Una staffetta per battere la crisi

di Paolo Savona - 23/02/2009 - Economia
Una staffetta per battere la crisi
La dichiarazione congiunta pubblicata da Silvio Berlusconi e Gordon Brown ha una valenza politica che merita particolare attenzione. I due Capi di governo, rispettivamente presidenti di turno dei G7, il gruppo dei sette Paesi maggiormente sviluppati, e dei G20, hanno percepito che una rivalità tra i due consessi, che in molti paventavano, sarebbe stata un ulteriore messaggio di incertezza per i mercati, che di incertezze oggi traboccano. Fermandosi al dettato del loro scritto senza abbandonarsi alla dietrologia, va osservato che i due hanno inteso trasformare una rivalità potenziale in una staffetta politica: nella riunione di Londra del prossimo aprile i G20 daranno attuazione agli impegni presi a Washington a metà novembre e, ai primi di luglio, “il vertice del G8 (si dà quindi per scontato che la Russia partecipi!) alla Maddalena sarà l’occasione per andare anche oltre”. Gli obiettivi di questa comune azione sono chiaramente esplicitati: “restaurare la fiducia, stabilizzare i mercati finanziari e mettere in grado le famiglie e le imprese di superare la recessione globale” e “riportare l’economia globale sul binario di una crescita sostenibile low-carbon, a basse emissioni di gas serra”.

Per quanto riguarda chi dovrà prendere le decisioni, Berlusconi ha insistito che “vuole rafforzare il dialogo già avviato con Brasile, Cina, India, Messico e Sud Africa, trovando ovviamente consenziente Brown, che già dispone di un consesso di Paesi più ampio. Berlusconi aggiunge che “l’Italia intende anche coinvolgere un paese mussulmano, arabo e africano come l’Egitto” e parrebbe che questa distinzione rifletta una potenziale contrarietà del Regno Unito a questo allargamento, ma potrebbe essere solo il risultato di una debole consecutio. In ogni caso vi è convergenza di vedute circa la necessità di ampliare la partecipazione al G8, anche perché sul tema di chi finanzierà la ripresa americana – un tema che questo giornale, unico, ha insistentemente sottolineato come condizione indispensabile per la ripresa – una eventuale assenza dal tavolo dei Paesi in surplus di bilancia estera, ossia che hanno risparmi da investire, impedirebbe il successo della politica di rilancio dell’economia globale, come tale e, ancor più, se essa debba essere “a bassa emissione di gas di serra”. La dichiarazione congiunta si conclude esprimendo la necessità di lavorare insieme, “mostrando quelle capacità di leadership responsabile e di coordinamento di cui il mondo ha tanto bisogno” e che i due sono sicuri di trovare.

Il giorno dopo, alla conferenza stampa, è saltato fuori prepotente il problema della nazionalizzazione delle banche, dopo che le settimane antecedenti era emerso chiaramente che ogni paese procedeva in ordine sparso per sostenere, ovviamente in nome della socialità, le imprese nazionali in difficoltà. Questo tipo di interventi si chiamano protezionismi al di qua della frontiera e sarebbe il caso di precisare che la volontà di garantire “economie aperte e non protette” non si può limitare a combattere il protezionismo alla frontiera, ossia quello che innalza barriere quantitative e tariffarie. Se ci si mette sulla strada della competizione nell’assistenza alle imprese e nella nazionalizzazione delle unità bancarie e produttive prima d’aver raggiunto un accordo per una comune strategia di intervento e di controllo finanziario, le scelte saranno inefficaci e le politiche molto costose. Salvo che i Governi principali non abbiano raggiunto la coscienza che la crisi è molto più grave di quella che conosciamo e sia iniziata la politica del “si salvi chi può”. Allora devono dirlo chiaramente, affinché la gente capisca e si organizzi per fronteggiare la situazione, invece di premere per continuare a vivere come prima, assistiti dallo Stato. Ma con quali risorse?

Sia così o sia solo effetto di timori eccessivi, i tempi di attuazione delle scelte comuni sono sempre più ristretti. Le crisi si prevengono, non si sanano, perché quando la sfiducia domina, solo i fatti concreti la sconfiggono.

da Il Messaggero del 21 febbraio 2009
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