Reportage del banchiere che crede in una Turchia Euromediterranea

di Paolo Savona - 11/03/2011 - Economia
Reportage del banchiere che crede in una Turchia Euromediterranea

Questa volta torno in Turchia non da turista, ma per esaminare la storia di successo economico e politico di questo paese. Prima di recarmi sul posto, mi sono fissato nella mente alcune diagnosi che vengono ripetute in più sedi sul recente passato e il possibile futuro della Turchia, salita al dodicesimo posto nella graduatoria economica mondiale per aver triplicato il pil in dieci anni sotto la spinta delle esportazioni (cresciute di sei volte) e degli investimenti esteri (cresciuti di venti volte). Sul piano politico la crescita non è stata da meno, in quanto il paese ha saputo trasformarsi da cerniera tra l'Europa e l'Asia mediorientale e centrale, in virtù della sua posizione geografica e della sua storia, a elemento portante del nuovo ordine mondiale, destinato a gestire insieme con Cina e Stati Uniti gli equilibri (forse è meglio dire squilibri) geopolitici tra civiltà diverse.

Arrivo all'aeroporto di Istanbul (dedicato ad Atatürk, il padre venerato della moderna Turchia) trovandolo decisamente migliore di quello che ricordavo. Istanbul è una "normale" metropoli, oppressa dal traffico e talmente rumorosa da coprire le preghiere dei muezzin che non caratterizzano più il sound della città. Sono ormai esplosi gli effetti della prolungata tensione della Turchia verso la ricerca della modernità. La "storia di successo" è iniziata nel 2002 con la scelta di liberalizzare l'economia e la conseguente trasformazione del modello ancestrale in quello trainato dalle esportazioni; lo stesso che ha consentito all'Italia di raggiungere i livelli attuali e che è mancato ai paesi nordafricani in lotta per le libertà. Tutto ciò è frutto della politica estera turca piuttosto che della politica economica; è questa una tesi a me cara che vado proponendo come schema interpretativo e programmatico delle esigenze di sviluppo dell'Unione europea e del mondo. Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha già stipulato importanti accordi internazionali, tra i quali l'unione doganale con l'Ue concordata nel 1996 e quella in via di decollo con Siria, Giordania e Libano; altri li va negoziando con importanti paesi del mondo secondo la filosofia chiamata degli "zero problems", che consiste nel sostituire una politica delle relazioni paritetiche alla politica di potenza tipica dell'Impero ottomano. I buoni rapporti della Turchia con l'Iran sono a tutti noti, come lo sono quelli con la Russia e con altri paesi di quell'area caucasica. Essa svolge inoltre un ruolo importante nell'ambito della Conferenza dei paesi islamici ed è riuscita a contenere la spinta dei radicali che volevano costituire un gruppo di paesi in via di sviluppo alternativo al G7. Le pressioni interne in questa direzione sono state riassorbite con la cooptazione della Turchia nel G20 e l'elevazione di questo gruppo a centro principale di consultazione e indirizzo dei problemi mondiali. Uno scopo analogo di politica interna ed estera ha sempre avuto anche la richiesta di aderire a pieno titolo all'Unione europea, che resta ancora, ma non si sa per quanto, il principale obiettivo del governo di Ankara. Il collega Carlo Jean, che di geopolitica se ne intende, afferma che è meglio così, perché la Turchia può essere utile per stabilire relazioni con il mondo islamico e arabo, con il quale l'Ue ha difficoltà di dialogo. Nel caso in cui la richiesta turca venisse accolta, potrebbe perdere influenza nei confronti del mondo islamico, danneggiando se stessa e l'Europa. Ciò richiederebbe però che la Turchia accettasse questo ruolo attraverso un forte accordo con l'Ue, per arrestare la reazione che monta a causa del ritardo con cui viene data risposta alla sua richiesta di associazione. La Turchia sostiene d'essere l'unico paese capace di "islamizzare la modernità", ossia di indicare ai paesi musulmani la strada della democrazia e della secolarizzazione (quella che noi chiamiamo la laicità dello stato) senza perdere l'identità etnica e religiosa. Questo è il nocciolo della sua storia di successo in un'area che presenta grandi difficoltà di convivenza. Le esitazioni europee vanno trasformando un prezioso alleato in un avversario politico, mettendo a rischio le 25 mila joint venture europee con imprese turche e rafforzando la proposta dei fondamentalisti islamici di tagliare con il mondo "occidentale", diventata uno dei motivi per il diniego europeo che si rafforza per sua stessa volontà.

Con la crisi del nord Africa la Turchia potrebbe assumere il ruolo di garante degli equilibri del mondo arabo che l'Egitto probabilmente perderà a seguito della cacciata di Mubarak, anche se esiste una reciproca scarsa simpatia tra turchi e arabi. Per conoscere lo sbocco delle rivoluzione nordafricane occorre prima che la storia dia la sua risposta perché, per prevedere ciò che accadrà, non basta neanche il coinvolgimento della Turchia nell'area. La soluzione che verrà data ai governi dei paesi insorti coinvolge anche il futuro delle relazioni tra Israele e Palestina che, a loro volta, dipendono dai rapporti che si stabiliranno tra l'islamismo democratico turco e l'islamismo arabo. Non è quindi detto che la Turchia riuscirà nell'intento, ma certamente ci proverà. Dal successo di questo tentativo dipenderà anche il rafforzarsi del ruolo di interlocutore degli Stati Uniti e della Cina nelle altre quattro aree cruciali nella fissazione del nuovo ordine mondiale: l'area del Golfo e il medioriente, i Balcani (la "perla" dell'Impero ottomano), il Caucaso e la Crimea (incluso il mar Nero, mare "turco"), l'Asia centrale (Afghanistan e Pakistan) e l'Arabia Saudita (che custodisce i luoghi sacri dell'Islam). Per un popolo che ha un'età media di 29 anni e un reddito pro capite sui 9 mila dollari annui, contro i 40 anni e i 44 mila dell'Unione europea, è un futuro impegnativo ma pieno di prospettive favorevoli. Quelle che a noi mancano.

da Il Foglio del 10 marzo 2011

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