Quel piano che ci salvò le banche

di Giorgio La Malfa - 18/11/2008 - Economia
Quel piano che ci salvò le banche
Fra il 1931 e il 1933 l’Italia si trovò nel pieno di una vasta crisi bancaria. Non era la prima volta. La storia unitaria e` punteggiata da crisi bancarie ricorrenti, da scandali e da salvataggi: la caduta del Credito Mobiliare, lo scandalo della Banca Romana, il fallimento della Banca di Sconto, per citarne alcuni. Ma in quella circostanza, anche in conseguenza della depressione mondiale seguita al crollo di Wall Street dell’ottobre ’29, tutte le maggiori banche entrarono contemporaneamente in crisi, a cominciare dalla Comit che era allora la piu’ importante banca italiana e una delle maggiori in Europa.

Nei giorni scorsi il Ministro del Tesoro americano, Paulson, ha dichiarato con candore disarmante che la legge approvata dal Congresso (su sua proposta) “non è la strategia più efficace per risolvere i problemi”. Forse, pur nella diversità della situazione attuale, puo’ essere di qualche interesse ricostruire quelle lontane vicende nelle quali il piano di salvataggio, messo a punto da Alberto Beneduce, si dimostrò molto efficace.

Le origini della crisi
Circa le cause della crisi vi sono le testimonianze di due dei principali protagonisti di quel tempo. La descrizione di Raffaele Mattioli, che era stato il principale collaboratore del capo della Comit, Giuseppe Toeplitz, e poi il suo successore quando, all’atto del salvataggio, Beneduce ne impose le dimissioni, è questa: “Alla vigilia della crisi del 1930-31, la struttura delle grande banche italiane di credito ordinario aveva subito trasformazioni, o meglio deformazioni, ‘stupende’. Il grosso del credito da esse erogato …era fornito ad un ristretto numero di aziende, un centinaio, che con quell’aiuto avevan potuto svilupparsi notevolmente, ma che ne dipendevano ormai al punto di non poterne più fare a meno….La fisiologica simbiosi si era mutata in una mostruosa fratellanza siamese. Le banche erano ancora banche ‘miste’ sotto l’aspetto formale, ma nella sostanza erano divenute banques d’affaires, istituti di credito mobiliare legati a filo doppio alle sorti delle industrie del loro gruppo. Né basta: per salvaguardarsi dai fin troppo evidenti pericoli di questa situazione, le banche avevan ricomprato praticamente tutto il loro capitale. Una prima deformazione ne provoca un’altra…Abyssus vocat abyssum.”

Questa è la prima parte della storia. La seconda riguarda il coinvolgimento drammatico della Banca d’Italia nella crisi. La narrò, in uno scritto poco noto del 1944, Donato Menichella, che fu Direttore Generale dell’IRI dalla sua costituzione nel 1933 prima di tornare in Banca d’Italia (da cui proveniva) e divenirne, nel dopoguerra, Governatore. Quando le banche cominciarono ad avere difficolta’ a farsi rimborsare dai loro grande debitori, esse “naturalmente si rivolsero all’Istituto di emissione e questo largamente concesse loro credito sia sotto forma di anticipazioni e sconti dapprima di portafoglio commerciale, poi, questo esaurito, di grossi cambialoni emessi dalle aziende industriali…” Ben oltre metà della circolazione bancaria nel 1933 era costituita da questi finanziamenti della Banca d’Italia. A tal punto – prosegue Menichella – “che in tale situazione non si poteva piu´ parlare di un problema delle grande banche distinte e separate da quello dell’Istituto di emissione; se le banche avessero avuto ancora bisogno di fondi….lo Stato si sarebbe trovato non gia´di fronte al problema di fare o non far fallire  le banche, sibbene di fronte all’altro problema di far concedere ancora crediti all’Istituto di emissione o di dichiarare la bancarotta di esso.” Sia detto fra parentesi, ma il rischio di  alcune delle misure prese in queste settimane dai governi e dalle banche centrali e’ di questa natura.

Come avvenne il salvataggio
L’aspetto notevole del piano di intervento di Beneduce fu la sua organicità. Nel gennaio del 1933 il Governo istituì con decreto legge l’IRI. Non gli attribuí alcun fondo iniziale di dotazione, ma gli garantì un contributo annuale per una durata ventennale e lo autorizzo`a emettere obbligazioni per raccogliere risparmio.

L’IRI fece due operazioni. Con la prima rilevo`dalle 3 maggiori banche, Comit, Credito e Banco di Roma, i pacchetti azionari che esse detenevano. A fronte di una stima del valore di queste attivita’ di circa 7 miliardi di vecchie lire, riconobbe alle banche un credito di 12 miliardi di lire che si impegno`a restituire in 20 anni ad un tasso del 4% annuo. Il calcolo del debito riconosciuto venne fatto nel presuppposto di offrire alle banche un reddito annuale suficiente a ricondurre, in condizioni di severita´di gestione, i loro conti all’equilibrio. Il problema della valutazione delle partite trasferite – che e`uno dei problemi sui quali si e`incagliato il rilievo da parte del Tesoro americano dei cosiddetti toxic assets delle banche fu agevolato dalla circostanza che nel rilevare il portafoglio azionario delle banche, l’IRI ne divenne propietario, cosicche’ le banche non potevano opporre obiezioni e, comunque, di fatto lo Stato riconosceva un credito a se’ stesso. In realta´, come risulta da uno studio degli anni ‘50 di Pasquale Sarraceno, per lo Stato la creazione dell’IRI fu un affare eccellente. Con una seconda operazione l’IRI salvo`la Banca d’Italia dal fallimento: prese a suo carico il debito delle banche verso l’Istituo di emissione che si impegno’ a rimborsare anch’esso nel giro di un ventennio.

Gli insegnamenti della crisi
Il cardine della sistemazione beneduciana fu la netta separazione del credito a breve termine dal credito a medio e lungo termine. Prima con un impegno d’onore all’atto del salvataggio, poi con le leggi bancarie del ’36-’37, le banche salvate furono costrette a limitare la propria attivita´al credito a breve, mentre il credito agli investimenti divenne il compito di istituti speciali, come l’IMI, fondato, su iniziativa di Beneduce, nel ’31 o Mediobanca fondata all’indomani della seconda guerra mondiale. Misure analoghe di compartimentalizzazione del credito furono prese in quegli anni negli Stati Uniti con il Glass-Steagall Act.

Credo che l’abolizione di queste norme in America, come da noi, negli anni ’90 non sia estranea alla crisi di questi anni. Il mestiere del banchiere di investimenti e`molto diverso da quello del banchiere comérciale e la tentazione, alimentata anche da una mercato monetario troppo facile, che sia possibile finanziare sul mercato monetario investimenti di medio e lungo periodo e`parte della storia di questa crisi.

Il secondo insegnamento e`che se lo Stato deve intervenire qualcuno dei responsabili deve, come avvenne a Toeplitz, essere sostituito.

Il terzo insegnamento e`che lo Statuo puo` svolgere una funzione positiva. Si tratta di valutare di volta in volta. Certo, come osservo`Enrico Cuccia in uno suo breve scritto in onore di Donato Menichella, in quegli anni l’IRI “non subi’ la mainmise da parte della fazione dominante”. Sfortunatamente non e`stato cosi’ nel secondo dopoguerra. Ed e` per questo che e`cosi’ difficile oggi trovare una buona soluzione alla criasi finanziaria.

pubblicato anche su La Stampa del 18 novembre 2008
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