Chi ostacola davvero la discesa dei prezzi

di Paolo Savona - 08/09/2008 - Economia
Chi ostacola davvero la discesa dei prezzi
La gente comune, quella che fatica dalla mattina alla sera per far quadrare i propri bilanci, si domanda – un po’ preoccupata e un po’ adirata – il perché la consistente e rapida caduta del prezzo del petrolio grezzo che in questi giorni è stata registrata non si rifletta in un minore costo della benzina con pari rapidità e intensità con cui si trasmettono i rialzi. Lo stesso accade tra il prezzo del grano e quello del pane e della pasta. Il fenomeno è ben noto agli economisti che lo chiamano anelasticità dei prezzi verso il basso. Alla gente comune poco importa come gli economisti chiamano ciò che essi considerano una ruberia e, da un lato, imprecano contro la voracità dei negozianti e, da un altro premono sulle autorità per intervenire. Si può fare qualcosa perché ciò non accada o accada con minore intensità?

Il ricorso alle autorità affinché vigilino sulla crescita dei prezzi e puniscano “i colpevoli” ha poco senso e sa molto di presa in giro. Poco senso perché siamo in un’economia di mercato e, se la trasparenza sul prezzo praticato è rispettata, chi lo stabilisce è libero di farlo; sta all’acquirente cercare chi ne approfitta meno. Presa in giro perché l’intervento sul termometro non rimuove le cause della febbre, che è una scarsa concorrenza. A un argomento come questo la gente reagisce chiedendo di frenare l’azione del libero mercato e c’è sempre qualcuno che promette di farlo. Il problema è invece proprio questo: c’è poca concorrenza e, quindi, i commercianti in attività, senza necessità di accordarsi tra loro, hanno interesse a praticare gli stessi prezzi e la gente stenta a trovare chi approfitta meno della situazione o affatto. Ci è stata offerta la possibilità di aumentare la concorrenza in Europa con la direttiva Bolkenstein e i sindacati, sorretti dalla pubblica opinione, l’hanno svirilizzata. Una qualche responsabilità ce l’ha quindi la gente comune che ha permesso ai suoi rappresentanti di opporsi alla direttiva. Ma non è la responsabilità maggiore.

Nel caso del prezzo della benzina, come di ogni altro prodotto di largo consumo, l’adattamento dell’offerta a una maggiore concorrenza è lento, sia perché i fornitori all’origine sono quasi monopolisti, cioè fanno il prezzo – e tra essi qualcuno è guidato da mano pubblica – e i distributori formano una categoria protetta, la cui attività è sottoposta ad autorizzazioni e a vincoli dietro cui si annidano rendite e sprechi, che impediscono l’ingresso di nuovi concorrenti.

Ne consegue che essi hanno un potere di mercato che sfruttano proprio, nei momenti di discesa dei prezzi all’origine. I distributori automatici o forme simili (come i “prodotti di banco”) sono dei palliativi che influenzano una tantum il livello dei prezzi, ma poi la loro crescita riprende. Sul piano strettamente tecnico può essere fatto molto poco e quando l’onda inflazionistica parte bisogna solo attendere che passi, consci che pagheranno sempre i più deboli verso i cui bassi redditi si dovrebbe indirizzare una maggiore attenzione invece di avviare campagne contro gli aumenti salariali.

Escludendo l’assalto ai forni di manzoniana memoria (anche quelli in versione di assalto ai treni della tifoseria ultrà), esistono due sole soluzioni. La prima è che la gente comune stringa la cinghia e riduca drasticamente i consumi finché i prezzi diventino “elastici verso il basso”, ossia i venditori si pieghino alla caduta della domanda e dei profitti. Prima e più a lungo lo fa, prima il mercato si riequilibra, anche se la causa non viene rimossa alla radice perché non opera dal lato giusto, cioè quello dell’ offerta. La seconda che ci sia una massiccia azione etica da parte dei media e dei gruppi dirigenti del Paese. Senza etica il mercato non può funzionare. Churchill definì l’inflazione una malattia della società. Se insieme a tanti utili consigli la Chiesa Cattolica iniziasse una campagna per il rispetto del giusto prezzo, un principio che la sua dottrina sociale insegna da oltre un secolo e che regge quello del giusto salario, forse salterebbe fuori qualcuno che si mette la mano sulla coscienza e imprime un giro di boa all’inflazione.

da Il Messaggero del 3 settembre 2008
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