Rileggendo le "Riflessioni sulla rivoluzione in Europa" di Ralf Dahrendorf

di Giorgio La Malfa - 09/11/2009 - Economia
Rileggendo le "Riflessioni sulla rivoluzione in Europa" di Ralf Dahrendorf
  1. Venti anni dopo 
              Nel 1990, pochi mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, mentre  si liquefaceva, nell’Europa centrale ed orientale, il potere dei partiti comunisti e venivano spazzati via i regimi che avevano retto quei paesi per buona parte del dopoguerra, Ralf Dahrendorf pubblicò un breve ed intenso libro, scritto in forma di una lettera indirizzata a un amico polacco, dal titolo: “1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa.[1]  Il titolo riecheggiava quello del libro che, nel 1790, Edmund Burke aveva dedicato alla rivoluzione francese,[2] anche se il giudizio di Dahrendorf sulle recenti vicende europee era assai più positivo di quello che Burke aveva dato degli avvenimenti del proprio tempo.
              Nelle sue Riflessioni, Dahrendorf si sforzava da un lato di comprendere le ragioni che avevano portato al collasso i regimi dell’Est, dall’altro volgeva lo sguardo in avanti cercando di individuare e di prevedere le strade che questi paesi avrebbero potuto imboccare, senza nascondersi gli interrogativi che la nuova realtà poneva circa il futuro dell’Europa. È molto interessante, nel ricordare, a 20 anni di distanza, gli avvenimenti dell’89, riprendere l’analisi di Dahrendorf e ritornare su alcuni degli argomenti sviluppati nelle Riflessioni. Su tre in particolare: l’analisi delle cause della crisi dei regimi comunisti ed il ruolo che ebbe in quelle vicende Gorbachov; le implicazioni e le conseguenze che la fine del comunismo avrebbe potuto avere sulle socialdemocrazie europee; i riflessi e le ripercussioni della liberazione dei paesi dell’Europa centro-orientale sul processo di integrazione europea.
              Ralf Dahrendorf è scomparso il 17 giugno scorso all’età di 80 anni. Tornare a riflettere sulla caduta del Muro di Berlino e le rivoluzioni in Europa partendo da quel suo libro del 1990 è, tra l’altro, un modo di rendere omaggio a un grande intellettuale che ha dedicato alle vicende politiche dell’Europa ed al tormentato processo della sua integrazione una parte importante della sua attività e delle sue meditazioni.
 
  1. Gorbachov e la fine del comunismo 
              Per Dahrendorf, la fine del comunismo era largamente inevitabile e i segni della crisi ormai visibili da tempo. I regimi totalitari - scrive - hanno in sé una debolezza intrinseca: sono in grado di soffocare i conflitti e possono farlo per lungo tempo, ma la repressione non elimina le ragioni di scontento e di malessere sociale che si accumulano, invece, fino a formare una miscela esplosiva sempre più difficile da controllare da parte dei poteri costituiti. Vi erano stati, negli anni, più o meno in tutti i paesi satelliti dell’URSS, episodi di rivolta popolare, dalla Germania dell’Est, alla Polonia, dall’Ungheria alla Cecoslovacchia. Questi moti erano stati repressi, ma, ovviamente, non erano state eliminate le cause che li avevano determinati. Dahrendorf ricorda che in un suo scritto del 1988, egli aveva sostenuto che “la plumbea mistura di autocrazia e burocrazia, cui diamo il nome di ‘socialismo reale’ non può durare” (Riflessioni, pag. 17).
              A questo quadro di base si era aggiunto, nell’ultima fase, un sempre più evidente peggioramento della performance economica in tutti questi paesi che aveva portato con sé la fine della fiducia nella superiorità del comunismo rispetto al capitalismo  sia come meccanismo di accumulazione economica sia come strumento per una più equa   distribuzione delle risorse fra i cittadini. Mentre l’economia dell’Est stagnava, l’Europa occidentale, a partire dagli anni ’80, usciva dall’ondata di europessimismo degli anni ‘70 e riprendeva a crescere a ritmi sostenuti. “Negli anni Cinquanta e Sessanta - scrive Dahrendorf - i paesi dell’Occidente crebbero a  ritmo accelerato, e quelli dell’Est molto più a rilento; ma gli uni e gli altri andavano nella stessa direzione. Negli anni Ottanta sono andati in direzioni opposte finché il divario non si è fatto insostenibile” (Riflessioni, pag. 21). Una certa maggiore circolazione delle informazioni aveva reso possibile un confronto fra i livelli di vita delle due parti dell’Europa: “la gente lo sapeva. Non occorre - aggiunge Dahrendorf - essere marxisti per prevedere crisi in una situazione simile”(ibid.).
              Ma la crisi, forse, avrebbe potuto essere repressa ancora una volta nello stesso modo in cui lo era stata in precedenti occasioni. Ciò che invece ha prodotto gli esiti dell’ottantanove – scrive Dahrendorf – è la posizione di Gorbachov: la rivoluzione in Europa non sarebbe avvenuta “senza il Presidente della Unione Sovietica e la linea da lui adottata.” (Riflessioni, pag. 14). L’importanza cruciale della posizione di Gorbachov fu costituita dall’abbandono della cosiddetta ‘dottrina Breznev’ e dal riconoscimento del diritto di ciascun paese di perseguire il comunismo ‘a modo proprio.’ Da questo riconoscimento derivano sia la fine delle pretese al monopolio del potere da parte dei partiti comunisti dei vari paesi sia la rinuncia alla rivendicazione del diritto di interferenza politico-militare negli affari interni dei paesi dell’Europa centro-orientale da parte dell’Unione Sovietica.  
            
