Ottobre Rosso: l’Italia, l’Europa e la recessione dell’economia mondiale

di Massimo Lo Cicero - 01/11/2011 - Economia
Ottobre Rosso: l’Italia, l’Europa e la recessione dell’economia mondiale

 

Negli ultimi dieci giorni di ottobre una spirale di rischi, veti incrociati e colpi di scena ha alimentato il risiko della crisi recessiva che avvolge larga parte dell’economia mondiale. Agli inizi del mese, con un articolo pubblicato su project syndicate, Stiglitz aveva avvertito l’Europa che l’ossessione per il rigore fiscale stava generando un contagio negativo sulla stessa economia americana: non si può combattere la recessione con una contrazione della domanda aggregata. Serve una politica intelligente per la crescita e non una politica di restrizione della spesa pubblica. Fermo restando che il contenuto di quella spesa pubblica non sia solo assistenza per amici e parenti o finanziamento degli affari di piccole nicchie imprenditoriali amiche di questo o quel gruppo politico.

Il crescendo degli ultimi dieci giorni si è generato anche perché si sono sovrapposti molti avvenimenti concomitanti che, tutti insieme, ed uno sopra l’altro, hanno creato un vortice dove le politiche dell’Italia e quelle dell’Europa, nello sforzo di trovare un punto di convergenza, in un tempo molto ravvicinato, hanno rischiato di generare un punto di crisi, per l’Europa, che avrebbe finito con l’essere un punto di crisi rilevante anche per l’economia americana. Una incoerenza dichiarata, tra le scelte italiane e quelle europee, avrebbe generato una crisi dell’area euro che l’Europa stessa non avrebbe potuto sopportare. L’Italia è la settima economia del mondo ed è anche una delle prime tre economie industriali europee: è troppo grande per fallire, come si dice oggi delle grandi banche mondiali, perché la sua crisi diventerebbe una crisi di sistema.

In questa fragilità c’è anche la forza dell’Italia: il governo della quale, messo alle strette dall’ultimatum di Francia e Germania, il “consolato” che regge le sorti della politica europea nelle persone di Sarkozy e Merkel, ha reagito con una proposta che era meglio non rifiutare da parte dei due leader che si sentono anche i capi dell’eurozona. La fragilità della legittimità su cui si fonda questa presunzione ha consentito ad una proposta molto discutibile, nei contenuti come nella forma – una lettera di intenti e non un impianto di politica economica approvato dal Parlamento e formulato dal Governo – di essere recepita ed ha offerto la ulteriore conferma che Berlusconi è un leader discutibile ma ancora non sostituibile, allo stato degli equilibri europei come di quelli domestici ed interni al nostro paese.

Mentre, senza alcun mandato di rappresentanza democratica Merkel e Sarkozy davano i voti ai Governi europei, si è realizzato un delicato processo di aggiustamento in due organismi decisivi per le sorti dell’eurozona.

Draghi ha sostituito Trichet alla banca centrale Europea ed Ignazio Visco ha sostituito Draghi alla Banca d’Italia. Anche in questo caso si è sfiorato il rischio di un allarme rosso: ed, ancora una volta, per uno strano triangolo tra Europa, Francia ed Italia nel quale i francesi avrebbero subito un ridimensionamento nelle posizioni di governo delle autorità monetarie europee. Al di là del gossip sulle persone coinvolte, e dei loro comportamenti, questa tensione mostra come siano ancora fragili le fondamenta dell’edificio istituzionale europeo. Del resto se i nostri leader politici hanno proposto, per la banca centrale italiana, motivazioni legate all’essere nati al nord od al sud del Paese, come leva per la scelta del nuovo governatore, simmetricamente, i francesi ritenevano che la nazionalità fosse un elemento determinante per partecipare, in maniera bilanciata, al governo della BCE. Il fatto è che se l’Unione Europea definisce un perimetro politico, ed una istituzione che rappresenta i popoli inclusi in quel perimetro, poco conta dove siano nate le persone: conterebbe cosa sappiano fare e se siano adatte a ricoprire incarichi di responsabilità di cui dovranno comunque rendere conto ai popoli europei per i quali devono lavorare nell’ambito dei mandati che assumono. Se conta l’anagrafe, dentro e fuori dei perimetri dei paesi che aderiscono all’Unione, siamo ancora molto indietro rispetto alle ambizioni che ci proponiamo di avere negli sviluppi del nostro futuro europeo.

Ma veniamo al merito dei temi di politica economica che, una volta ottenuto dall’Italia l’assenso alla sua lettera di intenti ed una volta assestato il governo delle autorità monetarie, saranno al centro del tentativo di superare la recessione in atto ed avviare una fase di crescita. Alesina e Giavazzi, nei giorni scorsi e sul Corriere della Sera, avevano indicato almeno il sommario di una politica per la crescita: indicando con chiarezza che la crescita nasce dalla conoscenza, dalla capacità, dalle competenze delle persone e dalla coesione che si sviluppa tra le persone, piuttosto che dalla concertazione che le associazioni di rappresentanza, di singole categorie di persone, stipulano con le pubbliche istituzioni.

La politica economica italiana, più in generale ed in una prospettiva relativa al passato prossimo, sconta due errori di valutazione, entrambi maturati nell’ambito del Governo in carica.

