Le tre risposte che ancora non ci sono

di Paolo Savona - 15/09/2009 - Economia
Le tre risposte che ancora non ci sono
Mentre imperversano sui media i commenti sul fallimento della Lehman Brothers di un anno fa, che tanti guai ha causato allo sviluppo globale e ai piccoli risparmiatori, si attende ancora di conoscere quali nuove regole saranno approvate per evitare che eventi simili si ripetano.

Passata la grande paura e registrati i primi sintomi di ripresa dell’attività produttiva tutto sembra voler tornare come prima e il maggior impegno politico pare applicarsi alla limitazione del bonus spettante ai banchieri, come testimoniano le “minacce” di Sarkozy di disertare il prossimo Summit dei G20 a Pittsbourg se il provvedimento non venisse approvato. Dagli all’untore, quindi, ma la peste resta libera di agire e questa si annida in una serie di difetti dei meccanismi istituzionali che, se non vengono corretti, lasceranno le cose (e i rischi) come prima.

I
l primo tra tutti è insito nella facoltà concessa ai creatori di un credito rischioso di disfarsene interamente cedendolo ad altri o, peggio ancora, incorporandolo in obbligazioni contenenti altri crediti, a minor rischio. Se, come accaduto per i crediti subprime, alcuni tra essi non vengono rimborsati l’intera obbligazione viene “intossicata” e, quando il problema si diffonde, anche l’intero mercato resta coinvolto. E’ stato proposto di vietare la cessione totale del credito, ma non sono stati fatti progressi in questa direzione. L’aumento del capitale delle banche e delle finanziarie viene considerato un’alternativa, ma così non è se i rischi non restano almeno in parte nelle mani di chi li ha creati.

Il secondo difetto si rinviene nella possibilità di taluni mercati, come quelli dei derivati OTC (cioè fuori dei mercati regolati) e degli hedge fund (fondi di investimento), di operare liberamente lasciando che gli operatori si regolino contrattualmente tra loro. Se però fallisce una controparte di rilievo (come appunto il caso della Lehman Brothers) o il gestore malversa (il caso Madoff) la crisi individuale si trasforma in crisi di sistema, inducendo le autorità a intervenire e a usare danaro pubblico per fini di copertura dei danni prodotti da privati. Sono state avanzate alcune proposte, tra le quali quella di creare una controparte centrale (con il danaro di chi però non si sa), ma per ora non se ne è fatto niente.

Il terzo è la diversità di regolamentazione tra un comparto e l’altro del mercato e la molteplicità dei regolatori che inducono gli operatori a spostarsi dove i vincoli o i controlli sono di diritto o di fatto minori. Poiché oggi un titolo vale perché è liquido sul mercato, la responsabilità di fissare le regole e l’esercizio del controllo dovrebbe essere delegato alle autorità di vigilanza bancaria, anche perché hanno più lunga esperienza di indipendenza dalla politica. E’ quanto in parte attuato da Obama che ha rafforzato i poteri della Fed, la banca centrale americana, suscitando reazioni degli operatori che temono di avere mani meno libere per speculare.

Altri perfezionamenti dei modi in cui agisce il meccanismo finanziario globale potrebbero essere necessari ma, se si concordasse immediatamente su questi tre con un bell’accordo globale, il mondo farebbe un bel passo avanti e, forse, i sudati risparmi dei piccoli risulterebbero meglio protetti rispetto al passato. Ma la vera protezione è insegnare loro che il rischio esiste e che nessuno può proteggerli dalle truffe o dalle cattive politiche. Meglio scegliere quei titoli che lo Stato dovrebbe darsi carico di proteggere, come già fa l’Unione europea per i depositi bancari fino a 100 mila euro, destinando a tal fine le risorse raccolte tassando i rendimenti dei titoli, invece di spendersele immediatamente. Come per i bonus dei banchieri, anche lo Stato dovrebbe acquisire queste tasse solo quando esse provengono da rendimenti che hanno avuto conferma nel più lungo andare.

dal Messaggero di oggi   
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