Passare dalle parole ai fatti

di Paolo Savona - 22/05/2009 - Economia
Passare dalle parole ai fatti
La misura esplosiva della crisi globale è stata affrontata con determinazione da governi e banche centrali, ma «il compito della politica economica non è esaurito». Ora si deve passare dalle parole ai fatti. Merito, infrastrutture, riforme, credito, il governo ci deve far vedere i risultati. Questo, espresso in una forma sempre garbata, è il messaggio di sintesi della Relazione annuale del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che presenta anche “momenti ideali”, come la richiesta rivolta allo Stato di restituire al mercato che resta al centro del progresso economico, la piena libertà di iniziativa, respingendo la tendenza a sovrapporre nuove regole alle troppe che già opprimono l’attività delle imprese.

Pur rappresentando un quarto del prodotto lordo nazionale, l’industria resta il settore più dinamico, in quanto esposto alla concorrenza europea e globale. Non è quindi un caso che la Relazione susciti viva attenzione. Quest’anno l’interesse è anche più forte perché, come è detto in premessa di Relazione, «ci troviamo nel mezzo di una crisi violentissima che sta mettendo e metterà a dura prova le capacità di tenuta delle imprese e delle istituzioni». Le cause di tutto ciò sono state subito elencate: «carenze di risparmio di alcune nazioni (leggi Stati Uniti, Regno Unito e Spagna) ed eccessiva parsimonia in altre (Cina, Germania, Arabia Saudita e Giappone), credito drogato, sottovalutazione del rischio, azzardo morale, meccanismi sbilanciati di remunerazione dei manager, conflitti di interesse, prodotti finanziari troppo sofisticati e poco trasparenti».

Su queste basi e sulla constatazione che «nei prossimi due decenni il numero globale delle persone ad alto reddito salirà di 500 milioni», per servire i quali «l’Italia è ben posizionata per offrire le cose nuove che piacciono al mondo», poggia la fiducia espressa in una pronta ripresa.

Passando a considerare i vari protagonisti di questa pagina di storia economica, il presidente della Confindustria assegna una quasi sufficienza all’Unione Europea, «che ha complessivamente tenuto», ma la stimola a fare «un salto di qualità», incluse le emissioni di obbligazioni europee. Più difficile sintetizzare in un voto l’esame delle politiche italiane a cui ovviamente viene dedicata gran parte della Relazione. Si riconosce subito l’esistenza di un muro-macigno rappresentato dall’entità del debito pubblico ed elenca le scelte di “pronto intervento” richieste dalla Confindustria: «finanziare opere pubbliche rapidamente cantierabili, potenziare gli ammortizzatori sociali, rafforzare le garanzie sui prestiti alle imprese, onorare i crediti della pubblica amministrazione, sostenere la patrimonializzazione delle imprese». E subito la prima denuncia: «nonostante gli annunci, dagli stessi documenti ufficiali del Governo, non risulta alcun aumento degli investimenti pubblici nel 2009», a cui fa seguito il compiacimento perché «l’incremento della patrimonializzazione delle imprese (forse sarebbe stato meglio dire “l’evidenziazione”) è stato facilitato con un’aliquota più vantaggiosa per la rivalutazione dei beni immobili» e perché «il nostro sistema di sostegno al reddito dei lavoratori temporaneamente non occupati ha operato in modo soddisfacente», anche se nell’uno e nell’altro caso indica sia necessario introdurre significativi miglioramenti.

A parte questo “rendiconto” che cosa chiedono gli industriali per tornare sulla strada di uno sviluppo sostenibile? Allo Stato la riforma pensionistica (che incide sui conti pubblici il 16% del Pil, contro il 9,5 dei Paesi sviluppati), maggiori investimenti infrastrutturali e lo sfoltimento della «giungla delle leggi»; alle banche «di non abbandonare le imprese in questi momenti difficili» riducendo i costi e aumentando le quantità; ai Sindacati un «nuovo modello contrattuale» che permetta di incentivare il merito. La meritocrazia è una categoria generale la cui scarsa presenza in Italia tesse tutti i problemi sottolineati nella Relazione fino a diventare l’essenza stessa della loro esistenza.

Pur con puntualizzazioni, la diagnosi del presidente della Confindustria può trovare accoglienza, ma rimane un problema da chiarire, oggetto di analisi costante di questo quotidiano: quello che da questa crisi «il mondo ne uscirà trasformato». Forse la parola adatta sarebbe stata “indebitato”, perché la strada intrapresa per invertire la pericolosa tendenza dell’economia globale è quella all’origine della crisi: fare credito e indebitarsi a cuor leggero in nome dello sviluppo, mantenendo il commercio mondiale nel bagno intossicante di differenti regimi di cambio, che portano all’accumulo di riserve ufficiali, le quali ritornano sul mercato in forma di conversioni in euro e inevitabili svantaggi per le esportazioni italiane, di finanziamenti degli squilibri tra eccessi e carenze di consumi nazionali, di bolle speculative e conseguenti iniezioni di liquidità e di spesa pubblica per sanarne gli effetti. Se è vero che il pesce-Paese deve essere risanato, l’acqua internazionale in cui nuota non può restare inquinata.

da Il Messaggero del 22 maggio 2009
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