              Che la fine dei regimi comunisti  nell’Europa centro-orientale sia stata accelerata dalla decisione di Gorbachov di non intervenire negli affari interni di quei paesi è certamente vero. Ma la questione più interessante, ed ancora aperta, riguarda le ragioni che indussero Gorbachov a tenere questo atteggiamento. Dahrendorf non approfondisce questo aspetto limitandosi a un accenno alla personalità di Gorbachov e a un suo atteggiamento aperto verso il futuro (Riflessioni, pag. 15). Guardando retrospettivamente a quelle vicende ci si deve chiedere se, nel lasciare liberi i paesi dell’est di “scegliersi la propria strada,” Gorbachov sia partito da una visione realistica dei limiti del potere di intervento sovietico o se invece egli abbia pensato che veramente i regimi socialisti di quei paesi avessero soltanto bisogno di un qualche grado di libertà ottenuto il quale sarebbero restati fedeli alla loro collocazione internazionale ed alla scelta di sistema.
              Gorbachov aveva probabilmente la consapevolezza dei limiti dell’apparato militare sovietico (che il fallimento dell’azione militare in Afghanistan aveva messo in chiara evidenza) e dei rischi che un intervento nell’Europa dell’Est potesse scatenare una rivolta incontrollabile, accompagnata e sostenuta dai paesi occidentali. Non è chiaro, invece, se egli mettesse anche in conto la possibilità che questi uscissero dal blocco sovietico e abbandonassero il socialismo o se invece egli ritenesse che fosse possibile una riforma interna di quei regimi.
              In realtà molti sintomi indicano che Gorbachov nutrisse una certa fiducia nella riformabilità dei regimi comunisti e che, dunque, pur essendo deciso a non fare uso del diritto di interferenza negli affari interni dei paesi del blocco comunista, egli pensasse che la riforma dei regimi dei paesi dell’Est avrebbe potuto essere conciliata con il mantenimento della prospettiva socialista. Questa, del resto, è una posizione che egli ribadì in molte occasioni. Di questo posso dare una testimonianza personale diretta. Nel corso di una visita a Roma nel 198 ?, egli ebbe una serie di colloqui individuali con i leader di varie formazioni politiche. Nel nostro incontro, gli posi esplicitamente una domanda sul tema di fondo delle prospettive del capitalismo  e socialismo. La sua risposta su questo punto fu recisa: egli dichiarò di non dubitare della superiorità del socialismo rispetto al regime capitalistico e aggiunse che egli intendeva mantenere ferma la prospettiva del superamento del capitalismo e della trasformazione in senso socialista della società.
              Riflettendo su quelle vicende a distanza di 20 anni, tendo a pensare che Gorbachov avesse sottovalutato le implicazioni dell’attenuazione della rigidità del sistema. È possibile che egli non disponesse di elementi di informazione sufficienti a valutare fino in fondo il deterioramento intervenuto negli anni nelle basi di consenso di cui quei regimi godevano, deterioramento accresciuto dal confronto con l’andamento economico dei paesi dell’Occidente. È  dunque possibile che egli ritenesse che un’attenuazione della rigidità di quei regimi avrebbe potuto consolidare il consenso sociale di cui disponevano, senza metterne in crisi le impostazioni di fondo.
              In realtà, al punto in cui erano giunte le cose negli anni 80forse solo un ferreo regime dittatoriale avrebbe potuto prolungare l’agonia del comunismo. L’idea di un socialismo dal volto umano conteneva in sé una contraddizione insolubile. Non è affatto detto che se l’URSS, nell’Ottantanove, avesse avuto la spregiudicatezza di ricorrere alla repressione violenta, il tentativo sarebbe fallito davanti alla reazione popolare. Né si può essere in alcun modo certi che l’Occidente avrebbe reagito, se non con qualche espressione formale di condanna. Dopotutto, nello stesso periodo, il regime cinese affrontò la piazza di Tienanmen con la repressione e il sistema è sopravvissuto e sopravvive tuttora.
              Meglio, molto meglio, che le cose non siano andate cosi ed è giusto dare a Gorbachov, pur non potendosi valutare esattamente le sue motivazioni, il merito per avere scelto di lasciare che i paesi dell’Europa centrale ed orientale facessero ‘a modo loro’.
             

