Relazione del Ministro Paolo Savona alla Terza Lezione Enzo Grilli: "Sull’importanza dell’equilibrio tra Democrazia, Stato e Mercato"

di Paolo Savona - 12/07/2018 - Economia
Relazione del Ministro Paolo Savona alla Terza Lezione Enzo Grilli: "Sull’importanza dell’equilibrio tra Democrazia, Stato e Mercato"

 

 

 

 

 

  1. Premessa.

Queste mie riflessioni non datano da oggi, ma maturano a seguito della nomina a Ministro per gli Affari Europei. Come avevo più volte precisato, prima di prendere la parola sui problemi che l’Unione Europea deve prendere in considerazione per recuperare consenso, ho atteso di ricevere le deleghe per agire, di conoscere i risultati del Summit europeo di fine giugno, di consultare i colleghi nell’ambito del Comitato Interministeriale per gli Affari Europei e di riferire i risultati alle Commissioni competenti della Camera e del Senato riunite in seduta comune. Questo iter si è concluso il 10 luglio. Ho espressamente ricercato la legittimazione democratica della mia azione in Europa che i media non potevano, né la gran parte voleva darmi con la disordinata presentazione delle mie idee. Le linee concordate con i colleghi di Governo sono che dobbiamo raccordare le proposte in discussione a Bruxelles (e altrove) con alcune riforme indispensabili dell’architettura istituzionale dell’Unione Europea per avviare congiuntamente una politica che affronti il problema della bassa crescita europea, la sua distribuzione non equa e la conseguente crescente disaffezione dei cittadini verso le istituzioni europee. Poiché il testo dell’audizione parlamentare è stato reso pubblico, posso ora collocare entro una tematica più ampia le relazioni che intercorrono tra il programma di Governo, fondamento operativo, e la democrazia, lo Stato e il mercato, fondamenti istituzionali, su cui si regge una moderna società.

 

  1. Il quadro di riferimento.

La convivenza civile progredisce se si trova un equilibrio tra i ruoli che devono svolgere la democrazia, lo Stato e il mercato. Sostenere questa tesi mi appare un modo adatto per onorare la memoria di Enzo Grilli, avendo discusso questo tema più volte con lui e con la gran parte dei presenti in questa prestigiosa Sala del Senato nel corso dei Cenacoli della Fondazione Ugo La Malfa. Come studioso e come alto funzionario di organismi nazionali e internazionali, Grilli ha dedicato la sua vita allo studio delle determinanti dello sviluppo, pubblicando prima della sua prematura scomparsa un’opera che aggiorna sul piano teorico e sulla base statistica la celeberrima Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith [1]. Ho affrontato lo stesso tema, però secondo un’ottica diversa, nel lavoro che ho portato a termine al Nuffield College di Oxford, uno dei tanti sogni da me vissuti insieme agli incubi patiti per l’arretramento del Paese dalle posizioni raggiunte [2]. Di questo scritto fu detto che avevo “cambiato mestiere” e la mia risposta fu che gli andamenti dell’economia globale non riguardano l’economia in senso stretto, ma la politica o, più precisamente la politeia, l’organizzazione del bene comune, alla quale anche gli economisti devono contribuire.

Provo a precisare meglio il concetto di “equilibrio dei ruoli”, sia perché lo considero il tema centrale della convivenza civile, sia perché sono sempre più convinto che il problema europeo nasca dal non aver ricercato questo equilibrio, forse neanche lo ha voluto chi era cosciente dell’esistenza del problema.

In un testo che ha avuto molta popolarità, Dani Rodrik avanzò l’interpretazione che il processo di globalizzazione, soprattutto finanziaria, sia incompatibile con le democrazie nazionali, suggerendo che si dovesse pervenire a uno Stato sovranazionale; oppure limitare la globalizzazione per difendere democrazie e Stati nazionali. Egli definisce questa scelta “il fondamentale trilemma politico dell’economia mondiale”, che oggi stiamo vivendo. Il suo approccio è caratterizzato dalla costatazione dell’esistenza di un permanente disequilibrio tra le tre istituzioni [3].

L’Unione Europea ha scelto l’inconciliabilità tra il mercato e lo Stato, con una democrazia di tipo indiretto e vincolata nel suo agire. Altri paesi hanno deciso diverse soluzioni e, quindi, diverse graduatorie di importanza tra le tre istituzioni. È raro il caso di un paese che si è posto esplicitamente il problema dell’equilibrio dei ruoli perché, lo ripeto, questo non proviene da una spinta innata nelle società. Anzi volge verso il disequilibrio.

