Le scelte politiche necessarie per dare un futuro all'euro

di Paolo Savona - 01/12/2011 - Economia
Le scelte politiche  necessarie per dare  un futuro all'euro

 

- Panorama Economy, mercoledì 7 dicembre 2011 -

Il rendimento dei Btp italiani ha sfiorato la soglia dell'8% e un'offerta modesta di Bund tedeschi non ha trovato collocazione sul mercato, costringendo la Bundesbank a intervenire. La speculazione ha capito che l'Ue è divisa sul chi deve e sul come intervenire a sostegno dei debiti sovrani in difficoltà e punta sul fallimento dell'euro, che coinvolgerebbe anche la Germania. Una moneta non può vivere senza unione politica che la regga. Fin dalle sue origini era chiaro che l'euro dovesse trainare l'unificazione politica. Alcuni lo hanno ripetutamente ricordato, ma non preteso, e molti governanti hanno preferito ignorarlo; oggi il mercato presenta a tutti il conto. Si è avuta troppa fretta e coltivate troppe illusioni, eppure il Trattato di Maastricht aveva previsto la clausola dell'opting out (restare fuori), che il Regno Unito ha invocato conoscendo il suo popolo. L'Italia invece non lo ha fatto.

Sorprende che economisti da sempre euroentusiasti dichiarino oggi che forse abbiamo avuto troppo entusiasmo e precipitazione. Queste scelte vanno meditate prima, perché i costi del restare sono oggi superiori a quelli che si sarebbero dovuti sostenere restando fuori. Non è più tempo di ripensamenti, ma di decisioni e queste non possono se non essere che la Bce provveda a svolgere pienamente la funzione di lender of last resort (prestatore di ultima istanza, ndr) e l'Ue metta a punto gli eurobond per rilevare i titoli acquistati dalla Bce e negoziare con i Paesi la ristrutturazione del debito, garantendone il rimborso. L'Italia deve pretendere che il giusto momento di serietà che ci viene richiesto sia bilanciato da un altrettanto giusto momento di verità sul futuro dell'Unione. Cedere una larga dose di sovranità fiscale senza questa contropartita sarebbe un secondo grave errore politico.

Agli inizi degli anni Novanta l'Italia ha vissuto un periodo in cui i timori di insolvenza del debito pubblico erano crescenti, con i tassi dell'interesse sui Btp che superavano il doppio di quelli attuali. Il Paese mostrò di sapere fronteggiare la pericolosa situazione, ma aveva il diretto controllo del cambio e della creazione monetaria.

Il costo fu l'inflazione, che innestava però un circolo vizioso con il cambio e il costo del danaro, in atto dalla tempesta dei prezzi petroliferi. Fu questa esperienza che spinse l'Italia a ricercare il vincolo esterno dell'euro. Quello che ha operato prima dell'euro non è certamente un meccanismo socialmente accettabile, ma ha almeno il pregio che gli italiani erano direttamente responsabili delle scelte del loro governo e non, come oggi, delle esitazioni e dei rifiuti dell'Ue, mischiando colpe ad alibi.

Una caduta del reddito e dell'occupazione ottenuta aumentando la pressione fiscale – anche se fosse distribuita equamente, sulla qual cosa lo scetticismo è storicamente dovuto – non risolverebbe il problema dei danni che subirebbe il bilancio pubblico e i bilanci delle imprese e delle famiglie, dato che uno spread così elevato si va trasmettendo all'economia privata, mettendo in difficoltà il mercato del credito. Se anche mostrassimo il coraggio di imporre una deflazione senza perdere il controllo della stabilità sociale – la qualcosa appare problematica – non è pensabile che il mercato riduca questo spread a valori inferiori a quelli che si vanno delineando in Europa, per esempio in Francia. Se non si mette in sicurezza l'euro seguendo una strada simile a quella qui indicata, ogni nostro sacrificio non avrebbe successo, in quanto sotto attacco è l'intera costruzione economica europea. 

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