Ripresa nuova, problemi vecchi

di Paolo Savona - 12/03/2007 - Economia
L’ISTAT ha comunicato i dati di crescita del Prodotto Interno Lordo e delle sue principali componenti per il quarto trimestre e l’intero anno 2006 che confermano gli andamenti moderamente positivi dell’economia italiana. Queste informazioni giungono il giorno dopo che la Banca Centrale Europea ha aumentato i tassi dell’interesse ufficiali dal 3,5 % al 3,75% “per timore di inflazione”. Le previsioni di crescita in Europa sono orientate in direzione moderatamente positiva con particolare enfasi per l’economia tedesca la quale – è ben noto – trascina l’economia italiana. Questa è una parte della storia della mini ripresa italiana. L’altra è la scoperta che la Cina non solo rappresenta un problema competititvo, ma anche un’opportunità che le nostre imprese cominciano a cogliere. Infatti le nostre esportazioni sono cresciute del 4,5 %. La terza parte è la ripresa dell’industria meccanica, con la FIAT in posizione trainante.
Gli analisti danno per certo che la ripresa in Germania è strutturale e, perciò stesso, lo è anche la nostra ripresa in proporzione al peso che ha nella nostra domanda questo mercato di sbocco, come lo è il peso del mercato cinese sulle nostre esportazioni. Si può pertanto concludere che l’innalzamento del saggio di crescita dell’Italia ha caratteristiche permanenti ma che esso è dovuto all’opera di forze esterne. Questo fatto non deve indurci a ritenere che i fattori di crisi siano alle nostre spalle. Pressione fiscale e peso della pubblica amministrazione, insufficienti infrastrutture materiali e immanteriali, rigidità nell’uso del lavoro e suo costo che cresce più della produttività (i dati ISTAT indicano il 3,2 %,), strutture produttive troppo frazionate e servizi poco competititivi e molto inefficienti tengono ancora basso il nostro saggio potenziale di sviluppo.
Su queste condizioni di base non certo favorevoli si abbatterà l’aumento del costo del denaro e il lento apprezzamento dell’euro, soprattutto se continueranno. Riemerge in tutta evidenza la contraddizione di una moneta comune parametrata sugli andamenti tedeschi e di un cambio dell’euro paramentrato su quelli statunitensi. Su queste due variabili, l’Italia può esercitare opoca influenza, salvo obiettare alla BCE che con un’inflazione dell’1,8 % rispetto al tetto del 2 % (detto e non detto) e un reddito potenzionale che invece sia cresciuto, muovere i tassi dell’interesse per soli timori e non per fatti in un’area monetaria non ottimale è una grave responsabilità. E non è dameno tacere sui gravi squilibri valutari cino-americani.
Date queste condizioni, la riprogrammazione della nostra politica economica e del relativo bilancio pubblico, decisi nel settembre scorso, pare un passo obbligato per rilanciare la domanda privata interna tutt’ora stazionaria (i dati ISTAT indicano che i consumi interni crescono di appena lo 0,2%).
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