L'ottimismo è un traino non è un pericolo

di Paolo Savona - 03/05/2009 - Economia
L'ottimismo è un traino non è un pericolo
Dopo averci assicurato nel 2007 che l’economia mondiale non correva gravi pericoli e averci spaventato nel 2008 affermando che la crisi era epocale e dovevamo preparaci al peggio, ora le autorità ci avvertono dei pericoli dell’ottimismo, senza spiegarci esattamente quali essi siano. Siffatto comportamento si può spiegare in due modi, che possono operare in modo distinto o anche congiuntamente: quello di mantenere viva una tensione morale che impegni i cittadini a resistere alla crisi accettandone i sacrifici e quello derivante dalla coscienza d’avere attivato una tale mole di moneta e di spesa pubblica in deficit dalla quale non sanno come uscirne se dovessero esplodere gli effetti.

Sull’eccesso di creazione monetaria a bassissimi tassi dell’interesse decisa per riavviare il meccanismo del credito che si era inceppato, le dichiarazioni delle autorità monetarie sono esplicite e le hanno fatte confluire nel comunicato finale del vertice del G20 di Londra. Esse temono che ai primi sintomi di ripresa vi sia una corsa ad accumulare scorte che, in una situazione di imprese che operano a bassi ritmi produttivi e di liquidità che abbonda, potrebbero riversarsi in subitanei aumenti dei prezzi. La ripresa delle scorte e dei consumi non è certamente un pericolo, ma l’obiettivo della politica economica tenacemente perseguito da tutti gli Stati del Pianeta. Il pericolo è che ciò avvenga disordinatamente e che le autorità non siano in condizioni di governare il processo, come sarebbe loro dovere; per non correrlo avrebbero dovuto ricorrere a politiche severe, ma queste avrebbero trascinato una crisi ancora più grave. Quest’ultima è la scelta fatta dalla Banca centrale europea fin dalla sua nascita, mantenuta finché non ha temuto che la crisi economica si tramutasse in insolvenze creditizie del settore reale che si sarebbero sovrapposte alle insolvenze del settore finanziario, creando seri problemi di stabilità sistemica e disordini sociali. Per questa svolta, che il Presidente Trichet ha illustrato pochi giorni orsono a New York durante un Forum di Chatham House, è stato coniato il termine di “misure non convenzionali”, cioè eccezionali e da riassorbire quanto prima. Essa consiste nel servire direttamente tutta la domanda di base monetaria dei privati, non badando alla natura pubblica o privata dei titoli a garanzia, a tassi dell’interesse e scadenze comparativamente più elevati di quelli praticati dalle principali altre banche centrali.

La svolta è stata purtroppo decisa troppo tardi per alleviare la caduta produttiva e, anche per questo, ha richiesto un fuori misura, data l’incapacità dell’Unione europea di coordinare le decisioni fiscali nazionali per evitare di “poggiare parte del peso della ripresa sul vicino” (che si può assimilare a un “protezionismo di risulta”). Ma queste cose già si sapevano da tempo e la Bce era tenuta a saperlo.

Certamente meno chiari appaiono i pericoli dell’ottimismo se ci si limita a considerare dimensione e contenuti delle politiche fiscali seguite dall’insieme dei Paesi. Ricordiamo che, nel comunicato del vertice di Londra, la somma delle spinte fiscali in deficit è stata indicata pari al 10% circa del Pil mondiale, alla quale si aggiunge la disponibilità di oltre mille mld di dollari in gran parte assegnati in gestione al Fondo monetario internazionale. E’ pur vero che più della metà degli stanziamenti sono destinati a tappare i buchi finanziari venutisi a creare, ma la cifra residua compensa la caduta produttiva globale, forse la eccede fino a creare sospetti di sovradimensionamento degli interventi assistenziali a favore delle imprese. Se da siffatta spinta non venisse fiori una ripresa, allora sì che dovremmo preoccuparci, perché significherebbe che le autorità non hanno compreso la crisi e, di conseguenza, i provvedimenti presi non sono adeguati. Sarebbe un vero dramma. Altro che pericoli dell’ottimismo. Il pericolo - uno bello solo, bello e grande - sarebbe se la ripresa non facesse capolino trainata dall’ottimismo, perché creerebbe una situazione economica veramente difficile da affrontare politicamente e socialmente. E’ questo che le autorità paventano?

da Il Messaggero del 30 aprile 2009
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