Perché non serve un nuovo paradigma per capire l'economia

di Paolo Savona - 08/11/2009 - Economia
Perché non serve un nuovo paradigma per capire l'economia
L’articolo di Mark Whitehouse su Wall Street Journal del 4 novembre solleva ancora una volta il tema degli errori commessi dagli economisti, ma l’accusa non è quella consueta di non avere previsto la crisi, quanto che le loro idee erano e sono inadeguate ai tempi. Che sia stato individuato l’untore e sia stato additato al ludibrio del “popolo che soffre” è un fatto ormai certo, mentre siamo lontani dall’aver individuato la peste. Il problema – a detta di Whitehouse che cita ripetutamente John Geanakoplos della Yale University – è quindi quello di ricercare nuovi paradigmi esplicativi dei modi di funzionamento dell’economia e afferma che questo è ciò che gli economisti vanno facendo: “La crisi costringe gli economisti a ricercare un nuovo paradigma”, suona infatti il titolo dell’articolo.

Dissento da questa interpretazione monistica e dal corollario che ne segue. La crisi è stata creata, forse anche voluta, dalle autorità americane che, sorde ai problemi sollevati dal vivere al di sopra delle loro risorse, hanno inondato il mondo di titoli in dollari; anche sospinti dalla voglia di crescita degli elettori attraverso maggiori salari e soprattutto credito. La potica si è prontamente impossessata di ipotesi ipotesi teoriche vecchie come il cucco avanzate da taluni economisti, come quella dei “mercati finanziari perfetti” perché mossi dalle “aspettative razionali” degli operatori,  le quali appagavano il loro fiuto elettorale.

Eppure fior di economisti americani (come Hyman Minsky e Charles Kindleberger e, aggiungerei a pieno titolo, anche i nostro Paolo Baffi) avevano già da tempo fornito il paradigma esplicativo del processo infernale “crescita-boom(booble)-crisis” basato sugli alti (molto alti!) e bassi (molto bassi!) andamenti del credito, non senza avvertire che (contrariamente “al pezzo di carne” del Mercante di Venezia citato da Whitehouse e al refero datum lucello di Catullo ribadito da Mario Margiocco) "vi è del marcio nel Regno di Danimarca”. Non sono gli economisti ad aver creato la crisi, ma un’alleanza innaturale tra politica ed affari (anche sporchi).

Ben Bernanke così si esprimeva in una lecture Bundesbank a Berlino nel settembre 2007, a crisi già scoppiata (alcuni fondi americani e francesi avevano dichiarato nell’aprile di non poter rimborsare le quote perché avevano in portafoglio titoli intossicati dai crediti subprime): il resto del mondo sceglie titoli degli Stati Uniti per la “profondità, liquidità e salvaguardia legale garantite dai suoi mercati finanziari”. Alla radice della crisi vi sono quindi presunzione (o ignoranza, a scelta) e sottovalutazione dei rischi da parte delle autorità di governo e di controllo degli Stati Uniti.

Colpe vi sono però anche al di qua dell’Atlantico e al di là del Pacifico. Al di qua, perché le autorità europee non hanno reagito agli squilibri della bilancia estera americana, accettando l’inondazione di titoli in dollari e la rivalutazione dell’euro, perché le nostre imprese beneficiavano del traino della domanda americana e dell’Estremo Oriente e perché non sono riuscite a delineare una politica comune che frenasse gli eccessi statunitensi. Al di là, per gli stessi motivi, moltiplicati dal fatto che gli investimenti diretti americani affluivano copiosi in Cina e paesi limitrofi spingendo il loro sviluppo. Salvo poche eccezioni, tutti gli economisti hanno creduto che le loro idee – usate dai governi, dalle banche e dalle imprese per i loro scopi – equivalessero all’invenzione della pietra filosofale che trasforma la scarsità in abbondanza, dando vita al paradigma della “Nuova economia”. Sono gli economisti ad essere stati ingannati sul reale valore delle loro idee, non viceversa. Solo pochi, tra cui mi annovero con poca umiltà, hanno prima denunciato prima lo scasso del regime di Bretton Woods, al quale dobbiamo un quarto di secolo di successi economici, a causa del libero esplicarsi degli eurodollari e, di seguito, i pericoli che si andavano accumulando con la diffusione incontrollata delle innovazioni finanziarie (i derivati). Questi ultimi sono stati lo strumento principe usato per causare il disastro, incorporando “titoli spazzatura” in titoli “ibridi” da essi derivati, che diventavano buoni con il sigillo di garanzia delle tre “prestigiose” società di rating internazionali.

Vi è però anche un fenomeno del tutto disdicevole: l’accettazione, certamente al di qua dell’Atlantico, del colonialismo culturale americano, che si manifesta in diverse forme: l’esaltazione della cultura anglosassone da parte dei nostri media e l’accreditamento ricercato dai nostri economisti presso l’accademia americana, ignorando la buona produzione scientifica interna, nonché l’assegnazione di cattedre nelle nostre università sulla base delle citazioni (si chiama, ovviamente in inglese, impact factor) che i ricevono i giovani ricercatori, principalmente dalle riviste americane e dalle lobby che le guidano. Noi italiani conosciamo abbastanza bene le loro idee, loro ben poco le nostre. Una volta si chiamava ignoranza.

In conclusione, il problema non è trovare un nuovo paradigma economico, ma mettere insieme quelli già di nostra conoscenza e, soprattutto, dare più peso ai modi in cui opera la patologia economica. Può darsi che questo mix fisiologia-patologia possa definirsi anch’esso un paradigma, ma non è certamente nuovo.

La storia economica ne è piena e, se la memoria non aiuta, basta leggere “Manias, panics, and crashes” di Charles Kindleberger.

da Il Foglio del 6 novembre 2009
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