Con Giovanni Farese ho pubblicato un articolo nel quale sostengo che l’inconciliabilità non è un fatto ineluttabile, ma policy induced, determinato dalle scelte politiche, ossia è parte della politeia, l’organizzazione del bene comune [4].

Questa mia riflessione è articolata in tre parti.

  • Spiego quale sia il significato e il ruolo che attribuisco a ciascuna delle tre istituzioni.
  • Indico in quale posizione si trovano l’Italia e l’Europa rispetto all’equilibrio tra democrazia, Stato e mercato.
  • Mi domando se basta una riforma dell’architettura europea per raggiungere l’equilibrio o è necessaria la nascita di uno Stato in una delle forme conosciute.

 

  1. I concetti di democrazia, Stato e mercato qui usati.

Per democrazia intendo un sistema di convivenza civile dove l’uomo è governato da leggi che contribuisce con gli altri uomini a determinare e non da “leggi” dettate da volontà a lui esterne. L’unica esternalità che l’uomo accetta in regime democratico è quella della maggioranza espressa nei modi democratici.

Per Stato Intendo un’organizzazione del bene pubblico che garantisca il rispetto delle leggi decise dalla democrazia e contrasti l’affermarsi di “leggi” dettate da altri uomini, come abusi o dittature.

Per mercato intendo il meccanismo che garantisce la migliore gestione delle risorse per produrre e commercializzare. L’esistenza della moneta e della finanza complica questa gestione fino a impedire il raggiungimento dell’equilibrio con i ruoli delle altre due istituzioni; perciò questo mercato richiede un trattamento particolare, i cui aspetti strettamente monetari verranno più oltre precisati.

Valanghe di interpretazioni si sono riversate su queste definizioni, ma quelle qui indicate rappresentano gli assunti (ipotesi o assumption) dei miei ragionamenti. Se, cambiando gli assunti, mutano i risultati, la validità dello sviluppo logico del mio modello di riferimento non perdono significato. Esistono più modelli esplicativi della realtà e la politica sceglie quello che ritiene funzionale agli obiettivi di “bene pubblico” da essa perseguiti. La non convergenza di ruoli verso l’equilibrio delle tre istituzioni è il problema irrisolto dell’Unione Europea.

Il mio modello implica che le reazioni di causa ed effetto si presentino come segue: il mercato decide il livello di produzione, la democrazia decide la distribuzione dei benefici e lo Stato garantisce che le due funzioni si esplichino secondo le regole dettate dalla democrazia per l’una e l’altra istituzione e, ovviamente, anche per se stesso. I fattori che ostacolano il pieno esplicarsi di questa catena di reazioni sono molteplici e sono all’origine delle distorsioni nella convivenza civile. Vediamone alcuni.

Il mercato non ha le caratteristiche ottimali che la teoria ipotizza debba avere affinché gestisca al meglio le risorse; esse si possono sintetizzare nella condizione in cui gli operatori siano price taker, prenditori di prezzo dalla concorrenza. Come ha brillantemente spiegato Paolo Sylos Labini, le innovazioni tecnologiche attribuiscono al mercato caratteristiche oligopolistiche [5]. La presenza di imprese di grande e crescente dimensione accentua la natura non competitiva del mercato. La diffusione della finanza come industria a se stante la sconvolge ulteriormente. Il risultato è che gli operatori sono in diversa misura price maker, determinano il prezzo, ossia non sono esposti alla concorrenza. La conseguenza è che il mercato finisce con il prevaricare le altre due istituzioni. La migliore illustrazione di questo effetto è quella data di recente da un politico tedesco: il mercato insegnerà agli italiani come votare.

L’UE non ha strumenti che contrastino una tale influenza sulla democrazia, che resta perciò subordinata, ossia non trova un equilibrio rispetto all’istituzione mercato. Non esiste uno Stato dietro queste due istituzioni, ma una burocrazia che ne svolge le veci. Come ha acutamente osservato Giuseppe Guarino, l’assenza di una mediazione politica esercitata da un Parlamento e un Governo democraticamente eletti induce ad assegnare alla burocrazia europea compiti da decidere sulla base di meccanismi parametrici che prescindono dalla realtà da governare. I cittadini elettori hanno avvertito queste limitazioni e hanno ridotto il consenso che in precedente avevano dato all’Unione Europea. Il rischio che la maggioranza lo azzeri alle prossime elezioni europee è elevato, come accaduto per la Brexit.

