Le spine del debito, l'ombrello dell'euro

di Paolo Savona - 09/03/2010 - Economia
Le spine del debito, l'ombrello dell'euro
Dopo il successo dell’emissione di nuovi titoli pubblici del governo greco, se tale può essere considerato un collocamento a tassi che sfiorano l’usura, sorprende leggere che, dopo tanto clamore, non esiste una crisi della finanza pubblica in quel Paese.

I meno accorti aggiungono che non esiste neanche un problema diffuso di eccesso di indebitamento pubblico e, quindi, si deve tornare a lavorare per la messa a punto di una exit strategy delle politiche monetarie e fiscali “non convenzionali” come se nulla fosse accaduto e si possa attuare senza invertire la già debole crescita o peggiorare le condizioni della finanza pubblica. Poiché abbiamo grande rispetto della capacità di analisi dei centri che prendono queste decisioni, possiamo spiegare queste affermazioni solo ricorrendo alla saggezza di un vecchio detto: di fronte ai problemi non si agisce, ma si reagisce. A risentirci quindi alla prossima crisi.

Poiché il caso della Grecia nasce dal timore che non tutti i sotterfugi della finanza pubblica fossero stati scoperti o, se scoperti, non fossero stati rivelati, la fiducia nel Paese è tornata a seguito del combinato effetto della sorveglianza esercitata dall’Unione Europea e della manovra deflazionistica decisa dal governo greco. Questo problema torna quindi in archivio, se non proprio in soffitta: ma non vi tornano nè la “crisi da debolezza” palesata dall’euroarea, né quella dei debiti pubblici. La prima, perché è chiaro che l’unione monetaria europea è un’anatra zoppa, priva di strumenti per divenire tale dopo un decennio di sperimentazione; la seconda perché il livello dei deficit di bilancio e del debito pubblico dei Paesi che eccedono i parametri di Maastricht, se curati con politiche deflazionistiche, come chiesto e ottenuto dalla Grecia, allenterebbe ancor più l’attrazione esercitata dal disegno politico di unificazione dell’Europa.

La nostra valutazione era e resta che sotto crisi greca (o di qualsiasi altro Paese) non si potesse dare avvio alla realizzazione delle riforme istituzionali di cui l’Europa ha estremo bisogno per l’opposizione della Germania, la freddezza della Francia e il chiamarsi fuori del Regno Unito. Allo stesso tempo, però, si aggiungono le difficoltà di finanza pubblica attraversate da importanti Paesi extrauropei. Stati Uniti in testa.

La nostra valutazione è che si potesse invece trovare nell’Ue un punto di convergenza per propiziare un accordo in ambito del Fondo monetario internazionale per parcheggiare presso di esso parte dei debiti pubblici, a condizioni adeguate e con pesi diversificati secondo gli ammontari coinvolti; ciò consentirebbe di riprendere la strada dello sviluppo senza posticipare l’attuazione di politiche monetarie e fiscali nel timore che incidano sulla ancor scialba crescita del reddito e dell’occupazione.

Potrebbe infatti accadere che una stretta monetaria debba essere attuata quando riemerge l’inflazione o una fiscale quando si aggravino i problemi dei debiti pubblici; a quel punto, i più coinvolti sarebbero proprio i Paesi più deboli e ad avvantaggiarsi quelli già forti. La convivenza civile peggiorerebbe e gli sbocchi geopolitici sarebbero imprevedibili. Da troppo tempo circolano documenti e valutazioni sulla possibilità che qualche Paese europeo fuoriesca dall’euro, con versioni in lingua tedesca che toccano anche l’Italia; non è quindi un caso che la Bce abbia sentito la necessità di far circolare uno studio sull’impossibilità legale, ancor prima che pratica, di siffatto evento. Sarebbe il primo caso di un accordo internazionale che non consenta ai Paesi firmatari di recedere.

Non va dimenticato che, per ora, abbiamo da fronteggiare problemi di finanza pubblica e di exit strategv, ma che dietro l’angolo può emergere quello di una nuova consistente rivalutazione dell’euro; essa non può essere fronteggiata, agli accordi vigenti, da un’azione di difesa del cambio da parte della Bce. La Germania non mostra preoccupazioni in tal senso, forse la auspica, mentre le migliori imprese dell’euroarea, quelle che esportano, temono d’essere messe in serie difficoltà. Si rafforzerebbero quindi le spinte centrifughe dall’eurosistema.

La dissoluzione dell’area euro o la secessione di alcuni Paesi che attualmente vi appartengono avrebbero i contorni di una tragedia collettiva; ma lasciare le cose come stanno potrebbe avere i tratti di una tragedia di alcuni Paesi membri. Non è facile stabilire una graduatoria di pericolosità politica tra i due eventi, anche perchè sarebbe un esercizio inutile. Meglio usare le stesse energie per migliorare gli assetti istituzionali europei entro cui operare, alleandosi per affrontare le due matrici internazionali dei problemi: le diversità nei rapporti di cambio e la dipendenza del valere esterno del dollaro dalle vicende interne americane. Difficile da ottenere? Ricordiamoci che ogni lungo cammino inizia con un primo passo.

da Il Messaggero del 7 marzo 2010

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