La sfida cruciale della nuova governance

di Paolo Savona - 21/04/2009 - Economia
La sfida cruciale della nuova governance
Sulla durata della crisi che ha alimentato per oltre un anno le nostre più vive preoccupazioni si va delineando una comune valutazione: sta tornando la fiducia nel futuro, anche se gli andamenti economici registrano solo un’attenuazione della tempesta e non in tutti i settori produttivi. Gli operatori delle Borse azionarie hanno fiutato la ripresa e, come loro solito, l’hanno anticipata recuperando una quota significativa dei valori perduti. Se i calcoli del G20 sono fondati – e non si ha motivo per credere che non lo siano – gli stanziamenti decisi dagli Stati più quelli che sono stati messi a disposizione del Fondo monetario internazionale ammontano a circa il 12% del Pil globale. Questa è una spinta fiscale record, che nessun economista avrebbe considerata possibile, né forse auspicabile per le conseguenze che comporta sulle generazioni future attraverso il debito pubblico che deve essere acceso in contropartita. Ad essa si deve aggiungere l’abbondante liquidità immessa nel circuito interno e internazionale sia per salvare banche e finanziarie, sia per impedire un’eccessiva caduta produttiva; questa azione monetaria quantitativa è stata accompagnata da un altrettanto inusuale abbattimento dei tassi dell’interesse ufficiali. Una valutazione a tavolino dell’insieme degli stimoli fiscali e monetari aveva indotto ad anticipare su queste stesse colonne la previsione di una ripresa entro l’anno; con essa si dava per scontato l’emergere di un saggio di crescita positivo del Pil in più parti del pianeta prima ancora del previsto, non solo per la riconquistata fiducia sul futuro, ma anche perché esso avrebbe incontrato la caduta produttiva registrata nel corrispondente periodo dell’anno precedente. Un dato reale, quindi, che si sarebbe incontrato con un effetto puramente statistico.

Nelle sedi ufficiali e in quelle accademiche si è insistito sul fatto che nulla sarebbe stato più come prima. Scartando la quota di questa valutazione mossa da speranze, resta la parte più cosciente di quelli che credono che nulla dovrebbe essere come prima. Crescono invece i sospetti che, salvo dettagli, tutto proceda come sempre: una maggiore spesa pubblica in disavanzo e il solito maggior indebitamento del sistema economico, spostato però sulla componente statale; il mantenimento delle diversità nei regimi di cambio, con conseguente accumulo di riserve ufficiali in dollari e loro utilizzo per finanziare i Paesi in deficit.

L’accordo raggiunto tra i Paesi del G20 di procedere a un aumento delle risorse disponibili del Fmi di 750 miliardi di dollari, consentendo la creazione di altri 250 miliardi di Diritti speciali di prelievo, la quasi-moneta internazionale creata nel 1968 con l’accordo di Rio de Janeiro ma tenuta in soffitta, renderà ancora più agevole il ritorno dell’economia mondiale su un sentiero tradizionale, quello che il mondo ben conosce: spingere le proprie domande interne o produzioni a prescindere dagli effetti sulla distribuzione del risparmio mondiale, consentendo ai Paesi ricchi di vivere al di sopra delle loro risorse con il beneplacito dei Paesi più poveri che traggono benefici da questo meccanismo per le loro esportazioni e il loro saggio di sviluppo.

Ove si escluda una più attenta valutazione del merito di credito da parte di banche e altri intermediari del risparmio, una minore quota di profitti che i loro manager potranno percepire, e qualche severa condanna per pochi dei molti responsabili della catastrofe finanziaria, quasi certamente tutto resterà come prima. Infatti, se non si raggiungerà un accordo in ambito G8 sulla nuova governance che dovrà presiedere allo sviluppo globale – regime dei cambi uguale per tutti, creazione di uno standard monetario internazionale indipendente dal dollaro, coordinamento delle politiche di sostegno delle domande interne e governo degli eccessi di indebitamento – resterà aperto il problema dell’equa distribuzione delle risorse globali e si continuerebbero a registrare crisi ricorrenti che finirebbero con il minare la stabilità del dollaro e degli scambi globali.

Poiché nel mentre la ripresa si sarà manifestata anche sul piano statistico, rafforzando ancor di più la fiducia nel futuro, nessuno vorrà più mettere mano ai mutamenti necessari per una corretta distribuzione internazionale del lavoro e uno sviluppo stabile, per timore di non disturbare l’incipiente ritorno delle basi economiche del benessere mondiale.

Prevedere che tutto resterà come prima, non implica però che si debbano richiedere e tentare di apportare le correzioni necessarie per una buona governance globale. I tempi per farlo sono però molto stretti.

da Il Messaggero del 20 aprile 2009
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