Un passo avanti ma troppo lento

di Paolo Savona - 02/04/2010 - Economia
Un passo avanti ma troppo lento

L’accordo raggiunto a Bruxelles tra i 16 capi di Stato dell’euroarea per dare vita a un meccanismo di intervento nel caso in cui il debito pubblico di un Paese membro dovesse trovarsi in “molto serie difficoltà” rappresenta un progresso rispetto alto stallo in cui l’unione Europea si è trovata da mesi

Il problema sul tappeto era quello della Grecia, ma riguardava qualcosa di più importante: la credibilità internazionale dell’euro. L’accordo non rappresenta però la soluzione del problema. Infatti è costellato da una serie di passaggi nell’attuazione, oltre che nella messa a punto del meccanismo, che non sembrano in condizione di ristabilire il prestigio di “moneta forte” dell’euro. Oltre all’adesione del Fondo Monetario Internazionale che, a quanto si dice, dovrebbe partecipare per un terzo agli eventuali interventi, questi ultimi verranno attuati su basi bilaterali; cioè ciascun Paese membro dell’euroarea stabilirà rapporti diretti con il Paese in difficoltà.

Tutto ciò avverrà sotto il controllo (con parere vincolante?) della Banca Centrale Europea e della Commissione di Bruxelles, al quale si dovrà presumibilmente affiancare il Fondo Monetario Internazionale. Insomma un passo avanti di un piede che calza scarponi pesanti.

Insieme al sospiro di sollievo per i nostri amici greci e per le sorti dell’euro in grave caduta, sorge spontanea la preoccupazione di ciò che avverrà a seguito della crescita dei debiti pubblici di tutti i Paesi industrializzati e di molti Paesi arretrati quando moneta e fisco torneranno all’ortodossia, dopo averla abbandonata per impedire il precipitarsi della crisi finanziaria.

Questo giornale è stato il primo ad aver attirato l’attenzione delle autorità sui rischi del trasferimento dei debiti dal settore privato a quello pubblico, proponendo di parcheggiare parte di questi ultimi presso il Fondo Monetario Internazionale, rilanciando, come chiesto dalla Cina, i diritti speciali di prelievo. In breve una soluzione globale per un problema che ha questa natura. La presenza del Fondo nell’accordo europeo, che ha suscitato reazioni in molti centri, è da noi considerato un aspetto altamente positivo. La fondatezza di queste preoccupazioni trova significativa espressione nel recente dibattito sul valore dell’euro. Alcuni osservatori ritengono che la moneta europea toccherà il fondo quando raggiungerà 1,20 rispetto al dollaro, mentre altri sostengono che risalirà a 1,60. Nel primo caso prevarrà la sfiducia nell’accordo raggiunto; nel secondo accadrà l’opposto. L’esistenza di un’alternativa così ampia rende impossibile ogni programmazione produttiva da parte delle imprese esportatrici, che può trasformarsi per esse in un tranello, se prenderanno a riferimento la debolezza dell’euro invece che un suo possibile apprezzamento. L’economia produttiva dipende sempre più dalle attitudini politiche dei Paesi e questo è il vero danno causato da una crisi che ha richiamato gli Stati al centro dei mercati. Non vi è più nessuna distinzione dei ruoli e i calcoli di convenienza individuali sono sconvolti. A quando una nuova Bretton Woods?

da Il Messaggero del 27 marzo 2010

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