La sfida politica e economica che l'Europa non può perdere

di Paolo Savona - 17/12/2007 - Economia
La sfida politica e economica che l'Europa non può perdere
Ogni segnale positivo che provenga dall’Unione Europea va salutato con soddisfazione, nella coscienza che l’Italia egli altri 26 Paesi membri hanno bisogno che l’unificazione politica avanzi per divenire terreno fertile di crescita delle conquiste economiche raggiunte nei cinquant’anni di vita della Comunità Europea. L’accordo raggiunto ieri a Lisbona è un passo indietro rispetto all’ipotesi di Costituzione messa a punto dalla Convention guidata da Giscard d’Estaing e Amato che, se approvata, sarebbe stato un chiaro segno della volontà dei Paesi membri di mettere insieme le loro sorti future; rappresenta però un passo avanti rispetto al blocco di quella iniziativa.

Il Trattato che dovrà essere ratificato dai Parlamenti nazionali viene considerato una “versione moderata” della precedente proposta di Costituzione. Esso punta a creare una politica estera più efficace, piuttosto importante in questa fase storica del Pianeta, una leadership più forte, da ottenersi con l’allungamento della rotazione al vertice della presidenza di turno, e processi decisionali più democratici che tengano conto dell’allargamento a 27 dell’Unione.

Ma Lisbona 2 non deve far dimenticare l’importanza di Lisbona I, ossia di quella diagnosi dei bisogni dello sviluppo europeo avanzata concordemente dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione nel 2000, tramutata in un progetto di azioni concrete nazionali e comunitarie nella primavera del 2005. Lisbona I individuava giustamente nella creazione di una società e di una economia “basate sulla conoscenza” dove l’educazione scolastica e professionale, l’attività di ricerca e di sviluppo e la loro tramutazione in innovazione tecnologica rappresentavano l’unico modo per raccogliere all’interno dei Paesi membri la sfida proveniente dalle economie emergenti senza dover diluire stili di vita, culture ed economie in un inesistente “Stato globale” o trasferire proprie intelligenze e risorse nei Paesi emergenti.

E’ lecito domandare perché gli accordi raggiunti sui 27 Piani di Riforme Nazionali e il Piano della Commissione non abbiano avuto lo stesso trattamento di tutti gli altri accordi europei. E, ove si escludano la spontanea attuazione data a essi dagli Stati membri e i progressi relativi del Piano per l’energia della Commissione, è lecito domandare perché siano restate lettera morta, invece di divenire la spina dorsale della politica economica europea.

Ben venga quindi la Costituzione “moderata”, ma non dimentichiamoci della Costituzione “reale”, quella che ha fatto grande l’Unione Europea con il mercato comune e la delega di due sovranità nazionali di grande rilievo pratico: quelle di regolare la concorrenza e di gestire l’euro. In questo ambito non possiamo ignorare la posizione presa da un illustre membro del Board della Bce, il prof. Bini Smaghi, che considera chiuso il problema dell’assetto istituzionale della banca centrale europea per due motivi: perché i Paesi membri non l’hanno chiesto e perché non vi è altro modo per condurre la politica monetaria al di fuori di assegnare a essa il compito di controllare l’inflazione.

Questo quotidiano ha sempre sostenuto che la Bce ha ben assolto e va assolvendo il mandato ricevuto nelle precarie condizioni di coesione politica dell’Unione, ma ha anche insistito sul fatto che essa fa male a mantenere l’attitudine istituzionale che aveva al momento della sua costituzione ideata ancor prima del Trattato di Maastricht del 1992. In breve, non è istituzionalmente innovativa perché non si interroga se può fare qualcosa di più, date le condizioni insoddisfacenti della performance economica dell’euroarea, Il problema non può essere trattato in un articolo di giornale per giunta celebrativo del rilancio della Costituzione, data per perduta. Ma due piccole osservazioni possono essere subito mosse all’analisi di Bini Smaghi; la prima è che la sua posizione presuppone che l’inflazione sia di origine monetaria e possa essere controllata gestendo tassi dell’interesse e moneta; la seconda che, essendo l’unica istituzione europea veramente dotata di poteri autonomi e di incidenza nello sviluppo, potrebbe svolgere quel ruolo che i Governi nazionali imbrigliati di nazionalismi e da interessi dei partiti al potere non possono svolgere. Provi a costruire uno schema logico in cui, da un lato, è la concorrenza e non la moneta a determinare i prezzi e, quindi, l’inflazione e, dall’altro, i cambi sono influenzati dalla creazione monetaria e dai tassi dell’interesse e vedrà che le sue conclusioni non sono sostenibili.

da Il Messaggero del 14 dicembre 2007
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