Il piano Paulson è fondamentale ma senza pulizia sui mercati resterà il panico

di Giorgio La Malfa - 01/10/2008 - Economia
Il piano Paulson è fondamentale ma senza pulizia sui mercati resterà il panico
A proposito della crisi finanziaria americana si fa talvolta riferimento ai salvataggi bancari italiani degli anni ’30 ed alla creazione dell’IRI. In realtà la crisi che ha investito gli Stati Uniti è diversa da quella italiana non solo per quantità, ma anche per la natura del problema. Probabilmente è peggiore.

Circa la crisi italiana, questa è la ricostruzione di quella vicenda fatta da uno dei maggiori protagonisti di quegli anni: “Alla vigilia della crisi del 1930-31, la struttura delle grandi banche italiane di credito ordinario aveva subito trasformazioni, o meglio deformazioni “stupende”. Il grosso del credito da esse erogato era fornito ad un ristretto numero di aziende, un centinaio, che con quell’aiuto avevano potuto svilupparsi notevolmente, ma che ne dipendevano ormai al punto da non poterne più fare a meno. La fisiologica simbiosi si era mutata in una mostruosa fratellanza siamese. Le banche erano ancora banche “miste” sotto l’aspetto formale, ma nella sostanza erano divenute banques d’affaires, istituti di credito mobiliare legati a filo doppio alle sorti delle industrie del loro gruppo”.

Così Raffaele Mattioli, nel 1962, descrisse  l’origine della crisi bancaria italiana. Va solo aggiunto che le banche avevano acquisito anche i pacchetti di controllo delle grandi aziende che finanziavano. L’intervento di salvataggio, concepito ed organizzato da Alberto Beneduce, ebbe due componenti. All’inizio del 1933 venne istituita l’Iri che rilevò i pacchetti azionari detenuti dalla Comit, dal Credito e dal Banco di Roma, in modo da liberarle dalle immobilizzazioni e permettere loro di ricominciare a svolgere un’attività bancaria normale. All’atto del rilievo delle partecipazioni, l’Iri fece firmare ai dirigenti di quelle banche l’impegno d’onore a non concedere più prestiti a medio e lungo termine. Le leggi bancarie del 1936-37 sancirono formalmente la separazione fra le banche commerciali e gli istituti di credito a medio e lungo termine.

La cura Beneduce fu molto efficace. Nel giro di pochi anni le banche si rimisero in sesto. Quanto alle imprese acquisite dall’IRI, appena la congiuntura economica prese a risalire, emersero delle plusvalenze, tanto che, a consuntivo, l’operazione si dimostrò per lo Stato un ottimo affare (almeno fino a quando a gestire le partecipazioni statali furono Beneduce, Menichella e i loro immediati successori).

La situazione americana è molto diversa da quel lontano precedente italiano ed è più grave. La crisi non nasce dall’immobilizzazione di crediti a soggetti provvisoriamente in difficoltà. Nasce da impieghi sbagliati, cioè da crediti che si rivelano largamente inesigibili e coperti da garanzie inadeguate. Il problema non è quindi quello di alleggerire provvisoriamente le banche: si tratta di stabilire quante sono le perdite e chi se le deve accollare. Non vi sono attività, più o meno buone,  da rilevare, bensì passività da coprire, di cui è incerto solo il quantum.

Mentre l’Iri alla fine si è rivelato un buon affare, nel caso americano si tratta di calcolare esattamente quello che costerà al contribuente il salvataggio, ma è certo che un costo vi sarà. Per questo motivo etico è stata lasciata fallire Lehman e qualcuno potrebbe sostenere che bisognerebbe lasciar fallire tutti quelli che sono oggi nei guai.

Questo sarebbe un errore tragico. Non c’è dubbio che, per evitare una crisi finanziaria mondiale dell’intero settore creditizio, l’intervento prospettato da ultimo dal Tesoro americano vada fatto e fatto in tutta fretta. E’ giusto anche indicare una volontà di ripulire completamente il mercato di questi ‘rifiuti tossici’. Fino a quando infatti il mercato non avrà la sensazione che l’opera di pulizia è completa, non si uscirà dal panico. L’attività del credito consiste nell’impiego a scadenza più lunga di fondi presi a prestito a scadenze più brevi.

L’aspetto della fiducia nella solvibilità dell’intermediario è cruciale al funzionamento del sistema. La pulizia deve essere quindi radicale e più alta è la cifra messa a disposizione, maggiori le probabilità che essa sia sufficiente a ricostituire la fiducia. Con un solo caveat. Ed è che il mercato possa invece nutrire il sospetto che le cifre stanziate siano solo una parte del fabbisogno effettivo e che dunque la crisi di fiducia, invece di acquietarsi, possa ulteriormente estendersi. Finora le banche commerciali americane sono state fuori dall’occhio del ciclone, perché il pubblico pensa che, essendo sotto una diretta sorveglianza delle autorità di vigilanza, esse siano state più sagge delle Lehman o delle Bear Stearns. In realtà non è detto che sia così: tutto il settore del credito ai consumatori assomiglia al credito immobiliare, a cominciare dal finanziamento delle carte di credito.

da Il Foglio del 1 ottobre 2008
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