Il problema italiano resta la crescita

di Paolo Savona - 22/02/2008 - Economia
Il problema italiano resta la crescita
Ormai tutti i centri pubblici e privati di previsione economica danno per certo che la crescita dell’economia italiana sarà modesta, pari allo 0,7%,la metà di quanto era stato preso a base per preparare il bilancio dello Stato per il 2008. Questo risultato è in linea con le previsioni di una parallela decelerazione negli Stati Uniti e nell’area dell’euro, la cui domanda ha un peso importante nel determinare le nostre esportazioni e, per questa via, il nostro saggio di sviluppo dell’attività produttiva. Le cause che vengono frequentemente indicate per questa generale revisione al ribasso della crescita sono due: l’aumento del prezzo delle materie prime e le conseguenze della crisi dei mutui subprime.

Secondo le statistiche dell’Economist, nel corso di un anno il petrolio è aumentato del 57% e gli alimentari del 54%. L’erosione del potere di acquisto dei salari conseguente all’inflazione, oltre a creare problemi sociali di non poco conto, ha ratto cadere la domanda di consumi e neanche una politica espansiva, come quella prontamente attuata dagli Stati Uniti, potrà consentire un rapido adattamento dell’attività produttiva alle nuovi condizioni. La maggiore tenuta produttiva della Cina, che continua a registrare un saggio di crescita di oltre il 10%, e dell’India, che cresce poco al disotto, e di altri paesi emergenti, molti dei quali procedono a tassi superiori al 5%, ha impedito un rovesciamento più netto del ciclo economico in cui siamo entrati.
 
In Italia, l’esigenza di riequilibrare i conti pubblici e la mancata definizione di una politica del cambio nell’euroarea hanno sommato a questi effetti deflazionanti esterni altri di origine interna: la pressione fiscale è aumentata di circa 2 punti di PIL e l’euro si è rivalutato del 10%. Questi due effetti si sono calati in un habitat dove i problemi di competitività restano quasi tutti irrisolti. Non a caso il settore più esposto alla concorrenza, come è certamente quello industriale, ha registrato nel dicembre 2007 una caduta di oltre il 6%.
 
Questo quadro piuttosto negativo ha maggiori conseguenze sul piano sociale e politico di quanto non ne abbia sul piano economico, dato che le imprese più dinamiche possono sopravvivere, come hanno fatto, investendo e producendo all’estero.
 
Esiste però una fascia di impreseche, per dimensione e capacità imprenditoriali insufficienti, faticherà a sopravvivere in questo ciclo insieme deflazionistico e inflazionistico. Le prime battute elettorali sembrano indicare che i due grandi schieramenti politici siano maggiormente preoccupati di sanare le conseguenze sociali di questo ciclo economico, di quanto non lo siano di dare priorità alle esigenze del mondo della produzione, la cui crescita è l’unica via per invertire le previsioni negative.
 
C’è da augurarsi che nel corso della campagna elettorale si abbia il coraggio di spiegare questa esigenza e chiedere il consenso dell’elettorato a una strategia in cui si offrono più opportunità e non più assistenza. Non è un caso che negli Stati Uniti Obama pone a base della sua strategia economica la creazione di 2 milioni di posti di lavoro (cioè maggiori opportunità), mentre da noi si propone di rigenerare i redditi minori, che sono la gran parte, attraverso interventi dello Stato (cioè con maggiore assistenza).
 
Concentrarsi sulla crescita della nostra attività produttiva è un passaggio indispensabile per rigenerare fiducia sul nostro immediato futuro in attesa che il resto del mondo sani le sue ferite e i provvedimenti presi sviluppino i loro effetti. Occorre impostare una politica economica che premi innanzitutto chi farà meglio dell’anno trascorso, dal lato della produzione come da quello dell’occupazione.
 
A questo fine lo Stato dia il buon esempio mettendo sul tavolo l’intero patrimonio pubblico per incrementare il patrimonio produttivo e liberarsi del vincolo dei parametri fiscali europei che diventeranno ancora più stringenti per il solo fatto della caduta produttiva prevista.

da Il Messaggero, venerdì 22 febbraio 2008
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