Un modo alternativo basato su solide radici logiche per precisare la dissonanza mercato-democrazia è quello di indicare che il primo garantisce la giustizia commutativa, rispondendo alle istanze meritocratiche e di progresso materiale avanzate dai cittadini, e la seconda garantisce la giustizia distributiva, rispondendo alle istanze solidaristiche e di avanzamento sociale presenti nella società [6].

Poiché le imperfezioni del mercato non garantiscono il pieno impiego, parte delle istanze di eguaglianza dei diritti di cittadinanza, la democrazia ha ampliato il suo compito redistributivo abbracciando quello di garantire il governo della crescita reale nella stabilità attraverso decisioni di politica economica (monetaria e fiscale). In Italia questa istanza è assurta a livello costituzionale [7]. L’Unione Europea si prefigge di migliorare il funzionamento del mercato competitivo, ma non quello di garantire il pieno impiego, rifiutando di riconoscere che questo obiettivo non può essere raggiunto in un regime economico di mercato unico e moneta unica e così incrinando il principio di sussidiarietà su cui si fonda l’Unione. Ne patisce la convivenza civile tra popoli europei e al loro stesso interno. 

A seguito della necessità di un apparato di intervento e di controllo si amplia l’architettura istituzionale dello Stato e il suo peso sulle altre istituzioni; la democrazia e il mercato restano in diversa misura vincolati nelle rispettive espressioni di volontà redistributiva e commutativa. Il cittadino avverte questa discrasia e affida le sue speranze alla protesta, con il rischio di una sua tracimazione fuori dalle tre istituzioni. La democrazia italiana, ancorché tacciata di populismo, ha incanalato la protesta nelle istituzioni, mentre l’Unione Europa mostra tendenze interne che rischiano di produrre il contrario.

Se nell’assolvimento del suo compito, la burocrazia pubblica si organizza come “potere costituito”, con le distorsioni tipiche così bene evidenziate dalla Scuola di Public Choice della Virginia, lo Stato finisce con il prevaricare il funzionamento della democrazia, ossia del “potere costituente”, e opera in modo tale da affidare alla volontà del mercato o alla sua contestazione la perpetuazione del proprio status privilegiato.  

Se la politica non è in condizioni di proteggere il cittadino dalla burocrazia o, per governare, si allea con la pubblica amministrazione, la democrazia risulta condizionata, se non proprio spogliata dell’esercizio delle sue funzioni redistributive, regolatorie e incentivanti.

Giungo al punto centrale della mia riflessione: è sempre la democrazia a essere oggetto di prevaricazioni da parte del mercato e dello Stato. La tesi dell’inconciliabilità tra le tre istituzioni di Rodrik afferma che ciò avviene per l’esistenza del solo processo di globalizzazione, non del mercato globale, che resta un’utopia in assenza di una moneta unica o del suo equivalente, i cambi fissi. Egli fotografia ciò che accade, non l’ineluttabilità pratica e la validità logica di un siffatto sbocco. Poiché l’equilibrio tra le tre istituzioni fondanti il benessere civile è determinato politicamente, sono i gruppi dominanti a decidere che l’incompatibilità debba prevalere, per loro convenienza. Nell’equilibrio tra le tre istituzioni vi è quindi un agente esterno ai cittadini elettori, ai burocrati e agli operatori economici e finanziari più coscienti, non legittimato sul piano democratico.

Spetta al popolo o, per meglio dire ai popoli se parliamo d’Europa, decidere se accettare questa condizione; se si vuole opporre deve riprendere la lotta che ha contraddistinto storicamente l’affermarsi della democrazia nei territori dove la convivenza civile ha registrato maggiori progressi. La lotta per un sistema più giusto non ha mai fine e non solo perché mutano le tecnologie e gli equilibri geoeconomici e geopolitici.

 

  1. L’equilibrio tra istituzioni in Italia e in Europa.

Su questi temi l’Italia e l’Unione Europea rappresentano laboratori socio-politici che meritano una particolare attenzione.

