Recesssione e stretta creditizia: sotto la banca l' industria crepa

di Massimo Lo Cicero - 03/04/2009 - Economia
Recesssione e stretta creditizia: sotto la banca l' industria crepa
Viviamo tempi singolari. La Banca d’Italia ed il Governatore della stessa, Mario Draghi, commentano con la dovuta preoccupazione gli effetti di una progressiva contrazione dell’offerta di credito. Circostanza denunciata anche da Confindustria e da molte altre organizzazioni imprenditoriali. Le banche, al contrario, insieme con la propria associazione di categoria, sottovalutano il problema e dimenticano che, tra banche ed imprese, non può non valere la massima, fin troppo abusata, del simul stabunt simul cadent.

Partiamo dalle cronache e dai giudizi di Mario Draghi
[1]:  “I prestiti erogati dal sistema bancario italiano, ancora in vivace espansione nella prima parte del 2008, hanno rallentato nel corso dell’anno; la decelerazione si è fatta brusca negli ultimi mesi. Nel quarto trimestre la crescita del credito al settore privato è scesa al 4,2 per cento su base annua, la metà di quella dei tre mesi precedenti. Nell’anno la consistenza è cresciuta del 7,4 per cento, oltre 3 punti in meno rispetto al 2007. Secondo le informazioni provvisorie relative al campione di banche che fornisce statistiche decadali, in gennaio la consistenza del credito complessivo avrebbe ristagnato; se confermato, tale andamento comporterebbe in un solo mese una flessione dell’ordine di mezzo punto del tasso di crescita sui dodici mesi. Il rallentamento è comune agli altri maggiori paesi europei e ha interessato tutte le aree del nostro paese e tutte le categorie di debitori. Il tasso di crescita è modesto soprattutto per le piccole imprese, l’industria manifatturiera; le costruzioni hanno avuto un rallentamento particolarmente marcato. Il calo della produzione e le prospettive congiunturali incerte hanno depresso la domanda di fondi per investimenti fissi e circolante. La domanda di prestiti delle famiglie risente della flessione dell’attività nel mercato immobiliare e della caduta dei consumi di beni durevoli. Nel 2008 i prestiti al settore sono cresciuti del 6 per cento, contro incrementi superiori al 10 per cento negli anni precedenti. Rimane vivace la crescita dei prestiti personali. Sull’andamento del credito hanno influito anche politiche di offerta più caute adottate delle banche in seguito all’aumento del costo della provvista, alla parziale chiusura dei canali di raccolta sui mercati internazionali, al deterioramento del merito di credito della clientela, alla necessità di rafforzare il rapporto tra patrimonio e attivo per far fronte alle pressioni provenienti dai mercati, in una fase di elevata incertezza”.

E’ un dato condiviso da tutti i commentatori
[2] che le dinamiche aperte dalla crisi finanziaria globale, nel corso del 2008, abbiamo generato una marcata caduta della fiducia tra le istituzioni finanziarie e, di conseguenza, abbiano alimentato un clima recessivo sul terreno economico. La perdita della fiducia non determina, ovviamente, la scomparsa dei valori reali dell’economia - gli impianti delle imprese, le conoscenze e le capacità delle risorse umane, l’utilità delle infrastrutture esistenti, il patrimonio delle famiglie o l’insieme dei loro bisogni - ma determina una diffusa percezione della impossibilità di ripristinare, ai livelli precedenti la crisi, il circuito del reddito: la relazione che, collegando tra loro consumo e domanda effettiva, alimenta la progressiva espansione del reddito ed apre la prospettiva di una iterazione virtuosa tra risparmio ed investimenti grazie alle anticipazioni finanziarie delle banche nei confronti delle imprese.

Lo stallo della crisi finanziaria non agisce direttamente sulla interazione tra banche ed imprese. Le banche, e questa è certamente una delle determinanti di fondo della crisi mondiale, hanno utilizzato l’innovazione disponibile, le tecniche della cartolarizzazione e dell’ingegneria finanziaria combinate con la diffusione dei derivati, guardando piuttosto al mercato degli stock, di titoli e di moneta, che non al circuito del reddito e degli investimenti. Non è vero che questa pericolosa trappola non fosse stata avvertita dalla cultura economica.

Diceva Guido Carli nell’aprile del 1997 “La globalizzazione dei mercati finanziari ha arricchito la gamma delle opzioni offerte ai risparmiatori, ha agevolato la ottimizzazione della composizione dei loro portafogli, ha eliminato gli attriti ai trasferimenti di capitale dai paesi nei quali vi è un eccesso di risparmio a quelli nei quali vi è difetto …. Sospettoso dei mutamenti, che lì per lì suscitano entusiasmo, mi chiedo se tutti i cambiamenti in atto ed in prospettiva nel sistema della finanza internazionale abbiano condotto e condurranno ad una allocazione di risorse reali … atta ad eccitare un più intenso sviluppo produttivo”. Ed aggiungeva “Quanto più il processo di securitisation si estende, tanto più l’attività delle banche si sposta verso quella di assunzione di garanzie: le banche garantiscono n degli emittenti i titoli ed il loro collocamento nel caso gli investitori rifiutino di sottoscriverli. La quantità di rischi che le banche assumono non muta, ma diviene più difficile individuarli e diviene più arduo misurarne l’intensità”. Una trasformazione che sposta i mercati finanziari dalla valutazione e dalla concessione del credito ad una battaglia competitiva tra banche ed intermediari non bancari che riduce progressivamente la dimensione delle commissioni di negoziazione sulle transazioni in titoli. “(Questa) concorrenza - conclude Carli - comprime la profittabilità delle banche e spinge a ricercare nuove forme di attività, in alcuni casi al di là dei limiti di prudenza”
[3].

