Sommare i debiti o finanziare la crescita?

di Massimo Lo Cicero - 21/06/2010 - Economia
Sommare i debiti o finanziare la crescita?

Dopo i parametri di Maastricht arrivano i parametri sul debito totale: la somma dei debiti pubblici e di quelli privati. La diffidenza verso questo approccio segnaletico nasce da due circostanze. La natura delle cose sommate, in primo luogo. Un debito pubblico, generato da un disavanzo annuale che si ripeta e si allarghi nel tempo, è una tassa differita. Prima o poi, per ripagarlo si devono aumentare le tasse. Gli Stati non creano valore ma lo ridistribuiscono tra gli attori sociali dopo che le imprese lo hanno creato. Il caso virtuoso essendo quello in cui il deficit pubblico finanzia spese che allargano la dimensione futura del prodotto interno lordo. Allora, crescendo il prodotto ed il reddito nazionale, a parità di aliquote si incassa un gettito maggiore e si può ripagare il debito pubblico senza ulteriori oneri fiscali per i cittadini. Il debito privato, emesso dalle imprese o dalle famiglie poco importa, consente di investire ricchezza che genera un ritorno, un reddito futuro, dell’impresa o del cittadino, che gli consenta di pagare il debito. Il debito privato è una scommessa contro l’incertezza del futuro, e contro il rischio che nasce dall’aver agito in condizioni di incertezza. Se le spese pubbliche non espandono la crescita, ed i Governi aumentano le tasse, o diminuiscono le spese intelligenti, per pagare il debito deprimono l’economia ed impediscono ai privati di espandere i propri redditi condannandoli al fallimento, nel peggiore dei casi, o ridimensionando i progetti che essi avrebbero tentato di realizzare, allargando la spirale depressiva. Due cose, debito pubblico e debito privato, tanto diverse nella natura e negli effetti non si possono sommare.

Ed infatti non serve sommarli neanche secondo i principi della politica economica e finanziaria. Partiamo da un esempio elementare. Un paese improbabile, senza moneta e senza finanza, produce una sola merce, il grano, e ne produce 100 tonnellate in un anno. I cittadini ne consumano 75 tonnellate. Il risparmio nazionale ammonta, quindi, a 25 tonnellate. Ne seminano 10 tonnellate (l’investimento) e ne restano 15. Quel paese può scegliere la sua politica economica. Esportare 15 tonnellate e non importare niente. Può dare in beneficenza 15 tonnellate e non tassare i consumi dei propri abitanti. Può esportare ed importare fino a, ma non oltre, 15 tonnellate: perché altrimenti non può fare beneficenza. Può fare beneficenza ma tassare per 15 tonnellate i consumatori, che consumeranno meno, mentre il paese potrà esportare 15 tonnellate di grano.

Insomma lo scarto, tra risparmio nazionale ed investimenti domestici, può finanziare le esportazioni nette ed un ragionevole deficit tra spesa pubblica (la beneficenza) e le tasse. Questo è un vincolo oggettivo per ogni economia. Se quel paese inventasse la moneta e la finanza, il vincolo diventerebbe più complicato da interpretare ma rimane fermo. In questa forma: lo scarto tra esportazioni ed importazioni (il saldo corrente della bilancia dei pagamenti), deve essere uguale alla somma di due aggregati finanziari. La differenza tra la moneta circolante, i depositi bancari ed i titoli pubblici liquidabili a vista (come i BOT) ed il credito totale interno, cioè la somma dei finanziamenti concessi a privati e della spese finanziate da titoli pubblici. La politica monetaria considera, infatti la controparte del debito, il credito, e lo misura con i titoli che servono a finanziarlo: moneta, depositi e titoli pubblici. A questa differenza si deve aggiungere il saldo dei movimenti di capitale con il resto del mondo: il risultato della posizione di debito, o di credito netto, che il paese vanta nei confronti dell’estero. Nell’ultima relazione della Banca d’Italia, presentata il 31 maggio, a pagina 58 c’è una tavola interessante, la tavola 5.7. Essa espone la dimensione, in % del pil, del saldo corrente della bilancia dei pagamenti e quella della posizione finanziaria netta sull’estero al 31 dicembre. Dal 1999 al 2009. “Solamente la Germania, l’Olanda e il Belgio hanno tendenzialmente registrato, nel corso dell’ultimo decennio, sia un saldo di conto corrente positivo sia una posizione netta verso l’estero creditoria”. Dice la banca centrale. Per l’Italia il saldo coerente è negativo dal 2000. Nel 2009 è di 3,2% punti percentuali di pil, ma questa è la media tra un sud importatore netto ed un nord che esporta. Sempre nel 2009 la posizione finanziaria netta dell’Italia è negativa per oltre 19 punti percentuali di pil. Non esportiamo abbastanza per importare quanto compriamo dall’estero. Siamo debitori netti nel finanziamento dei nostri fabbisogni pubblici e privati. Insomma, sommare i debiti a prescindere da quello che con i debiti abbiamo finanziato non serve a molto. Serve riflettere su come le banche trasformano i propri debiti in crediti e quali investimenti quei crediti rappresentino. Serve capire cosa finanzia il debito pubblico (spesa corrente e pensioni o progetti di investimento?). Serve capire, come nell’improbabile paese dove esiste solo il grano, quanto ne produci in più ogni anno e quanto te ne rimane per esportare o per ridistribuire, si spera con equità, la ricchezza nazionale. Il caso Italia è chiaro: non cresce da oltre dieci anni e continua a sopravvivere stentatamente facendosi finanziare dagli altri impieghi che non generano crescita. Quanto può durare ancora?

da Il Riformista del 19 giugno 2010