Le scelte coerenti che aspetta il paese

di Paolo Savona - 24/12/2007 - Economia
La discesa del tasso di disoccupazione al 5,6 percento, il sorpasso del reddito pro-capite dell’Italia da parte della Spagna e l’avvertimento del presidente della Repubblica che senza riforme l’Italia corre seri rischi sono questioni strettamente legate tra loro. Che l’aumento della disoccupazione non sia legata all’aumento del reddito, ma alle mutate condizioni di trattamento del lavoro introdotti dalla  Legge Biagi, è fuori dubbio e questo fatto giustifica la netta dichiarazione del Presidente Napolitano.

I Paesi che hanno fatto le riforme, come il Regno Unito, hanno goduto di un più elevato tasso di crescita. I Paesi che hanno fatto scelte di profilo elevato, come il nucleare in Francia, hanno visto una maggiore resistenza alla competizione delle loro economie e una più elevato saggio di sviluppo. I Paesi che hanno provveduto a investire massicciamente nelle infrastrutture, come la Spagna, hanno potuto risalire rapidamente la graduatoria mondiale. I Paesi che hanno costantemente migliorato la pubblica amministrazione, come a Francia, o proceduto a tenere basse le tasse, come l’Irlanda, o hanno ridotto la pressione fiscale, ultima la Germania, hanno registrato andamenti produttivi migliori di quelli italiani.

Alla luce della ormai vasta evidenza in materia, affermare che l’Italia rischia senza le riforme – intendendo per queste non solo quella elettorale, come ci sembra debba essere intesa – è quindi la più banale e scontata delle conclusioni, ma non deve indurre a trascurare di ripeterla per stanchezza, essendo un doveroso richiamo da parte di chiunque abbia un minimo di responsabilità di governo a livello pubblico e privato. Il problema è che i gruppi dirigenti del Paese non si sono ancora messi d’accordo sui contenuti dell’idea di riforma. Taluni considerano tale tornare indietro da quella flessibilità nell’impiego del lavoro che ha permesso il raggiungimento del più basso tasso di disoccupazione degli ultimi quindici anni. Oppure considerano utile aumentare la pressione fiscale per raggiungere una distribuzione del reddito più equa, anche mortificando le prospettive di sviluppo. Oppure impediscono il nucleare in nome di una protezione ambientale impossibile da raggiungere nel piccolo raggio del territorio italiano. Oppure proteggono una pubblica amministrazione inefficiente e d’ostacolo all’affermarsi di “tempi moderni” (nel loro duplice significato di tempi di decisione e tempi che viviamo).

L’urgenza di un “clima nuovo” nella vita politica e più in generale nella vita nazionale passa da una corretta diagnosi della realtà che ci circonda e delle scelte che, piaccia o non piaccia, devono essere con essa coerenti. La flessibilità delle prestazioni di lavoro ripaga in termini di occupazione i costi sociali dell’adattamento. Colmare il divario esistente nelle infrastrutture materiali e immateriali necessarie, invece dire-distribuire costantemente un reddito che non cresce, ripaga in termini di crescita reale e di opportunità di lavoro e di reddito. La Nota aggiuntiva del 1962, che propose il nuovo corso della politica economica, avvertiva che occorre costruire la casa prima di comprare i sopramobili nell’illusione di poter vivere egualmente bene. Ritornare al nucleare per poterci rendere in dipendenti dai ricatti di prezzo e di quantità dei produttori di petrolio ripagherebbe ampiamente i rischi che comunque corriamo, circondati di centrali nucleari come già siamo e ancor più saremo nel futuro, per giunta centrali da noi stessi costruite. Migliorare la pubblica amministrazione significa recuperare risorse per lo sviluppo e incidere direttamente e positivamente in esso. Ridurre le imposte e tasse non è solo un corollario delle riforme indicale, ma un’impostazione politica che darebbe vita a un nuovo corso dell’economia e della società.

Non è dato sapere se il Paese ha desiderio di aprire una seria discussione sui questi temi. Se così fosse, lo pretenda. Questo giornale ancora una volta ci prova.

da Il Messaggero del 21 dicembre 2007
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