Seppure dilazionati nel tempo, ma con scadenze certe, Ben Bernanke ritirerà dal mercato finanziario 600 miliardi di dollari in titoli. Immettendo una liquidità nel sistema che, secondo Paolo Savona, risulta pari al disavanzo corrente della bilancia commerciale americana. Rimane reale la dimensione della base monetaria, creandone tanta da compensarne la distruzione generata dal deficit commerciale. Ma questo allargamento reale della liquidità disponibile genera un tendenziale deprezzamento della valuta americana ed un consolidamento della posizione finanziaria delle banche. Esse possono sostituire moneta a titoli, migliorando la propria struttura patrimoniale. Ma, fino a quando quella liquidità non diventa redditi delle persone, non si attiva la dinamica dei flussi di reddito: quella che trasforma i consumi in nuova domanda effettiva.
La dinamica dei flussi di reddito, oltre ai consumi e grazie ai consumi, attiverebbe risparmi che - se tradotti in depositi, e se le banche con quei depositi decidessero di finanziare imprese o l’acquisto di nuove case - potrebbero determinare una spinta sugli investimenti, aprendo la strada ad una stagione di crescita. La scelta di Bernanke tranquillizza gli ambienti di Wall Street e frena l’ostilità montante verso il democratico Obama: restituisce uno spazio politico praticabile al disegno roosveltiano, annunciato ma non ancora avviato dal presidente.
Sull’altra sponda dell’Atlantico si consolida, invece, una sorta di monetarismo fiscale. Sotto la spinta della Merkel si potrebbe avere una deflazione automatica della spesa per i troppo indebitati europei ed una compressione della spinta verso la crescita, che renderebbe inutile la preoccupazione della BCE sulla inflazione e a la sua conseguente politica monetaria, meno espansiva di quella della Federal Reserve. La scelta di Bernanke lascia aperta la porta alla crescita ma non avvia le scelte per farla effettivamente decollare. La politica della BCE, combinata con il monetarismo fiscale della Merkel, deflaziona l’economia europea e preclude la ripresa della crescita per tutti tranne che per la Germania. Che rimane l’unico esportatore netto dei grandi paesi europei. Si crea occupazione nel paese della Merkel e, nel migliore dei casi, si prolunga la stagione di una tendenziale stagnazione dell’economia europea.
Il vero problema del miliardo, scarso, di persone che vivono in Usa e nella Unione Europea è l’assenza di una politica coordinata, e reciprocamente utile, di due economie che sono ancora il fulcro dell’occidente ed, insieme, rappresentano la metà del prodotto interno lordo del mondo. La chiave di questa impasse della crescita in occidente, che è l’altra faccia del grande dinamismo del BRIC - il quartetto Brasile, Russia, India e Cina - sta in una vecchia intuizione keynesiana. La politica monetaria, se scambia solo titoli con moneta, non agisce sulla curva che descrive le opportunità che nascono dalla trasformazione del flusso di risparmio in un flusso di investimenti, la IS. Si mette in movimento lo scambio tra lo stock di moneta e lo stock di titoli, la LM. Con la variante speculativa di chi ottiene fondi a tassi bassi e li impiega nell’acquisto di materie prime per rivenderle o per giocare su derivati che abbiano da subito l’effetto di una simile doppia transazione. Il mondo resta fermo, in occidente, galleggiando su moneta, titoli e materie prime. Banche ed imprese non riescono a fare il proprio mestiere, e la crescita si sposta nell’altra metà del mondo. Ci vorrebbe un nuovo patto atlantico: ma chi è in grado di proporlo, e chi di accettarlo, sulle due sponde del problema?
da Il Riformista dell'11 novembre 2010
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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