L’Italia presenta debolezze nella concezione della democrazia e dello Stato e non ha una chiara visione del ruolo che deve svolgere il mercato. I cittadini non hanno interiorizzato il principio a fondamento della democrazia, conosciuto in letteratura come “regola della legge” (the rule of law). Chiedono che la democrazia fornisca garanzie per tutti i rischi della vita, redistribuendo in continuazione reddito e ricchezza, pur mantenendo un’attitudine sostanzialmente contraria al ruolo equilibrante che può svolgere il mercato nella creazione delle risorse da distribuire, mentre assegnano genericamente “allo Stato” questo ruolo. L’implicazione è che si espande sempre più la pubblica amministrazione, nonostante abbia già raggiunto un peso preponderante nell’uso delle risorse. Il ruolo che deve svolgere il mercato negli equilibri sociali resta indefinito, con una tendenza a considerarlo avversario degli interessi del popolo e, quindi, della democrazia, mentre è un suo “bene complementare”.

Nelle intenzioni dei Padri fondatori, l’Unione Europea era nata per trasformarsi in unione politica. Tra i paesi fondatori forse solo l’Italia lo credeva possibile. Divenne perciò un’unione doganale, poi un mercato comune al quale venne di seguito associata, secondo una logica economica stringente, una moneta comune, l’euro.

Considerato lo stato delle “preferenze rivelate” in materia da parte dei paesi firmatari all’atto della stipula del Trattato di Maastricht, l’idea che l’euro fosse il viatico dell’unione politica appare una sottostima della realtà, se non proprio una vera e propria distorsione. Se si fosse tenuto conto di ciò, forse si sarebbe creata un’architettura istituzionale diversa ispirata all’equilibrio tra le tre istituzioni qui considerate: una democrazia sovranazionale dotata di poteri legislativi “sussidiari”; una burocrazia europea che non avesse carattere di potere costituito e non dipendesse dai Partiti di volta in volta al Governo nei paesi-membri (la c.d. “gestione intergovernativa”), in particolare dall’asse conclamato franco-tedesco; un mercato non governato da regole meccanicistiche (i parametri), ma da politiche economiche e monetarie oggetto di discussioni che tengono conto dello scibile in materia.

A seguito del rifiuto della Francia di ratificare la Costituzione proposta da Giscard d’Estaing e Amato; della posizione assunta e reiterata della Germania che le decisioni europee devono passare al vaglio dei loro organi costituzionali; della Brexit e degli atteggiamenti di chiusura dei paesi-membri sui temi dell’immigrazione, per citare alcuni esempi, è chiaro che l’architettura istituzionale studiata negli anni ottanta del secolo scorso e confluita nell’Atto Unico Europeo del 1986 non porta versa l’unione politica.

La vecchia Europa non intende essere Stato, ma solo un accordo di libero scambio, rinforzato da una moneta comune che impedisca le svalutazioni interne, in cui i diritti di cittadinanza non siano eguali per tutti, non vi sia cioè democrazia. Aver accettato che il rischio si sia trasferito dal cambio ai debiti sovrani, esponendoli agli attacchi speculativi senza avere gli strumenti appropriati per reagire, non mi sembra si possa considerare un bel progresso civile.

 

  1. La riforma dell’architettura istituzionale europea.

Il quesito che pongo in chiusura è se una riforma dell’architettura esistente senza muovere verso l’unione politica possa ovviare a questo stato di cose.

Le risposte possono essere due: quella in atto, che si debba insistere sulla linea di azione che ha generato le spinte centrifughe dell’Unione e rende sempre più stringenti i vincoli politici in contropartita di un’assistenza agli squilibri che si manifestano in paesi-membri (grosso modo coincidenti con la logica economica dell’offerta); e un’altra che non nega la necessità di riforme nazionali, ma le estende alla stessa Unione, e le integra con una spinta esogena proveniente da una politica della domanda.

I “perfezionamenti” dell’architettura istituzionale in discussione a Bruxelles continuano sulla linea della stabilità, con concessioni apparenti alle istanze dello sviluppo perché l’assistenza viene sottoposta a condizionalità per le scelte fiscali a altre dei paesi-membri. Ad esempio la nascita di un nuovo organismo monetario di intervento indipendente viene presentato come una protezione dei paesi-membri dagli shock esterni, mentre comporta, da un lato, un disimpegno diretto della BCE del tipo attuato con il QE; dall’altro, un’esautorazione dal ruolo di mediazione politica che la Commissione ha finora esercitato. Nell’ideazione si insiste su meccanismi operanti su basi parametriche. Questa linea di azione sull’architettura istituzionale europea è stata lungamente sperimentata; è servita a tamponare le falle create da shock esogeni, ma non ha risolto i problemi del basso saggio di crescita e di elevata disoccupazione totale e, ancor più, di quella localizzata in specifiche aree territoriali e dell’economia produttiva. Ritengo che sia giunto il momento di abbandonare la linea continuativa e procedere a un adeguamento sostanziale delle istituzioni europee dotandole dei poteri che sono state a esse negate.

