Il Paese riprenda in mano il futuro

di Paolo Savona - 15/11/2009 - Economia
Il Paese riprenda in mano il futuro
Il senso di orgoglio che ha manifestato la politica italiana per aver superato meglio degli altri Paesi la grave crisi finanziaria e produttiva non si può accompagnare con analoghi sentimenti se guardiamo, anche in prospettiva, la disoccupazione. E’ a tutti noto che il mercato del lavoro verrà favorevolmente toccato dalla ripresa solo quando l’attività produttiva ritornerà almeno al livello pre-crisi. L’esperienza ci dice che la realtà nel nostro Paese finisce con lo sconfiggere ogni pessimismo e, pertanto, c’è sempre spazio per rovesciare gli scenari attuali della disoccupazione. Tuttavia, la saggezza popolare insegna che, se vuoi che Dio ti aiuti, devi anche aiutarti da te. In breve, che cosa si deve fare per riprendere un qualche controllo del nostro futuro?

Nell’articolo di ieri Carlo Azeglio Ciampi, un europeista doc, vede affievolirsi, sconsolato, la spinta verso il completamento dell’unione politica del Vecchio Continente. Questa tensione ha retto le nostre scelte coraggiose di disfarci della sovranità monetaria e del potere regolamentare sulla concorrenza di mercato, accettando severi condizionamenti per la nostra politica di bilancio. Chi ha sempre criticato l’idea che occorresse fare prima ciò che è stato fatto per propiziare l’unione politica, nella convinzione che, invece di avvicinarsi all’obiettivo, ci si allontanava prova oggi sconforto, più che soddisfazione. L’Italia ha puntato troppo, quasi tutto, sull’unione politica europea per due motivi: perché consentiva di partecipare a un’area politica ed economica più ampia, capace di controbilanciare gli analoghi poteri di altre aree geografiche, Stati Uniti in testa; e perché la disciplina europea avrebbe costretto il Paese a cambiare stile di vita, combattendo le rendite e i parassitismi, calmierando la corsa all’indebitamento pubblico e il ricorso alla svalutazione della lira. Né l’uno, né l’altro obiettivo, il secondo meno del primo, si sono realizzati e non occorreva avere la sfera di cristallo e qualità divinatorie per capirlo fin dall’inizio.

E’ giunto quindi il momento di un profondo riesame della nostra politica per recuperare margini di indipendenza dai condizionamenti europei, senza pensare a rinunciare all’appartenenza all’Unione, anche se procede politicamente disunita. Innanzitutto occorre agire fin d’ora per sottrarci dagli effetti di una exit strategy, che non può che non essere composta da minore liquidità e più elevato costo del danaro, insieme al rispetto del rigore fiscale del Patto di stabilità senza aumentare la pressione fiscale. Non ci stancheremo mai di raccomandare la cessione del patrimonio pubblico in contropartita dell’annullamento di parte del debito in circolazione, con risparmi immediati e in prospettiva (quando i tassi dell’interesse aumenteranno) sugli oneri finanziari dello Stato. L’operazione richiede tempi lunghi, ma deciderla oggi consentirebbe di capitalizzare subito gli effetti di annuncio. Non si comprende la sordità delle autorità su questa decisione, che invece è passata abbastanza facilmente nel Regno Unito.

La seconda decisione che affronterebbe il grave problema della disoccupazione è quello di non concedere nessun sussidio se non in contropartita di un servizio reso allo Stato. Ciò ridurrebbe la dipendenza delle aspettative di una ripresa della domanda di lavoro legate all’aumento della domanda estera, caratteristica che ha dominato la politica economica finora seguita insieme alla costatazione dei vincoli derivanti dall’entità del disavanzo statale e del debito pubblico. Questa soluzione richiede la riorganizzazione della rete di assistenza sociale collegandola con gli infiniti bisogni delle diverse articolazioni dello Stato. In breve, per una serie di ovvi motivi non ci dovrebbe essere un pranzo gratis. Non è un ritorno ai lavori socialmente utili che richiedevano maggiori spese, ma solo l’aggancio delle attuali spese a una politica di governo che tenga impegnati i lavoratori assistiti per vari motivi e soddisfi i molteplici bisogni insoddisfatti dello Stato, dalla scuola alla rete culturale e alla stessa magistratura.

Se continuiamo a proporre o negare nuove forme di assistenza alle imprese e alle famiglie con decisioni avventate sulla pressione fiscale non ne usciremo mai fuori. Bisogna cambiare registro e chiamare aux armes i fratelli d’Italia.

da Il Messaggero dell'11 novembre 2009
http://aoload.com/ - http://benidilusso.com/ - http://pcwatchtv.com/ - http://siemensfreaks.com/