La strana morte del socialismo
 
              Per Dahrendorf, la crisi del comunismo è dovuta essenzialmente alla constatazione della sua inefficienza dal punto di vista della crescita economica: “La sua efficienza - scrive - si manifestò prevalentemente nella distruzione  del vecchio regime autoritario....La parte distruttiva del processo portò a un certo livellamento delle gerarchie sociali ereditarie ed alla creazione delle istituzioni...di uno Stato moderno...Ma il processo fallì nell’impresa cruciale realizzata dall’’etica protestante’ in talune parti del mondo occidentale: di fornire cioè un incentivo al risparmio..che è condizione di un felice decollo industriale”(Riflessioni, pag. 41). Mancando questo incentivo “il lavoro forzato divenne un ingrediente indispensabile del socialismo reale...La logica dei regimi comunisti rendeva lo sfruttamento e l’oppressione inevitabili” (Riflessioni, pagg. 41-42).
              Tutto questo era abbastanza evidente al momento della caduta del Muro. Meno evidente è che la fine del socialismo reale o del comunismo, sarebbe stata accompagnata anche dalla crisi del socialismo democratico in Europa occidentale. Il libro di Darhendorf formula con grande lungimiranza questa previsione di cui si vede una conferma più o meno in tutti i paesi europei a 20 anni di distanza da quegli avvenimenti. È interessante ricostruire l’analisi attraverso la quale Dahrendorf giunge a questa conclusione.  Egli nota che la socialdemocrazia europea si presentava, fino a quando esisteva il comunismo, come una specie di terza via fra il comunismo e il capitalismo, cioè fra due forme estreme di organizzazione sociale. Ma nella realtà, mentre il comunismo realizzato aveva sostanzialmente una forma rigida caratterizzata da tutti gli aspetti che lo condannavano all’inefficienza, il capitalismo occidentale si era lasciato largamente contaminare dalle idee socialdemocratiche. Keynes e Beveridge - nota Dahrendorf - erano due liberali, ma le loro idee sono entrate a far parte delle dottrine socialdemocratiche e, soprattutto, sono state largamente realizzate dai governi dei paesi dell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra.  Il capitalismo si è dimostrato riformabile e la socialdemocrazia è stata sostanzialmente la forma di governo dei paesi occidentali per buona parte del secolo XX.[3]
              Mentre il comunismo è caduto, travolto dal suo insuccesso, la socialdemocrazia è entrata in crisi per il motivo opposto, cioè per effetto del suo successo: veniva meno il proletariato e la stessa classe operaia sostituite da una classe media che non poteva riconoscersi più negli ideali di uguaglianza del socialismo.
              Caduta la prima e la seconda via sarebbe caduta anche l’illusione di poterne definire una terza, intermedia fra le prime due. Ed è in realtà questo ciò che è avvenuto e sta tuttora avvenendo in Europa: bisogna partire dalla constatazione che non esistono più alternative al mercato per quanto riguarda l’assetto economico ed alle istituzioni democratiche per quanto riguarda il sistema politico. Ma questo non vuol dire che non vi sia più spazio per la politica: mercato e democrazia sono, per così dire, aspetti costituzionali dei sistemi politici contemporanei, ma i loro contenuti possono variare molto ed assumere aspetti diversi sotto il profilo economico e sociale. Qualunque tentativo di riprodurre un ideale socialista appare destinato all’insuccesso, ma si deve anche resistere anche alla pretesa (che Dahrendorf fa risalire soprattutto a Hayek) di ipotizzare che vi sia una forma pura ed unica nel quale si realizza la costituzione della libertà, una costituzione dalla quale si debbano, ad esempio, espungere proprio Keynes e Beverdidge che sono stati quelli che hanno permesso al capitalismo riformato di vincere la sfida posta dal comunismo.
              Vale la pena di ricordare, parlando di questi argomenti, che al termine di una visita compiuta in Russia nel 1925, Keynes aveva scritto un saggio acutissimo sul comunismo. Egli ne aveva colto il formidabile afflato religioso ed aveva concluso che il comunismo costituiva una sfida mortale per il capitalismo. Per vincere questa sfida – osservava Keynes - il capitalismo, essendo privo di valori religiosi, avrebbe dovuto mostrare di essere non una volta, ma molte volte più efficiente del comunismo. Quello che è avvenuto specialmente a partire dall’inizio del secondo dopoguerra è che, anche per effetto delle idee sviluppate da Keynes,  il capitalismo si è dimostrato assai più efficiente del socialismo sia nel creare ricchezza sia nel distribuirla. Ed è proprio questa superiorità manifestata sul campo ad avere accelerato la sconfitta storica della ‘religione’ comunista.
              Quali sono le implicazioni della crisi delle socialdemocrazie e della stessa nozione di ‘terza via’?  Dahrendorf non sembra aver dubbi che esistano e continueranno e dovranno continuare ad esistere, come del resto ha scritto Bobbio in un suo breve libro[4], la destra e la sinistra. E tuttavia,  la definizione di questi termini ed i programmi che dovranno caratterizzare queste due grandi posizioni ideali non potranno più essere ricavati sulla base delle categorie politiche del pensiero del novecento. Questa è in un certo senso una delle lezioni dell’89, quella forse che più stenta ad essere percepita.
 