Il primo errore sta nel non aver capito che la mancata crescita, antecedente la crisi, sarebbe stata una condizione che avrebbe condizionato pesantemente il rilancio della crescita dopo la crisi. E’ stato importante sostenere famiglie e disoccupati con una operazione di redistribuzione del reddito ma, ad un certo punto, la torta da ridistribuire finisce in una guerra tra poveri, se non si mettono nel forno nuove torte da distribuire. Hanno congiurato in questa ipotesi tre retoriche negative che circolano nel paese: la convinzione che con l’economia sommersa siamo più ricchi di quanto pensiamo di essere; la convinzione che sia meglio accettare una decrescita del sistema e riequilibrare verso i beni pubblici una società troppo spostata verso i consumi privati; la convinzione che, come si dice nel Sud, “calati giunco che passa la piena” sia la migliore politica economica da seguire. Le tre retoriche non sono un sistema organico e coordinato di pensiero ma influenzano, da destra e da sinistra, l’opinione pubblica e ci trasformano, spesso, in un paese di serie B nonostante in Italia si potrebbe essere, come a volte abbiamo dimostrato nella nostra storia, un paese di Serie A. lasciamo da parte le retoriche negative che ci portiamo dietro e ricominciamo dal fatto che dobbiamo fondarci sulle nostre conoscenze, la nostra capacità di coordinarci tra noi, per creare organizzazioni grandi come sta diventando grande il mercato globale, e sulla nostra capacità di produrre e vendere sul mercato domestico e sul mercato internazionale ma anche sulla esigenza di comprare meno energia e meno prodotti alimentari all’estero, per aprire una stagione di crescita che è l’unica strada per essere, domani, in grado di ripagare il debito.

Il debito si può sostenere se i tassi di interesse sono inferiori od uguali ai tassi di crescita del prodotto con cui lo dobbiamo ripagare. Dunque non dobbiamo fare salire troppo i tassi di interesse ma dobbiamo anche fare salire il tasso di crescita. Come si è detto implicitamente, fono ad ora, il nostro problema è lo squilibrio tra debito e prodotto interno lordo. Non avevamo bisogno di ottenere precipitosamente un bilancio in pareggio né di inserire questo principio nella carta costituzionale. Questa ossessione del rigore contabile è un punto elaborato dal “consolato” improprio che guida l’Europa e che danneggerà anche la Francia a e la Germania. Perché una Europa deflazionata sarà un mercato nel quale anche le loro economie avranno problemi a crescere. E non si può sempre essere esportatori verso i mercati non euro.

Il secondo errore della politica economica italiana è stato quello di adottare come obiettivo chiave la riduzione del deficit e non la ripresa della crescita e l’alienazione di parte del patrimonio pubblico per ridurre lo stock di debito.

Nelle politiche per la crescita un ruolo decisivo lo avranno anche le banche e non solo gli interventi pubblici. E, se con il Fondo Salva Stati si fronteggia davvero il rischio dei titoli pubblici in portafoglio alle banche, le banche dovrebbero anche attrezzarsi per trovare e supportare nuovi progetti industriali che alimentino la crescita europea.

Vi proponiamo una serie di letture che allargano lo spettro di queste considerazioni e che riguardano l’opinione di coloro che hanno giudicato positivamente il passaggio di Draghi alla BCE, e che noi condividiamo, ma anche le opinioni dello stesso Draghi ed i contenuti della lettera che il Governo italiano ha rassegnato nelle mani dei due “consoli” che hanno assunto la reggenza europea. Anche se il merito maggiore nel contenimento degli effetti della crisi lo hanno ancora le banche centrali.

La politica oggi è fragile e forse lo è anche per la dubbia legittimità di coloro che oggi esercitano il comando in Europa, senza una robusta spinta effettivamente democratica alle proprie spalle. E non è questione di assenza di democrazia diretta: non sono le assemblee che danno la capacità di rappresentazione degli interessi generali. Servirebbero istituzioni meno barocche e scelte politiche più comprensibili dalle persone che da quelle scelte dovrebbero trarre fiducia e voglia di sfidare il futuro. C’è molto da fare per rifare l’architettura europea e formare una nuova, e diversa, classe dirigente dopo la prima crisi finanziaria dell’economia globale.

 

Da Finanza e Comunicazione del 27 ottobre 2011

 

 

Links

http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_24/giavazzi-alesina-dieci-proposte-per-una-scossa-italia_4ad8df9e-fe0a-11e0-bb8b-fd7e32debc75.shtml

Alesina e Giavazzi dieci proposte lunedì 24 ottobre corriere della sera

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-10-26/mario-solo-salvare-euro-083214.shtml?uuid=Aa1h25FE

Martin Wolf lettera a Mario Draghi che assume il governo della BCE su sole 24 ore del 26 ottobre 2011

http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/acri_261011/Discorso_acri_261011.pdf

Draghi alla giornata del risparmio, l’ultimo discorso da governatore

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/26/il-testo-integrale-della-lettera-del-governo-italiano-allunione-europea/166579/

La lettera del Governo italiano all’Unione Europea

http://www.finanzaecomunicazione.it/massimo-lo-cicero/edicola/l%e2%80%99epidemia-degli-errori-in-economia-si-allarga-nella-regione-del-nord-atlantico/

Stiglitz ed il contagio Europa USA