Riforma della Bce, passaggio obbligato per il futuro dell'UE

di Giorgio La Malfa - 09/07/2008 - Economia
Riforma della Bce, passaggio obbligato per il futuro dell'UE
Non c’è dubbio che la nascita dell’euro e l’istituzione della Banca Centrale Europea costituiscano uno dei maggiori successi nell’ormai lungo processo di integrazione che ebbe inizio negli anni cinquanta con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.

L’Unione Monetaria Europea è ricca di un forte valore simbolico essendo la moneta uno dei segni della sovranità nazionale. Nello stesso tempo, però, l’euro rappresenta uno degli esempi più significativi dei limiti del processo di integrazione europea. Infatti il successo nella realizzazione del progetto delineato nel Trattato è solo uno dei due lati della medaglia. Presso le opinioni pubbliche europee l’euro non raccoglie giudizi altrettanto favorevoli. Intanto all’atto dell’introduzione dell’euro, più o meno in tutti i paesi dell’Unione Monetaria, si sono manifestati importanti aumenti dei prezzi di molti beni di largo consumo che hanno inciso particolarmente sulle fasce dei redditi medi e medio-bassi.  Per certi aspetti questo può essere considerato un rilievo minore. Nell’esperienza storica, il cambio della moneta si associa sempre con aumenti anomali dei prezzi; se la nuova moneta è utile, gli aumenti una tantum dei prezzi possono essere compensati dagli altri effetti positivi che ci si attende dall’operazione. Nel caso dell’euro, vi sono stati certamente dei vantaggi: la semplificazione negli scambi infraeuropei, la facilitazione nella creazione di un unico mercato finanziario e sopratutto la maggior solidità dell’euro rispetto alle singole valute nel resistere ad eventuali attacchi speculativi.

Se questi sono indubbi vantaggi, vi sono però anche fattori negativi che pesano nel giudizio sui risultati dell’unificazione monetaria. Il principale fra essi è costituito dall’andamento economico dei paesi dell’area euro in questi anni  che è stato nel complesso insoddisfacente. Questo è l’aspetto che pesa di più nell’apprezzamento negativo dell’euro. E per quanto la BCE si sforzi di sostenere che la politica monetaria non ha responsabilità alcuna per questi andamenti, l’opinione pubblica tende a attribuire, con qualche buona ragione,  alla severità delle scelte della Banca Centrale ed alla sua esclusiva preoccupazione per il problema dell’inflazione, il clima economico sfavorevole di questi anni. Basta pensare agli effetti negativi sulla competitività europea dell’enorme apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro in questi anni.

La debolezza dell’economia dell’area dell’euro è conseguenza della politica della Banca Centrale Europea e della sua concentrazione eccessiva sul problema dell’inflazione, anche a scapito della crescita? Questa è la domanda inevitabile alla quale non ci si può sottrarre. La Banca ha naturalmente buon giuoco nell’affermare che il rilievo centrale che nelle sue decisioni occupa il problema dell’inflazione non è frutto di una scelta discrezionale, ma  il portato del Trattato di Maastricht  che le assegna il compito esclusivo di combattere l’inflazione. Si può essere d’accordo con questa precisazione della BCE, ma allora si pone il problema o di correggere il Trattato o di individuare degli strumenti di politica economica europea di rango pari a quelli di cui dispone la BCE per ciò che attiene alla politica monetaria, che possano attenuare o  compensare gli effetti deflativi della politica monetaria e assicurare un andamento più soddisfacente dell’economia dei paesi membri. Su questo punto non si riesce a fare alcun progresso, anche perché – va detto – la BCE è ben attenta ad evitare che possano svilupparsi e prendere piede delle ipotesi di cambiamento del dettato del Trattato.

Dunque da un lato una realizzazione di cui l’Europa dovrebbe essere fiera, dall’altro molte riserve sul suo funzionamento effettivo.

All’inizio di luglio la BCE ha deciso di elevare i tassi di interesse di un ulteriore 0,25%. Per la prima volta la decisione è stata preceduta e seguita dai giudizi negativi dei governi dei maggiori paesi dell’euro. Non si tratta di un problema da poco. Non è soltanto l’emergere di un dissenso sulle scelte della BCE. Vi è qualcosa di più sul piano formale in quanto l’art. 107 del Trattato di Maastricht (ora art. 108 del Trattato delle Comunità) stabilisce che la BCE non possa accettare “istruzioni dagli organi comunitari, dagli Stati membri né da qualunque altro organismo” e che “gli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio”. I giudizi dei governi violano dunque in modo esplicito una norma del Trattato. Essi segnano una crisi vera e propria dell’Unione Monetaria Europea. E’ probabile che la BCE abbia preso nota delle opinioni dei governi e che, presa questa decisione per riaffermare la propria indipendenza ed autonomia, come essa ha dichiarato con qualche gaucherie, terrà fermi i tassi nel prossimo futuro. Per questa ragione nelle prossime settimane si cercherà di non fare emergere in tutta la sua portata, anche giuridica, l’incidente di questi giorni fra i governi e la Banca.

L
o scontro però c’è stato. Esso indica che esiste  un problema di funzionamento dell’euro che dovrà essere affrontato seriamente. Non aiuta a farlo la posizione assunta dal Presidente della Commissione Manuel Barroso che, a commento della decisione della BCE di elevare i tassi di interesse, ha detto che è bene che decisioni di questo genere siano sottratte agli uomini politici. Questa posizione di Barroso (che sarà ascoltato dal Parlamento italiano la prossima settimana) non aiuta l’Europa. Se si teorizza il fatto che  le istituzioni europee sono tecnocratiche si rende sempre più probabile il No che i cittadini pronunciano verso l’Europa ogni qual volta ne hanno la possibilità.

da Il Tempo 9 luglio 2008
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