Senza ricerca non c'è futuro

di Paolo Savona - 25/11/2009 - Economia
Senza ricerca non c'è futuro
La sollecitazione rivolta dal Presidente della Repubblica al settore pubblico e privato per accrescere la spesa in ricerca e innovazione, perché con essa “ci giochiamo il futuro del Paese” e anche “possiamo uscire dalla crisi in condizioni migliori di come siamo entrati” cade in un momento molto delicato della nostra economia, che ha perso il senso dell’orientamento dopo i problemi creati dalla crisi finanziaria e produttiva. L’Italia che non può contare, come Cina e India, sul basso costo del lavoro per esportare i suoi prodotti e garantire un buon livello di occupazione si deve spostare su frontiere della tecnologia più avanzate. Per ottenere ciò deve fare molta ricerca di base e applicata per la quale abbiamo le capacità necessarie presso i giovani e meno giovani scienziati, che prestano oggi il loro sapere al resto del mondo.

L’autorevole monito giunge a distanza di una settimana dall’incontro tenutosi a Bruxelles sullo stesso tema in vista del rilancio della Strategia di Lisbona che, quasi dieci anni orsono, i Capi di Stato europei avevano deciso di perseguire allo scopo di creare la “società della conoscenza” più avanzata del Pianeta. L’obiettivo era e resta valido, ma i modi in cui è stato perseguito non solo non hanno consentito di raggiungerlo, ma neanche di approssimarlo, li nuovo programma in discussione a livello comunitario continua però a lasciare agli Stati membri l’attuazione della strategia, mentre sarebbe necessaria un’azione comune per raggiungere obiettivi precisi. Attualmente la stessa Unione è fuori dai parametri che si era scelta di una spesa per ricerca e innovazione a carico del bilancio pubblico pari all’l% del Pil dei 27 Paesi membri, dato che destina appena lo 0,6%. Il 7^ Programma Quadro per la Ricerca gestito dalla Commissione non è riuscito a innalzare il livello di queste spese, né a concentrarle verso i settori che potevano affermarsi nella competizione globale; si è fatta trascinare dalla miriade di richieste “a pioggia” e dagli egoismi nazionali e non ha “lasciato il segno” nella costruzione della società basata sulla conoscenza. L’Italia rispecchia esattamente questa situazione: il numero delle operazioni che hanno ottenuto il sostegno comunitario è tra i più elevati, ma la spesa media è nell’ordine di 5 mila euro,dimensione che certamente non consente grandi avanzamenti sulla frontiera della tecnologia.

Con il suo 0,6% di spesa pubblica in ricerca e sviluppo il nostro Paese ha una posizione in linea con la media europea, anche se aveva preso impegno di portarla allo 0,8% in occasione dell’approvazione del Piano di Riforma (il Pico-Piano Investimenti Crescita e Occupazione) preparato in attuazione del rilancio della strategia di Lisbona deciso nel 2005. Dove l’Italia maggiormente difetta è nella spesa del settore privato, che rappresenta poco più di un terzo di quell’1,7% (gli altri Paesi si erano impegnati per il 2%) che il Governo aveva valutato come indispensabile per costruire anche da noi la migliore società della conoscenza. Di tempo in tempo, qui e là, i Governi che da allora si sono succeduti hanno impartito stimoli alla ricerca di base e applicata, ma gli interventi non sono diventati “sistema” come giustamente chiede il Presidente Napolitano. A seguito della crisi, nel campo della ricerca e innovazione siamo a un punto di partenza più arretrato rispetto al precedente, senza che le necessità in materia si siano ridotte; anzi, l’esigenza si è fatta più “vitale” per il nostro futuro.

Le singole imprese e i centri di ricerca possono e debbono fare la loro parte, con quella unità di intenti che la materia rende possibile, essendo tutti d’accordo che questa è la migliore via di uscita dalla crisi e di ripresa della crescita del reddito e dell’occupazione. L’altra via, quella della lotta alle rendite e agli sprechi pubblici e privati, può completare il quadro, ma non eliminare l’esigenza di procedere verso una frontiera della tecnologia più avanzata. Tuttavia, senza un’azione congiunta dell’Unione Europea non si potrà raggiungere la dimensione della spesa e la concentrazione settoriale necessarie. Ancor prima d’essere economico, il problema è politico e sociale, perché riguarda non solo il futuro del Paese, ma anche la tenuta degli accordi comunitari.

da Il Massaggero del 24 novembre 2009
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