Un parcheggio per i debiti pubblici del mondo

di Paolo Savona - 19/02/2010 - Economia
Un parcheggio per i debiti pubblici del mondo

Sul problema della sostenibilità del debito pubblico noi economisti italiani siamo molto ferrati. L’esperienza degli anni Settanta, quando il fenomeno cominciò a presentarsi, ci ha insegnato che aumentare l’indebitamento dello Stato senza una prospettiva di crescita dell’economia tale da poterlo rimborsare senza accrescere la pressione fiscale condiziona negativamente lo sviluppo del reddito e dell’occupazione di un Paese. Questa interpretazione risultò minoritaria in Italia e da decenni ne paghiamo le conseguenze.

A seguito della crisi della finanza pubblica greca si è aperto nel mondo un analogo dibattito a quello che si svolse in Italia, con proiezioni “da capogiro” per il debito pubblico statunitense e anche di quelli dei Paesi virtuosi, come la Germania (che ritiene d’essersi messa in sicurezza anche nei confronti dei Paesi viziosi con due decisioni costituzionali: vincolo del quasi pareggio di bilancio e proibizione di intervenire in soccorso dei Paesi in difficoltà). I termini del dibattito sono esattamente gli stessi: se si restringe il deficit pubblico con aumenti delle tasse o, ammesso che si riesca a farlo, tagli delle spese, si avrà deflazione e questa non solo renderà impossibile rientrare dal debito, ma comporterà un suo aumento pari a un multiplo del reddito lordo.

E’ ormai chiaro che la crisi è di sistema e richiede una soluzione a questo livello. La necessità di fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria americana ha fischiato la fine dell’impegno degli Stati di condurre politiche monetarie e fiscali ortodosse e l’inizio del libero ricorso a politiche chiamate con eufemismo “non convenzionali”. Per rifarsi una coscienza “ortodossa” le autorità hanno abbondato in dichiarazioni che preannunciavano un’exit strategy, subito controbilanciata da un’altra che essa sarebbe stata attuata solo a ripresa produttiva avvenuta. Ancora una volta le autorità hanno difettato di lungimiranza, non avendo compreso che erano uscite dal cul de sac della depressione per entrare in quello di una exit strategy di quasi impossibile attuazione. Se, infatti, riducendo l’offerta di moneta o aumentando i tassi dell’interesse ufficiali accrescono il costo del danaro aggravano la crisi della finanza pubblica, a causa dei maggiori oneri sul debito che questa politica comporta. L’attuazione di politiche fiscali restrittive sarebbe procrastinata con possibile fuga dallo stock del debito pubblico in circolazione. Se si aggiungono politiche come quella intrapresa dalla Cina, che ha ridotto il possesso di titoli di Stato americani, si muove lo stock di debito in circolazione ancor prima di verificare se esiste lo spazio necessario per collocare i nuovi indispensabili flussi, dato che i deficit annuali sono ampi. La situazione può uscire fuori controllo.

Le autorità si sono vantate d’aver fronteggiato la crisi finanziaria, ma non si sono rese conto che, essersi fatti carico di parte dell’indebitamento privato e degli effetti sociali indotti, è stata, per dirla à la Clausewitz, la continuazione della politica del debito in eccesso con altri mezzi. Il problema da risolvere non è quindi quello di rientrare dal debito pubblico nascente da una crisi sistemica basata sugli eccessi di indebitamento del settore privato che le stesse autorità di governo hanno permesso, ma di parcheggiarne una parte per un lungo periodo presso un’istituzione internazionale, togliendolo dalla circolazione. Il Fondo Monetario Internazionale sarebbe la sede adatta. Si potrebbe consentire a tutti – e gli Stati Uniti, oltre all’euroarea, sarebbero interessati – di ripartire dal 60% del rapporto debito pubblico/Prodotto Interno Lordo, impegnandosi a politiche di rigore monetario e fiscale. Per far ciò sovviene ancora una volta l’esperienza degli economisti italiani che meriterebbero maggiore attenzione: si uscì dalla crisi del 1929-33 anche creando un “Consorzio sovvenzioni per valori industriali”, ideato da Benedice e parcheggiato presso la Banca d’Italia, nel quale confluirono i debiti non rimborsabili delle imprese colpite dal sisma della Grande Depressione. Nella versione economica della scala Mercalli, il sisma che ci ha colpito e che ci attende registra un indice ancora più elevato!

da Il Messaggero del 18 febbraio 2010

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