Quelle scelte forti di cui il Paese ha bisogno

di Paolo Savona - 04/07/2008 - Economia
Quelle scelte forti di cui il Paese ha bisogno
La malattia del Paese è grave, viene da lontano, ma proprio per questo esige terapie severe. L’emergenza di cui a lungo si è parlato da troppo tempo, appare nella sua concretezza, è sotto gli occhi di tutti, impone scelte coraggiose e non più eludibili. Sospinta da continue dichiarazioni delle autorità, avanza la presa di coscienza che finanza e attività produttiva sono in serie difficoltà.
 
Si aggiunge che il Paese può farcela a superare le difficoltà, come è successo in altre circostanze a patto, però, che imbocchi la strada condivisa delle scelte forti e necessarie. Il contesto internazionale non aiuta. Questa, però, in Italia non è la crisi più grave attraversata dalla Repubblica, perché negli anni Settanta eravamo alle soglie del collasso economico e istituzionale: inflazione alle stelle, caduta della produzione, disoccupazione, attacco delle Brigate rosse “al cuore dello Stato”. Gruppi dirigenti e società tutta seppero resistere e superare la crisi. Bastò una marcia di 40 mila persone per rovesciare le aspettative di un Paese che non spettava altro che vedere qualcuno prendere le redini della situazione.
 
I cittadini sperano ancora in qualcosa di simile e hanno provato a cambiare dirigenza politica più volte e più volte sono stati delusi. Sul piano economico le imprese hanno capito che la globalizzazione, prima intesa come un rischio, è un’opportunità e molte tra esse hanno saputo cogliere gli aspetti positivi. Ma la conquista del loro diritto alla sopravvivenza ha lasciato una pesante eredità sociale di disoccupazione, concentrata nei giovani del Sud, che la politica, pur conscia di doverlo fare, stenta a gestire.
 
Gli strumenti tradizionali non sono disponibili o difficilmente attivabili. Le scelte monetarie sono decentrate a Francoforte e quelle fiscali limitate dal Patto di stabilità, che negli accordi avrebbe dovuto garantire anche lo sviluppo, e dal rifiuto, di darsi carico almeno di una parte del problema: quello del finanziamento delle infrastrutture di valenza europea. Quest’oggi la Bce potrebbe aumentare i tassi ufficiali, motivando la scelta con i rischi di un’ulteriore accelerazione inflazionistica. Il problema non è la decisione in se stessa, né la sua modesta dimensione: bisogna tenere conto, invece, se l’inflazione da costi (del petrolio e dei beni primari alimentari) può essere combattuta con restrizioni nel costo del danaro, se l’aumento degli euro-tassi ufficiali è compatibile con il comportamento della politica monetaria degli Stati Uniti e se la trasmissione dell’inflazione da costi può essere allentata senza incidere sul grado di concorrenza, ancora limitato per i servizi e nullo per l’agricoltura.
 
Per tutti i quesiti la risposta è negativa. La crisi è globale e richiede accordi globali. Non è possibile che ognuno proceda per suo conto: l’aumento dei tassi al di sopra di quelli sul dollaro indurrà cambiamenti della moneta americana in euro, che si apprezzerà ulteriormente e farà cadere le esportazioni. L’inflazione da costi può essere curata con la depressione, ma non è una soluzione di cui la Bce, né le autorità europee, possono andare fiere.
 
La crisi è certamente globale e ha nella debolezza del dollaro e delle scelte europee due epicentri importanti, ma ha anche componenti interne. Su tutto domina un settore pubblico che mangia circa metà del Pil e non pare volersi fermare. Agire sui salari appare controproducente, anche se l’attenzione si dirige ancora una volta su di essi. Agire sulle imprese, anche in modo selettivo, come è stato fatto, lo è altrettanto, perché bisogna incoraggiarle a investire se hanno profitti, anche di origine inflazionistica.
 
Una legge di incentivazione fiscale collegata alle innovazioni è più efficace ed eticamente accettabile di quanto non lo sia un’imposizione fiscale da utilizzare a fini di assistenza. Il vero problema è come ridimensionare l’ampiezza del settore improduttivo pubblico. Lo Stato è presente nei settori dove non è necessario che ci sia, e assente o quasi nei settori dove deve esserci, quali il controllo del territorio contro la criminalità.
 

Poiché il Governo è stato democraticamente eletto è nostro dovere dare fiducia alle intenzioni che vengono quotidianamente espresse dai ministri, forse senza porre quelle cautele che l’esperienza suggerirebbe. L’unico indirizzo che è stato espresso chiaramente è che per alcuni anni non vi saranno riduzioni della pressione fiscale. Ma è anche l’unica cosa che si dovrebbe fare per uscire dalla crisi e combattere l’inflazione da costi.

da Il Messaggero del 3 luglio 2008

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