunto il non brillante risultato di rimettere l’economia sui binari del passato, quelli dell’abbondante liquidità e dell’indebitamento pubblico, e si mostrano preoccupazioni sulla ripresa della speculazione di Borsa e sulla possibilità di una riaccensione inflazionistica; ma, come è chiaro dalle ultime battute dei G8, gli Stati nazionali vogliono procedere per proprio conto nel fissare le nuove regole finanziarie e attribuiscono ai consessi internazionali il compito – che, viene precisato, richiede tempo per essere attuato – di concordare solo principi comuni, lasciando a ciascuno l’onere di provvedere alla loro attuazione pratica. In ciò brilla per coerenza di impostazione e inconsistenza di realizzazione l’Unione europea.

Si è sempre avvertito che per noi italiani la ripresa economica sarebbe stata possibile quando la domanda mondiale avrebbe ripreso a trainare, ma anche che le costruzioni, dalle infrastrutture all’edilizia abitativa, le quali avevano retto il ciclo precedente, potevano svolgere il compito di volano produttivo in attesa di quella ripresa. Le proposte innovative di rilancio dell’attività privata avanzate dal Governo si sono arenate nel dibattito sui sani principi e le opere pubbliche nelle ristrettezze di bilancio. Il persistente rifiuto dell’Unione europea di provvedere all’emissione di obbligazioni comunitarie impedisce il completamento o l’avvio delle dieci grandi opere previste dal Piano Van Miert di molti anni orsono, che avrebbero rappresentato un significativo stimolo della domanda europea e un segnale politico positivo per l’Unione. Da un altro lato, la Banca centrale europea, anche per omissioni dell’Ecofin, non intende darsi diretta cura degli andamenti del cambio estero dell’euro, dominati dalle politiche di portafoglio degli Stati esteri, e le imprese esportatrici si trovano a dover operare con un ulteriore svantaggio rispetto alla caduta della domanda mondiale, quello dell’apprezzamento dell’euro. Il persistente surplus di bilancia corrente con l’estero della Germania inganna quel Paese e impedisce a esso di svolgere quel ruolo di leader economico e politico indispensabile per una comunità internazionale priva di un assetto istituzionale democratico. A condizione però che non sia una presenza coloniale, ma una leadership esercitata nell’interesse generale.

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a questa diagnosi emerge quindi prepotente un duplice auspicio: quello di affrontare all’interno del Paese la coda più difficile della crisi, la disoccupazione, attraverso sostegni alla domanda dove essa è in diretta connessione con l’uso del lavoro; e quello di riportare il dibattito politico sui modi di soluzione di questo nuovo urgente problema, cominciando dalla sensibilizzazione delle leadership americana e tedesca per approdare al consenso nel G8. Per il primo non può che esserci la riapertura di uno spazio di bilancio ottenibile con la cessione dell’ingente patrimonio pubblico in contropartita della cancellazione del debito dello Stato e, per il secondo, una politica che riposizioni Stati Uniti e Germania, con il sostegno di Russia e Cina, rispettivamente quali leader globali ed europei nel compito di guidare una ripresa che affronti seriamente i problemi del lavoro. La nuova amministrazione americana avrebbe tutte le caratteristiche per accettare una tale impostazione.

da Il Messaggero del 16 giugno 2009
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