Juncker e Tremonti propongono la nascita di un’agenzia europea, per rendere più liquido il mercato secondario dei titoli del debito pubblico in Europa, e per creare, davvero, le premesse di una responsabilità comune, dei Governi europei e degli Stati che essi rappresentano, nella gestione e nel rimborso del debito pubblico. Questa agenzia, un organismo stabile che rappresenterebbe la (futura) sovranità politica europea, “dovrebbe prendere il posto – dicono Juncker e Tremonti – dell’attuale Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria”, che, al contrario, è un veicolo che gestisce la compensazione ed il rischeduling dei debiti pubblici dei paesi europei in affanno.
Con questa ipotesi di lavoro Juncker e Tremonti rafforzano la futura identità reale dell’euro: una moneta che non sia solo un legal tender per i mercati ma anche l’effetto di una sovranità politica esercitata e responsabile. E’ una idea fondata ed interessante ma che potrebbe non risolvere lo squilibrio in essere nella economia europea e la asimmetria tra le politiche delle banche centrali, americana ed europea, nei confronti degli strumenti per aumentare la crescita. “Il deterioramento dei conti pubblici alimenta i timori sulla sostenibilità del debito e amplia i premi per il rischio di credito sovrano. Nell’area dell’euro, lo spread rispetto ai titoli pubblici tedeschi è molto elevato in Grecia, Irlanda e Portogallo, dove i tassi a lungo termine sono saliti in misura significativa. In Belgio, Francia, Italia e, in una certa misura, anche in Spagna, l’aumento del differenziale rispetto ai Bund ha in buona parte riflesso l’accresciuta preferenza degli investitori per attività a basso rischio (flight to quality), che ha contribuito a comprimere il rendimento dei titoli tedeschi. Nel nostro paese, i rendimenti dei titoli pubblici decennali si collocano attualmente al di sotto del valore medio dell’ultimo decennio”. Scrive a pagina 12 la Banca d’Italia nel primo numero del Rapporto sulla Stabilità Finanziaria, presentato da Draghi il 6 dicembre. Ed aggiunge agli indicatori di finanza pubblica anche quelli relativi al saldo delle partite correnti e della posizione finanziaria netta sull’estero. Solo la Germania (ed il Giappone in misura minore) presentano saldi di segno positivo, creano reddito, ed un potenziale risparmio, nel proprio conto economico nazionale. Essendo positivo la scarto tra risparmio ed investimento, quando il saldo commerciale corrente è superiore al valore del deficit di bilancio nei conti pubblici.
La Germania, insomma, oggi dispone di un risparmio potenziale che potrebbe impiegare per rilanciare la crescita in Europa, traendone un notevole vantaggio perché essa vende in Europa, e non solo come si è detto, anche larga parte della sua produzione. Ovviamente potrebbe impiegare queste risorse non per espandere il mercato interno europeo ma allargare le proprie esportazioni: ma fino a quando e come? Quel risparmio, invece, potrebbe essere utilizzato per finanziare il debito pubblico, od il suo rischeduling, o per rafforzare la solvibilità attesa del suo rimborso. Questa condizione è necessaria ma non è sufficiente per la crescita. Il rigore dei conti pubblici deve esserci ma non è detto che alimenti automaticamente la crescita. Il risparmio dovrebbe oggi essere canalizzato verso investimenti capaci di accrescere la produttività, a livello di sistema ed a livello di singole imprese.
Le banche non riescono ancora a dare un contributo significativo a queste scelte di investimento. Troppa incertezza avvolge il futuro e la liquidità ristagna mentre risorse umane restano disoccupate. Un’agenzia, europea, ragionevolmente pubblica per l’esserci, come furono gli Enti Beneduce che l’Italia creò negli anni trenta, potrebbe raccogliere questo risparmio liquido e canalizzarlo verso investimenti infrastrutturali e copertura dei fabbisogni aziendali per nuovi investimenti. La Cassa Depositi e Prestiti italiana ci sta provando, ad esempio. Ma allora perché canalizzare solo verso il debito pubblico, che non sempre finanzia investimenti per la produttività e spesso copre solo spese correnti ed inefficienza amministrativa, il risparmio potenzialmente raccolto da un’agenzia europea? Si dirà che questo lavoro potrebbe farlo la BEI ma questo non avrebbe né l’impatto né il valore politico che si vuole ottenere: il segnale netto che si vuole davvero una politica economica europea per sostenere la crescita. Mentre una agenzia europea che finanzi infrastrutture e reti di impresa sarebbe quasi una “banca continentale” sul modello della Banca Mondiale. una banca coperta e garantita dagli Stati Europei per riattivare la crescita ed offrire valutazioni e monitoraggi affidabili per progetti espansivi di scala larga. Una banca pubblica per l’esserci, come erano gli enti Beneduce, ma che promette anche una capacità di riconoscere la crescita, e non solo l’equità distributiva, come valori. Peraltro molto logorati dal modo in cui molti paesi europei hanno amministrato i propri regimi di welfare. Dilatando il proprio debito pubblico.
da Il Riformista del 7 dicembre 2010
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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