Le nubi dell'Europa oltre la crisi

di Paolo Savona - 08/05/2009 - Economia
Le nubi dell'Europa oltre la crisi
La decisione della Banca Centrale Europea di ridurre di un quarto di punto percentuale il tasso dell’interesse di riferimento e di mezzo punto quello di rifinanziamento, collocandoli al minimo storico dei suoi dieci anni di vita, giunge certamente in ritardo, a crisi esplosa e forse a ripresa imminente. C’è da domandarsi pertanto se la decisione sia ancora utile, soprattutto per le preoccupazioni che il Presidente Trichet ha ribadito nel corso della conferenza stampa di ieri sull’entità della liquidità finora creata in Europa e nel mondo, dichiarando che la Bce è pronta fin d’ora a riassorbirla non appena riapparissero segni di ripresa dell’inflazione.

Per dare una risposta, occorre ricordare che lo stesso Trichet ha recentemente spiegato che la Bce aveva condotto una politica “non convenzionale”, tenendo i tassi dell’interesse più elevati di quelli degli altri Paesi industrializzati, Stati Uniti in testa, al fine di servire tutta la domanda che, a quei tassi, proveniva dal mercato. La decisione di spingere i tassi ancor più verso il basso può avere due differenti spiegazioni: che l’obiettivo della ripresa produttiva abbia finito con il prevalere sul controllo dell’inflazione oppure che la strategia monetaria stia già cambiando registro, ritornando a essere convenzionale. Poiché la prima spiegazione contrasterebbe con il mandato ricevuto dal Trattato di Maastricht, che la Bce continuamente invoca per ribattere alle critiche di eccessiva ortodossia monetaria, la spiegazione non può non essere che, con i nuovi tassi dell’interesse, si tornerà alla politica di fissare le quantità offerte di base monetaria, scartando gli eccessi di domanda. E’ il primo passo verso un’exit strategy nel timore che la situazione sfugga di mano?

Oltre a questa interpretazione “alta” dell’utilità della scelta, ve ne è un’altra più modesta, di cui Trichet ha fatto cenno nel corso della sua conferenza stampa: abbassando i tassi dell’interesse, le rate di mutuo si alleggeriscono rialimentando il potere di acquisto dei redditi. Questo risultato non si sarebbe potuto ottenere innalzando i salari, né contando sulla ricchezza, essendo i primi bloccati dalla paura del futuro e la seconda decurtata dalla crisi dei mercati finanziari. Tuttavia, una riduzione dei tassi riduce anche i rendimenti dei depositi in banca e, più in generale, dei portafogli finanziari il cui ammontare complessivo, per le sole famiglie italiane, è pari a oltre il doppio del Pil. Abbiamo avvertito su queste stesse colonne che, per esaltare l’intraprendenza economica e così raggiungere una buona ripresa, sarebbe stata necessaria l’eutanasia del risparmiatore di keynesiana memoria. Siamo giunti a questo punto?

A parità di rischio, la riduzione dei tassi ufficiali si rifletterà certamente in vantaggi per le imprese indebitate ma, per quanto è dato sapere sull’influenza delle variazioni dei tassi dell’interesse sugli investimenti e sull’attività produttiva, l’effetto diretto sul saggio di sviluppo è basso, mentre è elevato quello sul saggio di profitto. Se l’abbassamento del costo del danaro perdurerà, l’aumento dei profitti farà ripartire gli investimenti e la ripresa del reddito e dell’occupazione si porrà su un sentiero più stabile. Se però l’interpretazione della decisione fosse quella qui ipotizzata – ossia che sia foriera di un ritorno alla politica monetaria convenzionale, cautamente restrittiva – il cerchio logico non si chiuderebbe. La riduzione dei tassi non sarebbe efficace e la politica monetaria non avrebbe un effetto positivo sugli investimenti e, per questa via, sulla crescita del reddito e dell’occupazione. Vi è però un terzo e più importante beneficiario di questa politica, lo Stato. Una più dinamica e accorta gestione del debito pubblico potrebbe far risparmiare all’Italia almeno mezzo punto di Pil di interessi da pagare, alleviando i deficit di bilancio che vanno drammaticamente peggiorando a causa degli effetti sul gettito fiscale causato dalla caduta produttiva e dei consumi. Se la Bce avesse avuto in mente questo obiettivo e, per raggiungerlo, accettasse una maggiore crescita della liquidità, si avrebbero conseguenze sull’inflazione, travalicando non solo i limiti del suo mandato, ma anche i fondamenti della sua stessa indipendenza. Non basta che Trichet ripeta per ben quattro volte che la Bce non ha abbandonato l’obiettivo del tetto del 2% all’inflazione, se la politica fiscale è lassista, la liquidità abbondante e il mercato del lavoro in tensione. La sua politica appare come il tentativo di far quadrare il cerchio.

Tutti questi quesiti sollecitano una più precisa spiegazione, forse è meglio dire rendicontazione, non solo da parte della Banca Centrale Europea, ma anche dell’Ecofin, il cui responsabile Almunia era presente ai lavori del Consiglio della Banca (altro fatto da spiegare alla luce della sua indipendenza). Sapevamo da dove era venuta la crisi e quali fossero i rischi; sarebbe il caso che venisse dato un quadro coerente di dove stiamo andando e quali siano i nuovi rischi che corriamo.

da Il Messaggero dell'8 maggio 2009
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