Un cerchio che si chiude, molti anni dopo, con l’intervista rilasciata da Isidoro Alberini, il decano di piazza affari a Milano, ad Antonella Olivieri, ed apparsa su Il sole 24 ore del 22 febbraio 2009, nella quale, commentando la deriva lunga della crisi, ammette “l’ingordigia è alla base di tutto, una spinta che alla fine ha rotto gli argini”. Esiste, insomma, e non è facilmente contestabile, una dimensione di opportunismo e di azzardo morale da parte dei gruppi dirigenti delle banche nelle origini della crisi in atto. Come esiste, anche ed ovviamente, un deficit di regole e di vigilanza sul sistema. Ma proprio questa responsabilità soggettiva, che rimane tutta sul sistema delle banche, imporrebbe alle stesse di prender coscienza della esigenza, che oggi viene loro riproposta dalle banche centrali stesse, di tornare alla valutazione ed alla concessione del credito agli investimenti come dimensione principale della propria attività. Anche perché una ripresa degli investimenti da parte delle imprese rappresenta il complemento necessario del sostegno dei redditi e dei consumi, che i governi mondiali stanno proponendo come azione anticiclica per fronteggiare la recessione economica. Se ritornasse la fiducia in una prossima espansione del circuito del reddito riprenderebbe valore anche la ricchezza finanziaria. Anche perché una dilatazione degli investimenti deve essere considerata secondo una duplice prospettiva. Essa non rappresenta solo un aumento della domanda effettiva ma anche un incremento della dotazione esistente di capitale e, dunque, deve essere misurata in relazione al valore atteso che la nuova produttività generale del sistema potrà esprimere grazie alla realizzazione di questo incremento di capitale. Sia quando quel capitale si traduce in infrastrutture collettive che quando esso diventa capacità e conoscenze delle risorse umane oppure nuovi impianti, con i quali le imprese esistenti debbano, e possano, sviluppare la propria attività. Se questa nuova e diversa produttività non dovesse manifestarsi, si dovrebbe trarre da questa circostanza il giudizio che quegli investimenti non abbiano avuto un adeguato ritorno, un rendimento capace di sostenere il costo che essi hanno comportato in termini di assorbimento del risparmio che hanno consumato. Ed in questo caso sarebbe davvero maturata un perdita di valore reale per l’intera economia. La trasformazione di quel risparmio in investimento richiede l’intermediazione di banche ed istituti finanziari, la partecipazione attiva di imprese ed attori, locali o nazionali, della pubblica amministrazione.

A
ffrontare questo complesso di eventi concatenati tra loro nel corso di una grave crisi di fiducia, che strozza la funzionalità dei mercati reali come di quelli monetari, non è affatto semplice.

Esistono almeno cinque ordini di problemi dalla difficile soluzione:
o       un clima di dichiarata sfiducia, nei mercati interbancari, tra gli stessi intermediari finanziari;
o       una cattiva e deformata percezione del rischio, che impedisce una piena e reciproca integrazione tra domanda ed offerta di strumenti creditizi e finanziari;
o       una diffidenza diffusa dei risparmiatori verso gli strumenti finanziari sui quali dovrebbe orientarsi l’offerta del proprio risparmio;
o       una grave carenza di liquidità e mezzi disponibili che comprime la spesa pubblica, a livello locale come a livello nazionale, e che moltiplica la difficoltà di compensare gli effetti dir azionamento del credito con quelli di una moderata e qualificata espansione della domanda effettiva, per tonificare mercati deflazionati dagli effetti della recessione sul reddito delle famiglie;
o       una marcata aggressività, sotto il profilo delle modalità di esazione delle imposte e di erogazione dei crediti, vantati dalle imprese contro la pubblica amministrazione, generata dall’esigenza di risanamento dei conti pubblici ma oggettivamente squilibrata, ai danni delle imprese, in ragione dello scompenso che si crea tra imposte, prelevate comunque, e crediti diventati, grazie a procedure vessatorie e poco utili alla riqualificazione del rapporto tra imprese ed amministrazioni pubbliche, praticamente inesigibili.

Gli ultimi due punti impediscono, in pratica, che un modesto effetto congiunturale, la moltiplicazione della domanda effettiva, si presenti come tonico complementare alla terapia più radicale, e necessaria, del processo di accelerazione della crescita grazie ad un crescente volume di intermediazione tra risparmio ed investimenti capaci di allargare l’offerta aggregata.

