Il peccato originale dell'Euro

di Giorgio La Malfa - 15/09/2011 - Economia
Il peccato originale dell'Euro

Alla crisi dell’euro si applica bene una riflessione di Machiavelli nel Principe: “E interviene di questa [nelle cose di stato] come dicono e fisici dello etico, che nel principio del suo male è facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso del tempo, non l’avendo in principio conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e difficile a curare.”

Per moltissimi anni, praticamente dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht nel 1993 fino a pochi mesi fa, ogni richiamo ai difetti di concezione della moneta unica e delle sue regole di funzionamento si è scontrato con una coltre di conformismo. Non era neppure pensabile dissentire dalla tesi che l’euro fosse uno straordinario successo sul piano economico, né osservare che mancavano le condizioni politiche perché esso potesse affrontare le eventuali difficoltà sul suo percorso.

In una serie di articoli (anche sul Sole 24 Ore), scritti con Franco Modigliani mentre l’UME muoveva i primi passi, criticammo l’attenzione esclusiva, posta problema della lotta all’inflazione,fra i compiti della Banca Centrale, al, il rischio che la BCE mirasse solo al ‘prestigio’ dell’euro attraverso l’aumento del suo valore rispetto alle altre valute a scapito della competitività dell’Europa, la totale assenza di un impegno europeo a sostenere la crescita dei Paesi dell’euro. Quelle osservazioni vennero liquidate come residui di un pensiero ormai superato. Secondo la visione ‘moderna’ - che evidentemente noi ignoravamo - l’unica cosa importante è combattere l’inflazione anche quando non c’è. Così magicamente l’economia cresce. Quanto alla disoccupazione, la politica fiscale non serve: servono solo massicce dosi di concorrenza che ciascun Paese deve promuovere per conto suo.

L’osservazione politica che l’euro aveva un peccato di origine fu il centro di un mio libro del 2000 nel quale sostenevo che l’introduzione dell’euro avrebbe richiesto come premessa una sostanziale unità politica fra i paesi europei, di cui non vi era alcuna evidenza. Concludevo perciò che l’euro era fragile e che sulla sua durata non si poteva fare affidamento. La risposta fu che non era affatto necessario che la moneta unica nascesse DOPO l’unione politica. La costruzione europea era un cantiere aperto: sarebbe stata l’esistenza stessa della moneta unica ad accelerare ed eventualmente a rendere inevitabile l’unione politica dell’Europa.

All’improvviso, queste certezze sono venute meno. Di colpo l’UME si scopre fragile. L’euro potrebbe saltare. Accorrono al capezzale della moneta unica medici in questi anni non si erano accorti di nulla. Sotto la pressione della crisi, saltano posizioni di principio e regole di comportamento caparbiamente difese. Nel Trattato di Maastricht era fatto assoluto divieto alle autorità nazionali ed europee di dare indicazioni agli organi dirigenti della Banca Centrale ed alla Banca di riceverle. Ora, il Presidente della BCE prende parte a riunioni fra Capi di Governo e si coordina con loro. Nel Trattato era fatto assoluto divieto di intervenire a sostegno delle finanze dei Paesi membri. Lo si sta facendo ed addirittura lo fa la BCE, anche se questa decisione ha effetti laceranti al suo interno.

Il panico spinge verso nuovi errori. Pochi anni fa, personalità di assoluta ortodossia europea come Mario Monti o Carlo Ciampi si battevano per escludere le spese di investimento dal limite del 3% del deficit pubblico previsto dal Patto di stabilità. Ora si passa addirittura a sancire l’obbligo costituzionale del pareggio dei bilanci pubblici che renderà ancora più difficile affrontare con qualche speranza di successo il problema della disoccupazione. Abyssus vocat abyssum - diceva talvolta Raffaele Mattioli.

Nel frattempo, - siccome i mali vanno diagnosticati e curati per tempo e non lo si à fatto - la crisi dell’euro avanza. In Germania – lo scrive un giornale - si esamina l’ipotesi di espellere dall’euro i paesi “devianti”, Sul Sole di domenica, il professor Zingales scrive che il 9 settembre – la data delle dimissioni di Jorgem Stark dal Consiglio della BCE – “rischia di essere ricordato come la data di inizio della fine dell’euro, almeno dell’euro a 17 paesi”, e informa di un progetto tedesco (per il quale egli mostra una certa simpatia) che prevede non l’espulsione dei “reprobi”, ma l’uscita dall’UME di un gruppo di Paesi guidati dalla Germania per costituire una seconda moneta unica fra Paesi ‘virtuosi’.

Per riprendere le fila dell’Unione Monetaria bisogna ripartire dalle fondamenta: è un errore adottare una politica monetaria e un tasso di cambio comune fra Paesi con condizioni economiche e finanziarie fra loro difformi se non c’è una disponibilità accertata fra i partecipanti a condurre insieme politiche economiche che aiutino una convergenza ‘positiva’ fra i Paesi che accettano la moneta comune. Servono sia la politica fiscale, che la politica monetaria che il monitoraggio dei cambi. Serve una solidarietà politica piena nella buona come nella cattiva sorte.

L’euro è nato senza accertare che tutti condividessero questa premessa. Esso era fondato sulla scommessa che non si presentassero mai delle situazioni difficili. Era una moneta, come ho scritto molte volte, che presupponeva una eterna buona sorte. Essa va in crisi perché si tratta di affrontare insieme la cattiva sorte.

E’ illusorio pensare che basti un appello alla solidarietà europea per affrontare questi problemi. Se, ieri, non si è trovato l’accordo per condurre una politica europea per la crescita, perché mai, oggi, la Germania dovrebbe accollarsi il debito pubblico di Paesi che non crescono? Forse la paura di una crisi dell’euro la costringerà a farlo. Ma lo farà poco, male e con grandi difficoltà a convincere la propria opinione pubblica.

Nei giorni scorsi varie personalità hanno lanciato un appello ad andare oltre il Trattato di Lisbona e a realizzare l’Unione politica dell’Europa. L’ex Cancelliere tedesco Schroeder si è associato all’appello, ma ha fatto notare che le condizioni che favorirono l’integrazione europea a partire dagli anni ‘50 non ci sono più. Non c’e in particolare il pericolo sovietico che spingeva l’Europa occidentale a fare fronte comune e l’America ad assistere l’Europa nel suo sforzo di unificazione. E dunque che cosa potrà indurre oggi l’Europa a unirsi per mettere in comune i guai di ciascuno?

Forse non è ancora troppo tardi per correggere il corso delle cose. Ma la premessa è un’analisi impietosa degli errori commessi e una disponibilità a riflettere insieme su quali basi la moneta unica possa davvero funzionare. Solo se questa volontà vi sarà, si potrà ritrovare la strada. Si dovrà trovarla.

da Il Sole 24 Ore del 15 settembre 2011

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