Patrimonio pubblico, l'occasione ignorata

di Paolo Savona - 26/05/2010 - Economia
Patrimonio pubblico, l'occasione ignorata

Dopo che lo scorso anno ci era stato promesso che l’epoca delle “manovre” era finita, c’è sempre un serio motivo per farne una. E questa volta il motivo è più che serio: gli effetti della crisi della finanza pubblica greca e la debolezza dell’euro hanno anticipato i tempi dell’exit strategy dai disavanzi di bilancio pubblico, la cui necessità era stata ripetutamente preavvertita dalle autorità di Bruxelles e dalla Banca Centrale Europea. L’Italia è riuscita a stare al di qua della linea dei sospetti di default, cioè di essere incapace di rinnovare o rimborsare il debito pubblico, ma non può permettersi di restare indietro nell’attuare la decisione dell’Unione Europea di rientrare nei parametri di Maastricht, ammesso e non concesso che essi restino quelli stabiliti nel Trattato del 1992. Perciò il Consiglio dei ministri ha proposto una manovra da 24 miliardi, da realizzarsi nel prossimo biennio.

E’ comprensibile il disagio del Governo nell’intraprendere un’azione che inevitabilmente avrà come primo impatto effetti economici di impronta deflazionistica, oltre che effetti sociali; anche se ci viene assicurato che la manovra è stata studiata per limitare i primi e, ancor più, i secondi. Non nascondiamo però il nostro disagio per due ragioni ripetutamente avvertite e rese esplicite su queste stesse colonne:la prima è che l’Unione Europea programma la sua prima recessione “a tavolino”, invece di incappare in essa per errori commessi o per cause esterne, come è stata quella importata a seguito degli eccessi finanziari compiuti dagli Stati Uniti, che non si sognano lontanamente di calmierarli, deflazionando l’economia; infatti, manca qualsiasi annuncio di una manovra di rientro dal loro disavanzo pubblico (pari al doppio di quello italiano) e da quello della bilancia estera (pari a 1 volta e mezzo), affidando il risanamento alla ripresa economica interna. Ma gli Stati Uniti non hanno il debito pubblico dell’Italia e battono moneta per usi internazionali, una differenza di non poco conto.

La seconda ragione del nostro disagio è che non troviamo motivi per non effettuare l’operazione di cessione del patrimonio pubblico che questo giornale ha insistentemente richiesto per cancellare parte del debito statale e risparmiare così i 24 miliardi necessari sotto forma di minori interessi sull’indebitamento statale. Pur consci della nostra debole voce, qualcuno ci dovrà prima o poi spiegare il perché.

Nel momento in cui si va in stampa le componenti della manovra non sono esattamente noti. Si sa che per due terzi si procederà a effettuare tagli alla spesa e per il resto un aumento delle entrate; ci viene precisato che queste ultime non causeranno aumenti nella pressione fiscale. Presto capiremo come ciò possa avvenire. Una parte della “patata calda” dei tagli, pari a circa un quinto della manovra, riguarda la riduzione dei trasferimenti alle Regioni e Comuni, che si troveranno nella necessità di procedere esse ai tagli o all’aumento delle tasse. La pressione fiscale non è un concetto che riguarda la sola finanza centrale, ma include anche quella periferica. Inoltre il recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale non bilanciata da una riduzione della pressione fiscale su chi le tasse le paga comporta un’ulteriore espansione dello Stato sul reddito nazionale, che non è certo quello di cui abbiamo bisogno. Anzi è l’origine di molti nostri mali.

Salvo queste poche riflessioni, quasi scontate, allo stato attuale delle conoscenze, non vi è motivo di ritenere che il ministro Tremonti non sappia trovare una sintesi tra le tante esigenze, ben sapendo che, al di fiori della cessione del patrimonio pubblico, non ha alternativa all’effettuazione di una manovra che riconduca in un biennio il disavanzo pubblico entro i limiti che allontanino lo spettro per l’Italia di una crisi à la greca. È probabile che il deprezzamento rilevante dell’euro faccia ripartire le esportazioni e compensi gli effetti restrittivi fiscali della manovra, spingendo verso l’alto reddito e occupazione, con conseguente accrescimento del gettito tributario. Fare previsioni oggi è certamente difficile, ma in ogni caso nel farle ci sorregge la logica economica, che ha finito con il prevalere, e la speranza che così accada.

da Il Messaggero del 26 maggio 2010

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