E’ certamente vero che, senza questa espansione dell’offerta aggregata non esisterebbe alcuna crescita reale e che una, eventuale, espansione della domanda aggregata potrebbe risolversi in un incremento generalizzata dei prezzi monetari od in una espansione delle importazioni, ovvero in una combinazione di entrambe. Ma è anche altrettanto vero che, senza un tonico congiunturale, che contribuisca a ricostruire il clima di fiducia tra banche, imprese e risparmiatori, è velleitaria qualsiasi pretese di potere e volere, davvero, riattivare la crescita da parte delle autorità di governo, locali o nazionali che esse siano.

Mario Draghi aveva anticipato da alcuni mesi questa combinazione negativa generata dalla sovrapposizione tra crisi dei sistemi finanziari e recessione dell’economia mondiale [4]. “Con il fallimento del gruppo Lehman nel settembre scorso, la crisi iniziata nell’agosto del 2007 diventa sistemica, i suoi effetti si propagano con velocità crescente. Le preoccupazioni sulla solidità delle controparti si fanno acute; l’emissione di strumenti di capitale sul mercato diventa ancora più difficile e costosa; all’aumento della sfiducia si accompagna la rarefazione della liquidità; si assiste a una drammatica discesa delle quotazioni azionarie, anche per l’insorgere di preoccupazioni riguardo agli effetti della crisi sulle economie reali. La reazione dei governi e delle autorità monetarie acquisisce via via forza e capacità di coordinamento internazionale. Cresce la consapevolezza del beneficio di un’azione vigorosa e comune, che tenga conto delle interazioni esistenti tra le politiche nazionali e riconduca i diversi interventi inizialmente adottati dai governi a uno schema coerente … Evitare che l’inasprimento delle condizioni creditizie per famiglie e imprese e il deterioramento del ciclo economico si rafforzino a vicenda in una spirale negativa è la sfida che le autorità devono affrontare nell’immediato”. Lo scriveva Mario Draghi nel testo della sua relazione all’ultima Giornata Mondiale del Risparmio, ed aggiungeva che “L’Italia – al pari degli altri grandi paesi dell’area – sta risentendo dell’avversa congiuntura internazionale. Il rallentamento della domanda mondiale frena le nostre esportazioni, che avevano sostenuto l’economia nell’ultima fase espansiva.

Vi si associa la debolezza della domanda interna. La moderata dinamica del reddito disponibile reale delle famiglie, l’incertezza aumentata dall’aggravarsi del clima economico si riflettono sui comportamenti dei consumatori. Si comprimono le spese, soprattutto quelle più facilmente rinviabili. Gli acquisti di beni durevoli, quelli di autoveicoli in particolare, si sono fortemente contratti. Attese di una domanda in flessione, maggiore avversione al rischio, influenzano le decisioni di investimento. Azzerare le conseguenze della crisi non è oggi un obiettivo realistico, ma attenuarne il peso e preparare il terreno per un rilancio più rapido e duraturo con appropriate misure di politica economica è possibile. Le politiche economiche nazionali contano.

Occorre innanzitutto evitare che la crisi si traduca in una severa contrazione dei flussi di credito all’economia reale; in secondo luogo, è necessario attivare efficaci politiche di sostegno che contrastino le tendenze recessive in atto. Non mancano nella nostra economia punti di forza, su cui contare per una risposta efficace alla crisi. Alla ristrutturazione dell’apparato produttivo, osservata negli ultimi anni, si aggiungono l’ancora alto tasso di risparmio e il basso indebitamento delle famiglie”. Purtroppo l’anello debole, della nostra economia, si colloca proprio nel triangolo delle Bermuda: quello che non è ancora riuscito a collegare tra loro in maniera efficace politica fiscale, politica monetaria ed un clima di reciproca cooperazione tra banche ed imprese.

[1] Il Governatore ha partecipato, il 21 di febbraio del 2009, al 15° Congresso degli operatori finanziari, organizzato a Milano da AIAF, ASSIOM ed ATIC FOREX. Il testo del suo intervento si può leggere nella versione integrale at http://www.bancaditalia.it/interventi/integov [2] Si vedano l’articolo di Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera del 22 febbraio 2009, “Come salvarci dall’abisso” e quello di Luigi Spaventa su La Repubblica del 17 gennaio 2009, “L’economia non è un oroscopo”.[3] Si veda Guido Carli, “Il disordine nel tempio della finanza internazionale”, in Guido Carli, Pensieri di un ex Governatore, Edizione Studio Tesi, Pordenone 1988, pagine 161 e seguenti,[4] Si vedano sia l’intervento del Governatore alla Giornata Mondiale del Risparmio del 2008, Roma 31 ottobre 2008, che quello svolto nell’audizione parlamentare del 21 ottobre 2008, dal titolo: Un sistema con più regole, più capitale, meno debito, più trasparenza.

pubblicato su Mondo Operaio il 22 febbraio del 2009 



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