Il futuro dell’Europa
 
              Nell’ultima parte delle sue Riflessioni Dahrendorf si poneva il problema delle conseguenze sul futuro dell’Europa della caduta del Muro di Berlino e del ritorno all’indipendenza dei paesi dell’Europa centro-orientale. Il primo tema che egli affrontava era la questione dell’unificazione tedesca. Riconosceva che in tutta l’Europa orientale, e non solo in Polonia, l’unificazione tedesca veniva considerata con grande preoccupazione. Ci si domandava, con angoscia, se la Germania unita non avrebbe risvegliato i mostri da cui l’Europa era riuscita a liberarsi soltanto dopo la seconda guerra mondiale ed a prezzo della tragedia che aveva attraversato. Aggiungeva che, del resto, anche molti fra gli intellettuali tedeschi, considerando troppo rischiosa la riunificazione, preferivano pensare al mantenimento di due Stati tedeschi fra loro indipendenti. C’era dunque da temere per il futuro?
              La risposta di Dahrendorf era che non vi era motivo di avere paura della Germania unita, in quanto l’esperienza del dopoguerra e la partecipazione all’unione europea costituivano garanzia sufficiente che i demoni del nazionalismo non si sarebbero ridestati. I confini a est della Germania saranno - scriveva - fra i più sicuri d’Europa. La Germania sarebbe stata parte della famiglia europea a parità di titoli e di diritti con tutti gli altri. La visione di Dahrendorf si è dimostrata lungimirante. La riunificazione tedesca non ha messo in crisi l’Europa. Semmai, anzi, una certa preoccupazione per questo evento ha spinto ad accelerare i passi del processo di integrazione europea, proprio al fine di vincolare più strettamente la Germania al consesso europeo. Così è avvenuto per l’euro, per il quale la decisione di procedere alla realizzazione concreta del progetto Delors venne assunta dal Consiglio Europeo di Strasburgo del dicembre del 1989, all’indomani dell’annuncio da parte del Cancelliere Kohl di una tempistica ravvicinata per la riunificazione delle due Germanie.
              Mentre, dunque, per Dahrendorf i problemi non sarebbero scaturiti dalla Germania, maggiori preoccupazioni destava in lui il carico di problemi irrisolti lasciati in eredità dai regimi comunisti in tutta l’Europa centro-orientale. C’era un tema in particolare che gli appariva carico di difficoltà e di rischi per il futuro. Si trattava della questione del diritto all’autodeterminazione dei popoli.  ”Come principio di diritto internazionale – scriveva - l’autodeterminazione nazionale è uno dei principi più infelici. Attribuisce un diritto ai popoli, quando i diritti dovrebbero essere sempre quelli degli individui” (Riflessioni, pag. 122). Dahrendorf temeva che, tolta la cappa dei regimi totalitari che avevano costretto le diverse nazionalità a convivere, il principio di autodeterminazione sarebbe stato invocato ampiamente. In questo egli  vedeva il rischio non solo di aspri scontri in seno a alcuni paesi, ma anche di scontri fra i paesi.
              Che non si trattasse di una preoccupazione infondata è stato ampiamente dimostrato dalle vicende della ex-Iugoslavia negli anni 90 in cui l’invocazione all’autodeterminazione ha finito per provocare violenti scontri interetnici e a rendere impossibile la convivenza anche fra etnie che pure in passato avevano convissuto in condizione di reciproca tolleranza, come nel caso della Bosnia. Nello stesso tempo, però, si deve notare che il caso della ex-Iugoslavia ha costituito una eccezione dolorosa, più che la regola, del post-comunismo in Europa centro-orientale.
              Al di fuori della ex-Iugolavia, i problemi etnici e religiosi sono stati nel complesso limitati nella portata e nel numero e gestiti con saggezza. Ritengo che il merito per questi sviluppi positivi vada alla decisione europea di aprire la strada all’integrazione delle nuove democrazie nell’Unione Europea e di farlo in tempi rapidi e soprattutto certi. Così come l’accelerazione dell’euro è stata la via per esorcizzare le preoccupazioni per l’unificazione tedesca, analogamente la prospettiva del’ingresso nell’Unione Europea ha funzionato come un elemento demoltiplicatore dei conflitti nelle nuove democrazie dell’Est.
