Problema globale, soluzione globale

di Paolo Savona - 01/03/2010 - Economia
Problema globale, soluzione globale
Si fa un gran parlare della crisi del debito pubblico in Grecia, ma viene presentata come un problema di quel Paese, che non tocca il Fondo monetario internazionale, al massimo l’Unione Europea. Il problema del debito pubblico riguarda invece tutti i Paesi e ha le stesse origini nelle operazioni di ingegneria finanziaria (i cosiddetti derivati) utilizzate per mascherare le insolvenze americane sui mutui ipotecari e il vero livello del debito pubblico greco. Queste operazioni sono perfettamente legittime perché i mercati dove esse si svolgono sono liberi di agire per volontà dei Governi.

 La Grecia ha effettuato operazioni sul debito pubblico di cui non ha registrato gli effetti sui conti pubblici, perché le regole europee lo consentivano e sono state cambiate solo dopo l’attuazione. La forma della regole europee è stata quindi rispettata, ma non lo spirito. Considerando tutto ciò che hanno fatto Stati Uniti e Regno Unito, il peccato della Grecia è veniale. I Capi di Stato dei G20 hanno concordato di attuare politiche “non convenzionali” di crescita monetaria a bassi tassi dell’interesse e di massicci interventi pubblici finanziati con emissione di titoli pubblici, ma hanno subito avvertito che sarebbe stato necessario uscire quanto prima da questa situazione. Non avevano però capito che, per farlo, avrebbero dovuto stringere la creazione di moneta e aumentare i tassi dell’interesse o le tasse, peggiorando il debito pubblico e la disoccupazione. La crisi greca rivela che, nonostante molte autorità si pavoneggino per averla superata, la crisi globale è ancora sul loro tavolo ed esse non sanno come affrontarla. L’unione Europea si rimpalla all’interno le soluzioni, invece di portarne avanti una sola nei consessi internazionali. Gli Stati Uniti fanno finta di niente e il Regno Unito continua a dispensare giudizi, critiche e consigli sulle pagliuzze negli occhi altrui.

 Gira che ti gira i problemi sono però venuti a galla. Per l’Unione Europea, il prof. Otmar Issing, che ha avuto un peso rilevante nel plasmare i modi d’essere della Banca centrale europea, ha sostenuto una tesi alquanto curiosa: il trasferimento delle sovranità monetarie nazionali escludeva ogni condivisione dell’idea di unione politica, dimenticando che nasce dalla proposta Jenkins-Delors ricordata come “money first” (iniziamo con la moneta).

 Questa idea, chiaramente espressa dai promotori, era di far trascinare dall’euro il completamento dell’unificazione politica che, come ci ha ricordato George Soros, è indispensabile per esercitare in modo indipendente la sovranità monetaria. Ma c’è di più: il Rapporto Cecchini, usato per convincere i riluttanti a sottoscrivere il Trattato di Maastricht, prevedeva che, alle condizioni previste dall’accordo, la crescita “supplementare” dell’Unione Europea sarebbe stata nell’ordine di oltre il 5% in termini reali, molto prudentemente abbassata al 4% dai Capi di Stato firmatari, che per primi mostrarono scetticismo e prudenza. Se il prof. Issing rispecchia l’intendimento della Germania, dobbiamo concludere che qualcuno ha barato e i cittadini europei beffati. Un chiarimento è d’obbligo, altri-menti si alimenta il vecchio odio tra nazioni che ha afflitto per secoli il Vecchio Continente e fa capolino nella disputa in corso tra Grecia e Germania.

Per la exit strategy, la dichiarazione del Fondo monetario internazionale è altrettanto curiosa e, per certi versi, scontata: occorre ridurre le pensioni e l’assistenza sanitaria (Obama che ne pensa?). Persa la guerra, come noto i generali danno la colpa ai soldati. Poiché sarà oltremodo difficile praticare una politica che penalizzi i poveri, l’alternativa è scontata: più tasse sui ricchi, considerando tali anche chi non lo è, per avere un gettito tributario proporzionale all’entità del problema.

 Per l’eccesso di debito pubblico se ne sentono di tutti i colori: dalla costituzione di un fondo europeo per le emergenze proposto da Barry Eichengreen, alla concessione del “sabatico” (assenza) dagli impegni dell’euroarea da concedere alla Grecia proposto da Francesco Giavazzi e a quella che il mercato affosserà l’euro, tesi cara a una schiera di illustri economisti americani (che non sempre dedicano pari attenzione al futuro della loro moneta). Una ciliegina sulla torta l’hanno messa Carmen Reinhart e Kenneth Rogof con la loro stima che un debito pubblico superiore al 90% rispetto al Pil conduce i Paesi nell’area della sfiducia e del default.

 Il problema del debito pubblico che impedisce un rientro nel rigore delle politiche monetarie e fiscali, assolutamente necessario per non sconvolgere le scelte di risparmio e di investimento, è quello avanzato su queste colonne di parcheggiare parte dei debiti presso il Fondo monetario internazionale. Essa nasce dalla valutazione che il problema non possa essere affrontato con politiche ordinarie, perché esse, oltre ad avere effetti deflazionistici gravi sul reddito e sull’occupazione, avrebbero (soprattutto se si aumentano i tassi dell’interesse) effetti boomerang sui deficit e debiti pubblici. Ricerche maturate in seno alla Banca dei regolamenti internazionali di Basilea indicano la possibilità che i rapporti tra debito pubblico e Pil possono più che raddoppiarsi e quadruplicarsi in un breve arco di tempo e il problema potrebbe perciò aggravarsi in tutti i suoi aspetti e le soluzioni diverse dai fallimenti degli Stati sempre più difficili. Le soluzioni tecniche per un parcheggio internazionale si possono trovare. Bisogna essere però d’accordo sulla diagnosi e i Governi ancora una volta non lo sono.

da Il Messaggero del 1 marzo 2010

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