Vogliamo proporre ai nostri lettori due conferenze che il Presidente della Federal Reserve ha tenuto nel 2010, passata l’onda dirompente della prima crisi finanziaria del mercato globale e non essendosi ancora manifestata, in larga parte del mondo, la prospettiva duratura di una crescita di lungo periodo.
2) Poche settimane dopo, il 24 settembre, ritorna sul medesimo tema, ma in un contesto diverso. Siamo a Princeton e la manifestazione è promossa da centri studi che ricadono nel sistema dell’Accademia americana: the Center for Economic Policy Studies and the Bendheim Center for Finance, della Princeton University.
E’ il professor Bernanke, che parla in questo caso.
E tiene una lezione dal titolo: Implications of the Financial Crisis for Economics.
La lezione presenta un impianto analitico che mette a confronto i contenuti della conoscenza e le conseguenze dell’applicazione di quei contenuti alle dinamiche per trasformare il mondo che ci circonda.
Quale che sia la scienza di cui si stia parlando.
Bernanke distingue tre livelli possibili nell’analisi della crisi:
C’è una confusione delle lingue, insomma, che impedisce di capire, prima ancora di valutare, la natura dei problemi che bisogna spiegare. C’è una dimensione dell’analisi economica, la scienza, c’è un’applicazione di conoscenze alla costruzione di oggetti e strumenti, l’ingegneria, c’è una capacità ed uno stile con cui si gestiscono gli oggetti e gli strumenti: il management.
Ogni partitura di orchestra è diversa se la suonano musicisti diversi.
Il secondo piano del ragionamento si sposta rispetto alla metafora dei tre livelli: la scienza; la tecnica della produzione di strumenti mediante le conoscenze della scienza; la capacità di gestire ed utilizzare gli oggetti, anche per finalità diverse.
Un aratro può essere usato come una scure sul patibolo, invece che tagliare il solco per seminare nuove coltivazioni.
Ma Bernanke, nella lezione di Princeton si ferma prima della dimensione fenomenologica, e si concentra sui limiti delle tecnologie e dei manager e sulla utilità della scienza economica, nonostante le molte critiche che gli economisti ricevono mentre manager ed ingegneri finanziari continuano ad incassare compensi vertiginosi anche quando i risultati da essi ottenuti non siano stati così strabilianti.
Assumendo così la retorica come la tecnica del linguaggio ed il linguaggio come la relazione fondamentale per interagire con gli altri e costruire gli spazi della comunità e dell’azione collettiva. Luoghi che si affiancano agli spazi dello scambio bilaterale e anch’essi governati dal linguaggio e dalla interazione delle conoscenze e dalla reciprocità, oltre che dalla reputazione dei contraenti.
Scambio ed azione collettiva sono la base dell’impianto scientifico dell’economia.
Ne segue che una retorica del linguaggio economico sia la base oggettiva per la costruzione di una crescita della ricchezza e dello sviluppo della comunità che quella crescita consente di alimentare.
Ne segue anche che sia indispensabile una qualche alfabetizzazione dei protagonisti dello scambio e dell’azione collettiva. Asimmetrie e deformazioni cognitive traducono lo scambio in una violenza del tipo “io vinco e tu perdi” piuttosto che in una spirale virtuosa dello sviluppo.
3) Fulvio Coltorti è il Responsabile dell’area studi di Mediobanca.
Nel sito di First on Line è stato pubblicato Grandi gruppi e informazione finanziaria nel ’900, un power point, sulla informazione economica e le deformazioni che essa può generare sulla percezione degli attori che la usano per capire lo stato dell’economia.
Leggendo le sue slides ritroverete le vulnerabilities che hanno generato i triggers della crisi: in Italia e non negli stati Uniti. Ma, così leggendo, si capisce che tutto il mondo è paese come recita un vecchio adagio.
Anche in materia di ingegneria finanziaria.
La retorica dell’economia conta se si vuole che l’economia sia davvero utile per quelli che vivono immersi negli scambi e nel progetto di cambiare un mondo imperfetto. Caso per caso e senza ricorrere a palingenesi miracolose od a rivolgimenti utopici ed irreali: oltre che irrealizzabili.
4) Un libro del 1998, La retorica dell’economia tradotto in italiano con una lunga prefazione di Augusto Graziani, dall’editore Einaudi è un primo passo utile per capire a cosa possa e debba servire una buona retorica dell’economia.
Vi consigliamo di ritrovarlo e di leggerlo: insieme ed in parallelo con la spiegazione di Bernanke sulla crisi finanziaria mondiale, che abbiamo appena attraversato per darne una sintetica e, speriamo, interessante sintesi.
Ma vi consigliamo anche di apprezzare la storia complicata ed intrigante della vita dell’autore di questo libro, del quale vi indichiamo il sito web e la professione: Distinguished Professor of Economics, History, English, and Communication, University of Illinois at Chicago e Professor of Economic History, Gothenburg University, Sweden.
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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