Quali siano queste linee sono state da me sottoposte all’esame dei colleghi di Governo nel corso della prima riunione del CIAE, una istituzione ideata da Giorgio La Malfa da Ministro delle politiche comunitarie, che ha richiesto 12 anni per essere tramutata in legge. Questo consesso non ha mai svolto completamente il suo ruolo di definire collegialmente le linee politiche di presenza dell’Italia nelle istituzioni europee ma, visto che la presenza dell’UE nelle scelte del Governo è sempre più invasiva e l’intesa con i ministri competenti non si può svolgere su basi personali e in modo avulso da regole precise, sono fiducioso che il ruolo di questa istituzione verrà necessariamente valorizzato. La prima riunione è stata un’importante conferma.

Nonostante l’abbia più volte precisato, per completezza di esposizione non mi sottraggo al compito di precisare i contenuti delle linee strategiche che il Governo porterà avanti nell’Unione.

Innanzitutto anche un’architettura istituzionale nuova che non sia capace di suscitare un movimento verso un’unione politica non sarebbe una soluzione capace di reggere nel più lungo periodo. Perciò al primo punto del piano di riforma pongo la nascita di una scuola europea di ogni ordine e grado che agevoli la convergenza delle differenti e ricche culture nazionali entro un unico sbocco democratico e statuale. Parafrasando un vecchio detto italico, fatta l’Europa avremmo dovuto fare gli europei. Facciamolo ora, se si ha ancora voglia di pervenire a un’Europa unita.

Va inoltre decisa la trasformazione dell’euro da strumento di stabilità a strumento anche di sviluppo; ciò richiede che alla BCE vengano attribuiti i compiti di governo del cambio estero della moneta unica e di lender of last resort per contrastare gli attacchi speculativi che non hanno origine negli squilibri strutturali di un paese. Il primo per sottrarre l’euro dalle influenze delle altre valute in presenza di mutamenti geopolitici originati da diverse cause. Il secondo per impedire che sia il mercato a prendere la mano alle decisioni democratiche e alle politiche di governo mutando gli equilibri che dovrebbero essere cercati con la democrazia e lo Stato, di cui si è detto.

Lo strumento di lender of last resort sarebbe al servizio degli squilibri di liquidità. Per gli squilibri strutturali la sistemazione non può avvenire al di fuori dell’incontro tra le richieste nazionali e gli obiettivi politici dell’Unione, che andrebbero quindi stabiliti indicando anche gli strumenti. Sarebbe una soluzione non difforme da quella sperimentata dal FMI con i suoi stand-by e le altre facility; la consonanza sarebbe che FMI e BCE non sono banche centrali dotate di tutti i poteri che teoria e pratica hanno ad esse assegnato, ma la seconda ha una propria moneta, divenuta la seconda per importanza sui mercati mondiali, questa condizione impone con più forza e urgenza la necessità di dare un assetto adeguato ai suoi poteri.

Una precisazione: di fronte ad attacchi speculativi che si alimentano in squilibri strutturali, gli interventi di lender of last resort non risolverebbero i problemi ma consentirebbero di avere tempo per attuare decisioni correttive. Anche per questi interventi occorre mettere a punto uno strumento che garantisca l’indispensabile dinamismo decisionale.

La teoria economica e l’esperienza pratica insegnano che non è possibile affidare alla sola politica dell’offerta il compito di governare il pieno impiego perché il risultato sarebbe solo l’effetto di elasticità incrociate, notoriamente insufficienti per produrre crescita nella misura sufficiente: nella migliore delle ipotesi gli impulsi deflattivi dovuti a riforme correttive sono inferiori agli impulsi espansivi dovuti ai benefici delle stesse. Affinché non si proceda su un sentiero di bassa crescita e di disoccupazione prossima a una condizione di stagnazione strutturale occorre una politica della domanda, dotata di strumenti che consentano di imprimerle impulsi esogeni. La raccolta di articoli scritti da Franco Modigliani e Giorgio La Malfa che la Fondazione Ugo La Mlafa presenta quest’oggi sono un vero manuale di istruzione.