              Nelle Riflessioni, Dahrendorf accenna all’esigenza di una nuova architettura dell’Europa a seguito della trasformazione dei regimi dell’Est, ma, per il momento nel quale il libro fu scritto, egli non esamina esplicitamente la possibilità di un ingresso di questi paesi nella Comunità europea. Ma è stata proprio la prontezza con la quale l’Europa si è posta il problema dell’allargamento ad evitare il complesso di problemi e di potenziali scontri che  Dahrendorf aveva riassunto sotto la voce ‘autodeterminazione dei popoli’. Anche in questo caso, come per l’euro, il merito principale spetta a Jacques Delors per avere posto immediatamente sul tavolo, in un discorso al Parlamento Europeo del 1990, il tema dell’ingresso delle nuove democrazie dell’Est nell’Unione Europea: dobbiamo aiutarli – aveva detto – a creare in casa propria condizioni che un giorno renda possibile per loro diventare membri a pieno titolo dell’Unione (Riflessioni, pag. 119). Poco tempo dopo, nel Consiglio Europeo di Copenhagen del 1994, questa impostazione trovò una formulazione concreta: venne fissato il principio del diritto per qualunque paese europeo di chiedere (ed ottenere) l’ingresso nell’Unione all’unica condizione che fosse accertato il rispetto da parte di questo paese di una serie di condizioni relative ai principi di libertà e di democrazia. Si deve in sostanza alla politica della porta aperta ed al condizionamento operato dai criteri di Copenhagen se la transizione dai regimi totalitari alla democrazia è avvenuto pacificamente quasi ovunque in centro-orientale.
              Un altro tema toccato nelle Riflessioni riguarda il ruolo della Russia. Dahrendorf scriveva giustamente che in nessun caso la Russia - che allora era ancora l’Unione Sovietica - avrebbe potuto aspirare ad entrare nella casa comune europea. Poneva però il problema delle relazioni fra la nuova Unione Sovietica e la nuova Europa. Egli tendeva a pensare che la caduta del muro di Berlino riflettesse un indebolimento dell’Unione Sovietica che avrebbe potuto consentire di superare il clima della guerra fredda che aveva accompagnato tutto il secondo dopoguerra: “ L’Unione Sovietica non ha l’aria di essere una potenza in grado, nel prossimo futuro, di promuovere e garantire un ordine in Europa. Deve badare ai propri affari interni, a tenere insieme quanto resta dell’Unione..” (Riflessioni, pag. 125). E tuttavia non si sentiva di escludere che “dirigenti meno responsabili del presidente Gorbachov [potessero in futuro] cercare temporaneo rimedio in aggressioni esterne” (ibid.).  La nuova Europa avrebbe dovuto mantenere le relazioni sia con l’Unione Sovietica che con gli Stati Uniti (quest’ultimi ovviamente assai più vicini all’Europa e ai suoi valori) in un quadro che riflettesse, però, la nuova forza e il carattere più largo dell’Unione Europea.
              Vi era, infine, la questione della natura dell’Unione Europea. Qui Dahrendorf, conoscendo profondamente i paesi dell’Est e il senso della loro ritrovata identità, dubitava che essi si sarebbero risolti facilmente ad accettare di entrare in uno Stato sovranazionale europeo. Lui stesso, del resto, aveva progressivamente modificato la sua posizione sul grande tema dell’unione politica europea, accostandosi progressivamente alle posizioni della Gran Bretagna ed allontanandosi dalla visione strettamente federalistica di Altiero Spinelli che aveva conosciuto bene anche per essere stato suo collega in seno alla Commissione Europea all’inizio degli anni Settanta: “nell’Europa di oggi lo stato nazionale è ancora a tutti gli effetti il depositario dei diritti fondamentali di cittadinanza” (Riflessioni, pagg. 111-112). Dahrendorf pensava a istituzioni europee che funzionassero in modo da rafforzare e potenziare la capacità degli Stati nazionali di compiere il loro dovere nei confronti dei cittadini, non a istituzioni sovranazionali sostitutive dell’autorità degli Stati nazionali e coglieva bene il fatto che le nuove democrazie dell’Est, conculcate per decenni nella loro identità, si sarebbero naturalmente schierate a favore delle forme di collaborazione europea che fossero rispettose delle ritrovate identità nazionali – sarebbero state cioè più vicine alla Gran Bretagna che alle posizioni di ispirazione federalistica.
