Serve un accordo globale sul debito

di Paolo Savona - 08/07/2010 - Economia
Serve un accordo globale sul debito

Mentre in Italia cerchiamo affannosamente di risolvere i problemi di casa nostra, nel resto d’Europa e del mondo le cose non procedono per il verso giusto, con un’impressionante identificazione degli andamenti politici con quelli dei mondiali di calcio. La Germania vince, l’Inghilterra, la Francia e l’Italia eliminate; gli Stati Uniti anche, ma fa storia a parte, come il dollaro e il suo deficit estero, perché la sua palla è ovale. I mercati internazionali si sono dati una calmata e hanno attenuato le loro pressioni sui Paesi che hanno pesanti problemi di finanza pubblica, perché hanno scoperto che non vi è Paese immune dagli eccessi, esclusi forse la Cina, la Norvegia e pochissimi altri, e loro non possono esagerare. Una precisa regola di vita della speculazione è di non far morire i corpi che aggredisce, per non inaridire la natura stessa della fonte dei suoi guadagni.

Il problema della sostenibilità del debito pubblico resta il macigno che grava sullo sviluppo globale, ma in molti, troppi, ritengono che non sia un loro problema. Circolano statistiche catastrofiche, ma non lasciano il segno. Il G20 non è stato in condizione di individuare una risposta comune a un problema di tutti, anche di quelli che non ce l’hanno, dato che possiedono il debito degli altri. O, per l’esattezza, non ha saputo andare oltre l’indicazione di obiettivi dimensionali e temporali: dimezzare il disavanzo dei bilanci statali entro il 2013 e stabilizzare o ridurre entro il 2016 il livello del debito; ma non indica come, né avverte che il problema va risolto, come molti altri, con decisioni concordi che allontanino lo spettro degli attacchi speculativi. L’Unione Europea, così poco solerte in molte cose, si era già data carico di completare il quadro lacunoso; ma, guarda caso, candida sempre salari e pensioni a svolgere il compito di aggiustamento degli eccessi altrui. E’ quasi una fissazione. Se così facendo intende riconquistare il consenso perduto dall’idea di un’Europa unita, sbaglia certamente i calcoli. Respingeremo la tentazione di pensare che la politica di alcuni Paesi europei sia talmente cieca da volere proprio questo risultato.

I commentatori più attenti e preparati sottolineano che “manca domanda” per sostenere l’esile ripresa produttiva. E questa domanda non può provenire tutta dai Paesi in surplus, perché i tempi di un rilancio affidato a essi sono lunghi e i pericoli, soprattutto l’inflazione, sono elevati. La Cina è già al limite del tollerabile per gli aumenti del costo della vita e deve fronteggiare la bolla speculativa nelle costruzioni. Chi potrebbe farlo è troppo piccolo per influenzare la domanda mondiale e, comunque, non vuole cimentarsi nel compito, per prudenza. I Paesi in deficit non possono provvedere allo scopo, anzi devono praticare politiche fiscali deflazionistiche, se condividono le conclusioni del G20 e temono gli assalti speculativi. Il mondo pare entrato in un circolo vizioso da cui non sa uscire se non sparando sui soldati, a causa dei generali che hanno perso la guerra.

L’alternativa al taglio dei consumi pubblici, dei salari e delle pensioni che aggrava la carenza di domanda globale è quella che ogni azienda sana fa nei momenti di difficoltà: ristruttura il debito allungandone la scadenza. Poiché difficilmente il mercato oggi lo accetterebbe o lo renderebbe troppo costoso, non resta che un accordo globale di sistemazione degli eccessi di indebitamento, come fatto da molti Paesi per uscire dalla Grande crisi del 1929-33. Noi abbiamo suggerito di “parcheggiarli” presso autorità dotate di poteri monetari (ad esempio il Fondo Monetario Internazionale), per consentire di condurre le necessarie politiche fiscali rigorose ma non deflazionistiche e così tagliare l’erba sotto i piedi della speculazione.

da Il Messaggero del 8 luglio 2010

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