Savona ci spiega che la Bce ha due buoni motivi per non cantare vittoria

di Paolo Savona - 24/04/2009 - Economia
Al Direttore - In Banca d’Italia, ogniqualvolta veniva mossa una critica alle sue scelte, si riuniva immediatamente lo staff del Governatore per verificarne la fondatezza e preparare una risposta. Quando sono passato alla Confindustria ho compreso le differenze tra le “culture aziendali”, ossia le regole di comportamento, in gran parte non scritte, che ciascun dipendente apprende dall’aria che respira e attraverso la pelle piuttosto che il cervello. Orbene, la Banca Centrale Europea, pur essendo nata da poco, ha sviluppato una cultura aziendale che, con eufemismo, si può definire autoreferente, che si scomoda alle critiche, quando si scomoda, solo se provengono da poteri forti o gente che conta. Sovente fa appello alla propria indipendenza per difendere le sue scelte e affida le risposte tecniche al gruppo ristretto dei suoi estimatori. L’apertura al dibattito culturale è molto scarsa, pur rappresentando gran parte del prestigio delle banche centrali nel mondo.

Ancor più che soffermarmi sulla politica monetaria della Bce, mi sembra utile tentare di capire perché si sia sviluppata la sua cultura aziendale e mettere in chiaro le radici della sua indipendenza. Nel suo articolo sul Foglio del 21, Giorgio La Malfa ha dato una prima risposta, anche se per scopi diversi, ossia per sostenere la natura fondamentalmente deflazionistica della politica monetaria che consente alla Bce di vantarsi d’aver raggiunto gli obiettivi di inflazione al di sotto del 2%. Partendo dalle memorie del responsabile della ricerca, Otrmar Issing, che ha influenzato e in buona parte determinato le scelte della Bce, si evince l’idea che la cultura aziendale dell’istituzione, che tende a trasformarsi in Vangelo, è stata plasmata dal credo monetarista di Chicago, il quale sostiene che l’instabilità viene dalla moneta e che la migliore politica di sviluppo sia quella di garantire la stabilità monetaria; il resto è compito dei bilanci pubblici, dei sindacati e delle imprese. A questa filosofia, mai sistemata in letteratura, ha già efficacemente risposto Jean Paul Fitoussi affermando che gli Stati Uniti sono produttori di idee che non si sognano di usare, ma esportano, perché qualche paese è disposto a importarle. Non so se si riferisse alla Germania, ma lo sospetto.

Lorenzo Bini Smaghi ritiene di minare la tesi di La Malfa affermando che la crescita dell’euroarea non è diversa da quella di altre parti del mondo sviluppato, omettendo di sottolineare un punto importante: quando un gruppo di paesi cresce a tassi doppi rispetto a un altro, la media perde di significato in quanto la distribuzione non è normale. Non può quindi essere usata nella polemica, se non portando fuori strada il lettore. Sono però due gli argomenti che dovrebbero suggerire alla Bce prudenza nelle critiche rivolte alle altre forze come negli elogi rivolti a se stessa. Il primo, toccato da La Malfa, è che la politica monetaria ha influenzato il cambio dell’euro, rafforzandolo internazionalmente e scoraggiando le esportazioni price-sensitive che sono centrali per uno sviluppo export-led come quello dell’euroarea (interpretazione che Issing negava). Il secondo, a me caro, è che l’inflazione è stata tenuta bassa dalla concorrenza europea e globale, non dall’euro; sia perché la quantità creata è stata sempre abbondante, sia perché, quando i prezzi del petrolio e degli alimentari sono cresciuti, l’inflazione è stata importata e la politica dei tassi alti l’ha controllata creando deflazione.

I pilastri che reggono il mercato comune sono due: la concorrenza e l’euro. Quanto più la politica europea poggia sulla prima, tanto meno deve contare sul secondo. L’indipendenza nasce dall’idea che nei processi inflazionistici conti solo la moneta e attinge la sua ratio nel fatto che l’inflazione è una tassa occulta che viola il principio democratico della no taxation without representation (non può esservi imposizione senza che i tassati partecipino alla scelta). Se cade questa ratio, cade l’indipendenza. Lo spazio non consente una più approfondita analisi di una politica monetaria restata priva di un aperto esame e di un serio dibattito. Ma è ormai chiaro: Huston, we have a problem!

da Il Foglio del 24 aprile 2009
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