              Le posizioni che i paesi dell’Europa centro-orientale tendono a prendere in seno all’Unione Europea in questi anni indicano che Dahrendorf aveva colto bene fin da quei primi giorni di libertà le motivazioni e le sensibilità che  li avrebbero caratterizzati come membri dell’Unione. Quello che forse allora non era così facilmente prevedibile è che vi sarebbe stato un forte raffreddamento dello spirito europeo anche nei paesi che hanno fatto parte fin dall’inizio del progetto di integrazione europea. Lo dimostrano il fallimento per molti aspetti drammatico, dovuto all’esito dei referendum in Francia e in Olanda, del tentativo di introdurre nel processo di integrazione europea la nozione di un trattato costituzionale e le non ancora superate difficoltà di ratifica del pur meno significativo Trattato di Lisbona.
              Jacques Delors aveva colto fin dall’inizio della nuova fase della vita europea apertasi con la caduta del Muro di Berlino e la liberazione dei paesi dell’Europa centro-orientale dal giogo sovietico il problema essenziale che si sarebbe posto: la necessità che, parallelamente all’allargamento della Comunità, avesse luogo il rafforzamento delle istituzioni comuni. Ma, mentre il processo di allargamento si è realizzato in modo ordinato e nei tempi originariamente previsti, sono falliti i tentativi di approfondimento dell’integrazione. Non è una situazione che possa essere considerata senza preoccupazione. In un mondo nel quale vanno emergendo – dove anzi sono già emersi – nuovi grandi protagonisti economici e politici, dalla Cina, all’India e dove la Russia dopo molti anni di evidente smarrimento cerca di ritrovare, attraverso la leadership di Putin, un ruolo mondiale, un’Europa priva di una capacità di decisione sui grandi temi della politica e dell’economia internazionale, presenta il rischio di pagare un prezzo molto elevato al mantenimento del carattere intergovernativo delle istituzioni alle quali sono affidati i maggiori temi politici ed economici.
              Scrivendo nel 1990 Dahrendorf aveva probabilmente davanti a sé il quadro tradizionale della vita internazionale del secondo dopoguerra, il dualismo fra gli Stati Uniti e l’URSS con l’Europa strettamente legata agli Stati Uniti, protetta da questi ultimi come bastione avanzato della Alleanza Occidentale e dove la NATO garantiva essenzialmente l’equilibrio strategico, mentre la Comunità Europea consentiva i vantaggi economici di un mercato senza più vasto e senza intralci. In questo quadro, l’indebolimento dell’URSS rendeva meno pericolosa la situazione internazionale e permetteva di concentrare l’attenzione sui problemi dello sviluppo economico.
              20 anni dopo, la situazione è profondamente cambiata: il vincolo di solidarietà occidentale appare meno necessario e diviene dunque  meno solido. I nuovi problemi che la globalizzazione sta generando pongono all’Europa problemi che richiederebbero una maggiore unità politica. Ma la consapevolezza, che pure si va diffondendo, dei nuovi dati della situazione non è per sé sufficiente a dare impulso al processo di unione politica. In polemica con una allora famosa affermazione di uno studioso americano, Dahrendorf insisté molto sul fatto che la caduta del Muro di Berlino non significava “la fine della  storia”. Ne abbiamo una riprova in questi anni, ma l’Europa stenta a trarre le conseguenze da questa constatazione.              
 

