Ora il re è nudo, apriamo gli occhi

di Paolo Savona - 04/06/2010 - Economia
Ora il re è nudo, apriamo gli occhi

Nel dibattito economico avviato dalle decisioni europee prese per difendere l’euro, dalla manovra conseguente del Governo italiano e dalla Relazione del governatore della Banca d’Italia emerge una comune valutazione sulla necessità di rientrare dai disavanzi pubblici senza causare deflazione. I più azzardati sostengono che le manovre fiscali devono anche propiziare la crescita e i meno azzardati che è giunto il momento di procedere a più serie riforme, senza una chiara indicazione di quali sarebbero i contenuti che le persone incise dai provvedimenti sono disposte ad accettare. Di questa comune valutazione condividiamo solo la necessità di riassorbire i disavanzi pubblici che il mercato o, meglio, quella stessa parte di esso che ha combinato tanta parte dei guai che si devono affrontare, spinge i governi ad agire, mentre ribadiamo ancora una volta che gli strumenti che si intendono attivare non potranno raggiungere lo scopo e, nel migliore dei casi, sposteranno nel tempo la soluzione del già grave problema del debito pubblico.

In un solo caso il rischio di deflazione insito nelle manovre in corso potrà essere evitato: se il traino della domanda mondiale più che compenserà la caduta della domanda indotta dal rientro dai deficit pubblici. Lavorano in tal senso gli Stati Uniti, ma il mondo li deve finanziare tollerando un disavanzo pubblico dell’11%, contro uno del 12,8 nel Regno Unito, del 7,9% in Giappone, del 7,1% dell’euroarea (che non racconta tutta la storia dei deficit del Vecchio Continente), del 6,8% in Sud Africa e del 6,0% in India, per citare i più importanti. Tenendo conto che gli avanzi di bilancia estera del Giappone non bastano al Paese stesso, i risparmi della Cina e dell’Arabia Saudita, più altri piccoli Paesi, non riusciranno a compensare i bisogni del resto del mondo. La Cina è peraltro alle prese con una bolla speculativa nelle costruzioni di non facile soluzione senza ridurre il suo saggio di crescita. L’idea che guida le manovre è che, riducendo l’assorbimento di risparmio da parte del pubblico, si ricrea spazio per il risparmio privato e, con esso, si riavvia lo sviluppo. Se lo scetticismo è l’insegnamento della storia economica, lo è altrettanto il dubbio. E questo resta forte.

Il secondo rischio, quello di una aggravamento o, quanto meno, di una perpetuazione della pesantezza dei debiti pubblici resterà nell’agenda dei Governi e negli “interessi” della speculazione. Per frenare quest’ultima si devono frenare i mercati, aumentando l’intervento degli Stati, che proprio nei controlli hanno dato scarsa dimostrazione di efficacia. I dissensi e i conseguenti ritardi decisionali non consentono di farsi illusioni in proposito.

Il problema è quindi il debito pubblico ed esso non può essere affrontato indirettamente, con le manovre di riduzione dei deficit annuali, nella speranza, perché tale resta, che il reddito cresca e, con esso il gettito tributario. In breve, un circolo virtuoso affidato al caso. I debiti pubblici vanno affrontati direttamente, a livello globale o, quanto meno, europeo, per ricostruire le condizioni per un’applicazione non deflazionistica del rigore fiscale e monetario. Non facciamoci illusioni, la ripresa attuale è frutto di un recupero incompleto dei livelli di attività precedenti, ma le prospettive sono per investimenti minori che andranno a sommarsi agli effetti della tassazione e dei bassi tassi dell’interesse sulla formazione di risparmio, quello che serve per finanziare gli squilibri elevati nelle bilance estere, divenuti malauguratamente il motore della crescita globale.

Le soluzioni “dirette” restano due e prima le si attiva, meglio ne usciamo. Una soluzione è quella di parcheggiare parte dei debiti pubblici presso il Fondo monetario internazionale, denominandoli in diritti speciali di prelievo, concedendo ai Governi di rimborsarli in tempi e a condizioni accettabili, senza insolvenze. Subordinatamente, in caso di insuccesso internazionale dell’iniziativa, l’Unione Europea deve provvedere a parcheggiarli presso la Banca centrale europea o ente di nuova costituzione. La seconda è cedere patrimonio pubblico per cancellare parte del debito. I fautori di questa soluzione sono per ora due: il prof. Carlo Pelanda, che scrive dalle colonne del “Foglio”, e l’autore di questo quotidiano, mentre il grande ispiratore dell’idea, il prof. Giuseppe Guarino, si è chiuso in un inspiegabile silenzio. Ma, come noto, finché c’è qualcuno che grida il re è nudo, si può sperare di aprire gli occhi al prossimo.

da Il Messaggero del 2 giugno 2010

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