Il bilancio europeo così come è congegnato (tanto riceve e tanto dà) non consente di imprimere impulsi esogeni; o lo si cambia, dotandolo di risorse autonome da quelle degli Stati-membri, oppure si confermi l’affidamento del compito agli Stati-membri, ma con minori vincoli rispetto a quelli imposti dal 1992 in poi. L’ideale sarebbe effettuare investimenti che consentano l’aumento del reddito e dell’occupazione, affrontando in modo specifico e distinto le diversità di dotazione infrastrutturale materiale e immateriale, e di produttività e di benessere tra le diverse aree con l’intento di rimuovere i fattori che li determinano e non di compensarli per fini sociali. Nel caso specifico, non sarebbe neanche necessaria una modifica dei Trattati vigenti, perché essi consentono di condurre politiche che non incappano nei vincoli fiscali esistenti. Come per l’inconciliabilità, anche l’interpretazione dei Trattati è policy induced.

 

  1. Conclusioni.

 Riassumendo, la risposta qui data ai tre quesiti che queste riflessioni si sono posti è la seguente:

  • per raggiungere un equilibrio tra i ruoli svolti dalle tre istituzioni, la democrazia, come potere costituente, deve decidere le leggi che i cittadini hanno dovere di rispettare, nonché esercitare il potere redistributivo. Lo Stato deve far rispettare le leggi senza trasformarsi in potere costituito e curare l’attuazione delle scelte di politica economica. Il mercato deve esercitare il suo potere commutativo senza intenti prevaricatori delle altre due istituzioni;
  • gli italiani riconoscono l’utilità della democrazia e dello Stato. La loro cultura, tuttavia, ammette deroghe alla regola della legge, ma ne chiede l’ampliamento, e legittima la tendenza della burocrazia a costituirsi in potere costituito, affidando a essa maggiori poteri. Rifiuta invece di riconoscere il ruolo del mercato, contrariamente all’Unione Europea che lo esalta; questa, tuttavia, limita il ruolo della democrazia e rifiuta d’essere Stato, identificandolo nella burocrazia comunitaria;
  • la riforma dell’architettura europea qui proposta potrebbe consentire una ripresa di consenso da parte delle popolazioni. Tuttavia, senza pervenire a un’unione politica in una delle sue forme conosciute, non verrebbero risolti i problemi che a distanza di un quarto di secolo sono emersi prepotenti. Come se l’importante disegno di pace e di benessere dei Padri Fondatori si sia arenato in una condizione di aporia e antinomia, irrisolvibilità del problema e impossibilità di disfarsene. Sono certo che così non sia e per muovere verso la soluzione dobbiamo recuperare un’”utopia necessaria” che tutti, veramente tutti i paesi europei si sono dati e ribaditi in epoche diverse, compresa l’ultima. Questa storia ci accomuna e mi fa ben sperare.  

 

 

 




[1] Enzo Grilli, Crescita e sviluppo delle Nazioni: teorie, strategie e risultati, UTET, Torino 2005.

[2] Mi riferisco al titolo del mio ultimo lavoro Come un incubo e come un sogno. Memorialia e Moralia di mezzo secolo di storia (Rubbettino, Soveria Manelli 2018), ma soprattutto al contenuto del precedente lavoro Dalla fine del laissez-faire alla fine della liberal-democrazia. L’attrazione fatale per la giustizia sociale e la molla di una nuova rivoluzione globale (dello stesso Editore, 2016), di seguito pubblicato nella versione di lingua inglese Why Democracy, State and Market failed to protect the system of individual freedoms, Lambert Academic Publishing, Saarbrüken 2017.

[3] Dani Rodrik, The Globalization Paradox. Democracy and the Future of World Economy, Northon & Co, New York-London 2011. La citazione è a p. 284 della versione italiana.

[4] Giovanni Farese & Paolo Savona, “How to Reconcile Democracy, the State and the Market”, in World Economics, July 2017, pp. 123-137.  

[5] Paolo Sylos Labini, Oligopolio e progresso tecnico, Einaudi, Torino 1957.

[6] La più chiara esposizione di questo concetto l’ho trovata in Antonio Zanfarino, Libertà moderna e cultura costituzionale, Edizioni Polistampa, Firenze 2017, pp. 259-260.

[7] Ho trovato molto utile il ricordo di Adriano Olivetti curato da Giulio Sapelli nel suo Oltre il capitalismo. Macchine, lavoro, proprietà (Guerini e Associati, Milano 2018, pp. 161-181), per un inquadramento “umanistico” della problematica qui analizzata.

 

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