5.  Dahrendorf intellettuale europeo
 
              Le Riflessioni di Dahrendorf si leggono ancora oggi con enorme interesse. Esse sono permeate dall’idea di fondo che la realizzazione principale alla quale bisogna tendere è quella che egli, seguendo Popper, chiamava la società aperta per realizzare la quale, però, “non c’è una strada maestra” (Riflessioni, pag. 70). Ed aggiunge “la liberta non cade dal cielo, va creata. La sua creazione è piena di trabocchetti…Ma nel riflettere sulle umane vicende non possiamo visualizzare solo un sinistro procedere verso la schiavitù; c’è anche la prospettiva di una via verso la libertà” (Riflessioni, pag. 71).
              Questa fiducia di Dahrendorf nel cammino inarrestabile della libertà riecheggia il tema di fondo del Croce della Storia d’Europa.[5] C’è nelle ultime pagine di quel libro una frase che non si legge senza emozione: “Per intanto – scrive Croce – già in ogni parte d’Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità; e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico Regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’essere loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così  e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate gi`, ma meglio amate.”[6]
              Se un giorno, ancora lontano, si dovesse realizzare questa previsione, o forse solo questo auspicio, di Benedetto Croce, Ralf Dahrendorf, tedesco di nascita e di formazione, inglese d’adozione, a suo agio in Francia, in Italia come in qualsiasi altro paese dell’Europa, potrebbe essere considerato come l’antesignano e insieme il simbolo del successo del lungo e difficile cammino compiuto dall’Europa.


pubblicato sulla rivista Aspenia, anno 14 n.46 - 2009
 
 

[1] Ralf Dahrendorf, 1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa, Lettera immaginaria a un amico di Varsavia. 1990, Laterza, Bari 1990.
[2] Edmund Burke,  Reflections on the Revolution in France, London 1790.
[4] Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Roma 1994.
[5] Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo XIX, Bari 1931.
[6] Ibid., pag. 354.


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