Storia, genesi e rimedi di quell'opera incompiuta chiamata euro

di Paolo Savona - 03/05/2010 - Economia
Storia, genesi e rimedi di quell'opera incompiuta chiamata euro
L’euro è stato creato dai dodici paesi che nel 1992 firmarono il Trattato di Maastricht con due differenti riserve mentali: alcuni, e tra questi l’Italia, pensavano che sarebbe stato il veicolo che ci avrebbe portato all’unione politica; altri, e tra questi la Germania, che avrebbe agito da vincolo del lassismo fiscale, monetario e valutario per i paesi proni a questi vizi. Il capo del governo tedesco, Helmut Kohl, ha lasciato credere che fun­gesse da vincolo, ma sperava che portasse a un’unione vera e propria per impedire che il suo paese tornasse ai vecchi vizi egemoni; le recenti vicende testimoniano che ha sbagliato a non parlare chiaro al suo popolo di quale fosse la sua idea di Europa unita.

Il capo di stato francese, Francois Mitterrand, condivideva ancor più di Kohl l’obiettivo di imbrigliare la Germania in Europa, anch’egli sbagliando; ma è doveroso riconoscere che la Francia aveva una maggiore vocazione europeista. Il Regno Unito di John Major, forse è meglio dire dell’erede di Margaret Thatcher, è stato al gioco per continuare a beneficiare dei vantaggi del libero scambio in Europa e del protezionismo con assistenza all’agricoltura; ottenuta nelle negoziazioni la clausola dell’opting out, se ne è avvalso, mantenendo la possibilità di far fluttuare la sterlina e il potere di fissare tassi dell’interesse e quantità di moneta secondo sue necessità, che non è poco. E’ l’unico paese che non ha commesso errori. L’Italia di Giulio Andreotti, che aveva la facoltà di esercitare l’opting out, non vi ha ricorso ed è entrata nell’euro fin dalla costituzione.

Fu Guido Carli, ministro del Tesoro, a perseguire l’obiettivo di porre un vincolo esterno ai comportamenti dei governi e delle imprese nel convincimento, esplicitato chiaramente nelle sue memorie, che l’Italia non fosse in condizione di suscitare all’interno i comportamenti necessari per continuare a partecipare con successo alla competizione globale. Ci sono seri motivi per sostenere che il vincolo non ha funzionato, dato che abbiamo pagato quel poco di rigore fiscale e valutario conquistato (l’euro ha avuto svalutazioni anche nell’ordine del 50 per cento, dimensione mai vista in Italia) con un netto abbassamento del nostro saggio di sviluppo.

Comunque l’eurosistema ha funzionato perché gli andamenti economici dell’habitat globale attenuavano i suoi difetti di costruzione: non essendo un’area monetaria ottimale, avrebbe avuto bisogno di una politica fiscale comune che inducesse la convergenza dei fondamentali delle economie partecipanti; ma ciò equivarrebbe a realizzare quell’unione politica che il rigetto del Trattato costituzionale di Lisbona ha dimostrato di non volere. La crisi della Grecia, ma ancor più l’incapacità di affrontarla in modo concorde e immediato, ha dissolto i sogni di gloria dell’euro e ha riproposto all’Unione europea l’eterno suo problema irrisolto; il raggiungimento dell’unificazione politica. Se vuole contare sui tavoli degli equilibri geopolitici deve procedere in questa direzione, ma non vuole farlo; anzi sta scavando solchi profondi per non arrivarci. Se avessimo ancora la possibilità di interpellare la Sibilla Cumana essa ripeterebbe ibis redibis non morieris in bello, lasciando a noi poveri mortali di decidere se sopravviveremo o meno alla guerra dell’Ellade.

da Il Foglio del 30 aprile 2010

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