Ci vuole una politica espansiva

di Giorgio La Malfa - 03/07/2009 - Economia
Ci vuole una politica espansiva

Tutte le previsioni indicano che quest’anno il reddito nazionale italiano scenderà, nella meno sfavorevole delle ipotesi, di 4 punti e quasi certamente di 5 punti. 4-5 punti di calo non sono molti: sono moltissimi. Vuol dire che più o meno tutte le aziende subiranno flessioni importanti del fatturato. Quelle che avevano dei margini di redditività elevati potranno resistere, ma molte altre o moltissime altre ridurranno l’occupazione o più semplicemente chiuderanno. Del resto, se non fosse così, perché mai la Confindustria dovrebbe lanciare in ogni occasione un grido di allarme? E perché dovrebbe farlo la Banca d’Italia? Per ostilità al Governo o per disfattismo?

In queste condizioni serve una politica di stimolo della ripresa economica e deve essere una politica quantitativamente rilevante. Si dovrebbe trattare ad esempio di sgravi fiscali importanti: l’idea di sgravare gli investimenti contenuta nel più recente pacchetto di misure governative è buona, ma non è destinata ad avere un impatto quantitativo significativo e immediato: quando crolla la domanda, come è avvenuto in questi mesi, le imprese hanno capacità produttiva non utilizzata; prima di fare nuovi investimenti preferiranno esaurire la capacità di cui dispongono. Per cui l’idea non risponde al problema che dobbiamo fronteggiare.

Perché non fare di più? La risposta del governo in questi mesi ha oscillato paurosamente fra due spiegazioni opposte ed incompatibili fra loro. Da un lato si continua a ripetere che l’Italia sta meglio degli altri. Per implicazione, questo vuol dire che ha meno bisogno degli altri di misure di sostegno dell’economia. Ma dall’altra si accenna al fatto che il nostro debito pubblico è un problema assai più serio che altrove – il terzo debito pubblico al mondo ha ripetuto molte volte un ministro. Si tratta di un dato innegabile. Ma quale ne è l’implicazione? Se è quella che l’Italia non alcun margine per una politica di sostegno dell’economia attraverso il deficit pubblico, lo si dica con chiarezza, senza però insistere che stiamo (e staremo) meglio degli altri. Perché non é così.

Ma è poi vero che, avendo un così elevato debito pubblico, non possiamo permetterci di elevare il deficit querst’anno e dell’anno prossimo? Chi dice questo si riferisce al rischio che il Tesoro possa avere difficoltà a collocare le nuove emissioni di titoli di Stato, quelle necessarie per rinnovare i titoli in scadenza, quelle relative al finanziamento del deficit previsto per quest’anno e quelle infine corrispondenti all’azione di stimolo che si vorrebbe fare in via aggiuntiva per sostenere la ripresa.

Finora tuttavia, pur essendo il fabbisogno cresciuto rispetto alle previsioni del Governo fatte nella legge finanziaria, non sembrano emergere difficoltà, neppure sotto forma di scarti crescenti rispetto alle emissioni di titoli di altri paesi euro. Quindi forse c’è un qualche margine anche senza fare null’altro che aumentare il deficit.

E tuttavia c’è qualcosa di più rilevante che si può fare e sul quale da mesi cercano inutilmente di richiamare l’attenzione del Governo esponenti politici (della maggioranza, non dell’opposizione che su questo tema sembra avere una posizione assai simile a quella del Governo), la Banca d’Italia, la Confindustria, e molti organismi internazionali. Si tratta dell’allungamento dell’età pensionabile che è una misura che dovrà in ogni caso essere fatta al più presto. Nessun sistema fiscale è in grado di sorreggere una situazione nella quale si percepiscono pensioni per 20 anni ed oltre dopo 35-40 anni di lavoro e dove, essendosi arrestato l’aumento della popolazione, il numero degli occupati è fermo, mentre cresce il numero dei pensionati.

L’aumento dell’età pensionabile porta a un miglioramento molto forte dei conti della previdenza negli anni a venire: si tratta di calcoli attuariali, dunque non di illusioni, ma di fatti certi. Il risparmio futuro è l’argomento che giustifica un aumento del deficit oggi per sostenere la domanda e evitare che la crisi porti conseguenze drammatiche sull’occupazione. Dicendo NO ad affrontare questo tema, il Governo si condanna all’immobilità, a provvedimenti di facciata, a sgravi fiscali su spese di investimento che non verranno fatte. Ed è costretto a sperare solo in una ripresa trainata dalla ripresa di altre economie a cominciare da quella americana. Ma non ci vuole molto a comprendere che se una politica espansiva in un paese può aiutare tutti, ancor più lo faranno le politiche espansive contemporaneamente intraprese da due paesi, o da tre o da molti. E’ vero che, come ha sostenuto in passato il ministro dell’Economia, dovrebbe essere l’Europa nel suo insieme ad assumersi il compito del sostegno della ripresa del continente. Ma se non lo fa, se la crisi del sistema europeo è così forte da non consentire decisioni comuni di questo tipo, allora spetta a ciascuno dei paesi membri di fare la sua parte. L’Italia non la sta facendo. E invece bisogna che il Governo si decida e la faccia.

da Il Tempo del 3 luglio 2009
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