Le ragioni del G8, la formula dell'Aquila

di Paolo Savona - 20/07/2009 - Economia
Le ragioni del G8, la formula dell'Aquila
Spentesi le luci del G8 dell’Aquila che cosa è rimasto? Innanzitutto la conferma che l’Italia fa miracoli in condizioni complesse e avverse, dimostrando capacità organizzative per procedere con stile di vita raffinato anche in una città mezzo distrutta dal terremoto e per evitare tensioni non sopite come quelle esplose otto anni fa al G8 di Genova (sorge spontaneo il quesito del perchè non si possa avere lo stesso per treni e aerei e altre nostre disfunzioni).

Quando è in gioco la credibilità, il Paese e le sue istituzioni superano sempre la prova. Va constatato inoltre che è aumentata la coscienza della necessità di una maggiore cooperazione internazionale, come testimonia la presenza di 25 capi di Stato 14 alti funzionari sopranazionali. All’Aquila non solo è stato ribadito che la crisi economico-finanziaria è globale e richiede soluzioni di pari livello, ma anche che tutti i problemi sono tali e nessun Paese, per potente o grande che sia, può risolverli da solo.

Si afferma che i Paesi del G8 contano per la metà della produzione globale, ma non sono rappresentativi in termini di popolazione, avendone meno di un settimo del totale. Si propone di muovere vero un G14 che, includendo i Pesi già emersi o emergenti, porterebbe all’80% il suo peso sul prodotto mondiale e coinvolgerebbe una fascia più rappresentativa della popolazione del Pianeta. Il Summit dell’Aquila non ha negato l’utilità del G20, come dimostrano i ripetuti appuntamenti presi per il suo incontro di Pittsburgh, ma dovrebbe prevalere la coscienza che più si amplia il Gruppo, più difficile sarà raggiungere accordi. Meglio sarebbe, anche per l’Italia, difendere l’attuale composizione in nome dell’efficienza ed efficacia delle decisioni, anche se comporta un sacrificio della rappresentatività. La “formula dell’Aquila” di associare a singole decisioni altri Paesi appare la più intelligente e utile.
Oggi già esiste una pletora di istituzioni sopranazionali, verso il cui eccessivo costo si è alzata anche la voce dl Pontefice. Occorrerebbe semplificarla e non ampliarla perché, se si vuole il mercato globale – che, come ammettono gli stessi Paesi emergenti, ha tolto dalla povertà miliardi di persone in un decennio – vie è urgente bisogno di un unico governo globale.

Poiché per ora è impossibile averlo e fors’anche non auspicabile, il G8 è indispensabile per concertare nuove regole di governance delle relazioni internazionali, sottraendole all’arbitrio dei più forti o dei più scaltri, nonché alle rivendicazioni ideologiche dei più piccoli.

Il caso da manuale è il clima. Abbassare di 2 gradi la temperatura sulla Terra riducendo in quasi mezzo secolo la metà dei gas nocivi immessi nell’atmosfera richiede l’adesione della maggior parte dei Paesi. Cina e India, con oltre due miliardi di abitanti e produzione in forte crescita, non hanno ratificato la decisione, chiedendo un accordo più equo e sostenendo che inquinano per abitante un terzo di quanto fanno i Paesi industrializzati (un settimo rispetto agli Stati Uniti). Ma la direzione di movimento è stata accettata da tutti e ciò implica che i Paesi sviluppati devono fare di più rispetto a quelli emergenti, ma ora anche questi ultimi debbono fare la loro parte, e non è roba da poco. Il prossimo appuntamento è alla conferenza dell’Onu indetta a Copenaghen.

Per il resto, dal Summit del G8 dell’Aquila sono uscite dichiarazioni insoddisfacenti sul piano concreto, ma un lungo cammino inizia sempre con un primo passo. I capi di Stato hanno deciso di continuare nelle politiche economiche intraprese a sostegno dell’attività produttiva, respingendo la richiesta (della Germania?) di tracciare fin d’ora un piano di rientro dai deficit dei bilanci pubblici che implicherebbe tagli di spesa e nuove tasse. Sappiamo che tutti i Paesi, Italia compresa, hanno queste preoccupazioni, ma evidenziarle in un piano scoraggerebbe l’affermasi di aspettative favorevoli e tarderebbe il manifestarsi di una ripresa forte e duratura. Se essa arriva, i deficit si risaneranno da soli (in parte?). Hanno perciò preso impegno (in 17 Paesi e non solo in 8) a non effettuare svalutazioni competitive, a migliorare il funzionamento del sistema monetario internazionale e a concludere gli accordi di ampliamento dell’area di libero scambio (il c.d. Doha round) entro il 2010. Hanno infine concordato di procedere sulle linee di riforma delle regole finanziarie per migliorare la trasparenza e la serietà (o, se si preferisce, etica) delle contrattazioni e di rendere efficace la lotta ai paradisi fiscali. Se anche non ci sono stati passi avanti, non ce ne sono stati indietro, pur restando certi fin d’ora che essi ci saranno una volta che i capi di Stato saranno “tornati a casa”. Ma chi lo farà se la vedrà al G20 di Pittsburgh o da qualche altra parte.

Un passo avanti si è avuto invece nei confronti dell’Africa, ponendo a disposizione un fondo di 20 mld di dollari per alleviare l’assillo della fame non con donazioni, ma propiziando nuove produzioni locali.

Non è mancato un fermo richiamo all’Iran e alla Corea del Nord per le loro ambizioni nucleari, senza però disporre sanzioni al fine di tenere aperto un dialogo reso concreto dal recente impegno russo-americano di riduzione degli arsenali esistenti. La politica del dialogo dell’amministrazione Obama sostituisce quella della prova di forza dell’amministrazione Bush. Essa rappresenta la vera concreta eredità del Summit dell’Aquila, nella speranza che funzioni meglio dell’altra per la pace nel mondo e non rovesci il vecchio detto che “tentare non nuoce”. In un mondo ancora basato sulla forza militare ed economica, il dialogo, sempre preferibile, nasconde certamente i suoi rischi.

da Il Messaggero del 12 luglio 2009
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