Ma che hanno ottenuto gli europei?

di Paolo Savona - 01/07/2010 - Economia
Ma che hanno ottenuto gli europei?

Un vecchio detto sostiene che se si muovono le merci non si muovono le armi. Pertanto, se i Grandi della Terra stanno seduti a un tavolo solo per dialogare, concludendo ben poco, non cederemo alla tentazione di definire inutili i loro incontri. A voler ben considerare i risultati del G20-G8 in Canada, il risultato che maggiormente contribuisce ad attuare il detto ricordato è l’impegno a non introdurre ulteriori forme protezionistiche per il prossimo quadriennio. La guerra, quindi, resta appannaggio delle incivili manifestazioni di esistenza dei movimenti no global. Il mondo che conta opta per gli scambi.

Il comunicato finale del Summit ha evidenziato quanto si debba abbassare il minimo comune denominatore delle politiche nazionali affinché ciascun capo di stato possa affermare all’esterno che la sua linea di governo ha trovato accoglienza. Infatti i fautori del rigore fiscale, capeggiati da Angela Merkel, hanno avuto soddisfazione ottenendo non solo la dichiarazione dell’importanza di una sana finanza pubblica per una ripresa sostenibile, per giunta cifrata alla metà del deficit attuale entro il 2013, indicando nel 2016 la data del risanamento dei debiti statali. Ma lo hanno avuto anche i fautori della non interruzione dello stimolo fiscale per sostenere la tuttora insoddisfacente crescita del reddito e, ancor più, dell’occupazione; tra essi Obama, che nei suoi programmi aveva già collocato nel 2013 la data di quel rigore che la Merkel pretende subito dagli europei. La ciliegina sulla torta del compromesso raggiunto dal G20 è stato il rifiuto della Cina di ricevere elogi per la sua decisione di tornare a un aggiustamento graduale e controllato del rapporto di cambio estero dello yuan, confermando che la decisione resa pubblica dal loro governatore della Banca centrale prima del summit non ha poi tutta quella grande importanza che a essa è stata data: in ogni caso la rivalutazione della moneta cinese terrà conto dei soli interessi nazionali. Se tutti dichiarano d’aver ragione qualcosa non funziona negli accordi raggiunti e l’indicatore è dato dal fatto che ciascuno stato è lasciato libero di decidere come attuare gli indirizzi concordati. E’ la conferma delle difficoltà in cui si dibatte la cooperazione economica internazionale.

Alla radice delle soluzioni raggiunte vi è la mancata definizione da parte degli economisti dell’annosa vertenza se lo sviluppo è aiutato da una significativa presenza dello stato o della libera iniziativa in economia; ovvero se la “distruzione creatrice” del mercato è più efficace dell’”intervento salvifico” dello stato. E’ l’eterno dilemma se dobbiamo affidare il nostro futuro alla Mano invisibile o al Grande Leviatano. Sull’equivoco consentito da questa disputa irrisolta hanno convissuto nel consesso canadese il rigorismo fiscale della Merkel, il lassismo analogo di Obama e l’economia statale-liberista di Hu Jintao. Come pure sono riusciti a convivere negli Stati Uniti i democratici a vocazione statalista con i repubblicani a vocazione liberista. Purtroppo questo stesso grado di convivenza non pare si possa raggiungere a livello europeo.

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