Così il panico e il debito hanno alimentato prima la crisi e poi il neostatalismo

di Paolo Savona - 22/09/2009 - Economia
Così il panico e il debito hanno alimentato prima la crisi e poi il neostatalismo
Un anno dopo la decisione di Paulson e Bush di lasciare andare fallita la Lehman Brothers, Obama ha tirato le somme di ciò che ha dovuto fare per fronteggiare la crisi e ha tessuto gli elogi della sua amministrazione, anche se suscita curiosità la dichiarazione che i taxpayer americani hanno guadagnato il 17,5%. I risparmiatori e i disoccupati, forse distratti dai loro problemi, non se ne sono accorti. Salvo un avvertimento alle borse azionarie che in futuro non ci saranno sostegni e l’ennesima invocazione di maggiori controlli – entrambi affermazioni aventi un valore relativo – Obama ha ignorato che lo sviluppo è tornato sul sentiero tradizionale del denaro facile, dei “deficit gemelli” (del bilancio pubblico e della bilancia estera) e del dollaro come “problema degli altri”.

Sulla decisione di abbandonare alla sua sorte la Lehman è stato ufficialmente sostenuto che era una lezione impartita al mercato per evitare il ripetersi di comportamenti di grave “azzardo morale” soprattutto da parte delle grandi banche o finanziarie, nel convincimento che non potessero fallire. E’ stato anche scritto che Paulson, ex Ceo della Goldman Sachs, odiava Fuld, Ceo della Lehman ed eterno rivale nella gara per il migliore finanziere mondiale, e, avendolo a portata di mano, ha deciso di infliggergli un colpo mortale. E’ stato anche sussurrato che la gran parte delle passività della Lehman erano in mano a stranieri e, quindi, gli Stati Uniti hanno ricorso al classico beggar-my-neighbour, spostare il peso sulle spalle del vicino.

Affidiamo agli storici dell’economia il compito di accertare la fondatezza di queste critiche; la realtà, come noi la percepiamo, è che la scelta è stata un disastro, perché la lezione è stata troppo costosa per gli Stati Uniti e per il mondo intero, ed è stata annullata dal fatto che immediatamente dopo, a cominciare dalla grande società di assicurazioni AIG, sono state impartite numerose lezioni di segno contrario. Quello che il mercato ha capito è che tanto più grande è il debito, tanto più elevato sarà l’intervento dello stato per impedire il peggio: la politica monetaria e fiscale sono infatti diventate “non ortodosse”,  con seri problemi di rispetto costituzionale dei fondamenti su cui si basa la convivenza civile democratica. La crisi economica è una tassa occulta, né più né meno dell’inflazione e quindi viola i fondamenti della democrazia, oltre che le norme delle Costituzioni che garantiscono la protezione del risparmio.

Tutto è ritornato sul vecchio binario, lezione costosa quindi, ma anche inutile, come dimostra il fatto che tutto è ritornato sul vecchio binario.
Considerando questo aspetto del fallimento Lehman si può stabilire un parallelismo con la lezione inflitta da Nino Andreatta ai finanziatori dell’Efim, i quali invero non credevano nel too big, to fail, ma nel fatto che dietro le partecipazioni statali vi fosse uno stato garante dei debiti. Come noto Andreatta dovette cedere alle pressioni estere e ripagare i debiti dell’Efim – con qualche incidenza sulle banche nazionali, allora quasi tutte ancora pubbliche – per salvare la credibilità dell’intero debito pubblico italiano. Il quale tuttavia continua imperterrito a crescere.

Le crisi esistono da quando la finanza è diventata motore dello sviluppo. Secondo gli insegnamenti di illustri maestri (Minsky e Kindleberger, in particolare), l’economia procede con momenti di boom che hanno tutte le caratteristiche di manie collettive, a cui fanno seguito momenti di panico e lo scoppio di crisi anche profonde, come quella vissuta. Non sappiamo se questa psicologia dei comportamenti sociali, più che economici, possa essere governata per legge, come alcuni regolatori ambiscono; mentre si può essere certi, come ci ha insegnato Beccaria, che l’aumento delle pene non porta alla riduzione dei delitti. Esisterà sempre un furbo capace di sfruttare gli allocchi. Il vero problema da risolvere è quello di ridurre il numero dei secondi, ossia aumentare l’educazione finanziaria dei risparmiatori, lasciando che i big della finanza si scornino tra loro come caproni.

da Il Foglio del 17 settembre 2009
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