La strategia comune che il mondo attende

di Paolo Savona - 05/11/2010 - Economia
La strategia comune che il mondo attende

Dopo la Cina, l’India e l’Australia hanno deciso un aumento, sia pur lieve, dei tassi dell'interesse ufficiali, motivandolo con i timori di inflazione; la prima per ragioni interne, le seconde esterne. Il motivo scatenante è stato l'annuncio di Bernanke, governatore della banca centrale statunitense, d'essere disposto a rendere ancora più accomodante la politica monetaria se l'economia americana avesse accentuato il suo andamento cedente.

L'annuncio è stato interpretato come una mano tesa a Obama in serie difficoltà, ma ieri Bernanke è passato ai fatti, acquistando 600 mld di euro di titoli di Stato in circolazione. Non è un caso che questa cifra sia pressoché pari al disavanzo commerciale della bilancia americana, fungendo quindi da compensazione della perdita di potere di acquisto che passa per questo canale. La decisione è un'ennesima applicazione del noto principio che il dollaro è la loro moneta, ma un nostro problema. É urgente contrastare questa politica, ma l'aumento dei tassi ufficiali può fare ben poco. La Cina potrebbe farlo chiedendo, come ha fatto, il rilancio dei diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale come nuovo standard monetario, offrendo in cambio un mutamento della politica di sostegno dello yuan.

Se la Cina aderisse alle pressioni degli Stati Uniti senza chiedere una contropartita, non solo avrebbe un danno per le sue esportazioni sensibili al prezzo, ma vedrebbe decurtato il valore esterno delle sue ingenti riserve ufficiali. Non si capisce perché l'Europa non chieda la riforma del sistema monetario internazionale: miopia politica o disegno di un euro ancora più forte che tende a contenere l'inflazione importata, ma scoraggia le esportazioni (escluse, a quanto pare, solo quelle tedesche e olandesi) e, quindi, l'occupazione?

L'aumento dei tassi dell'interesse è un segnale della frattura nel regime economico globale a causa delle diversità nelle politiche monetarie e fiscali: alcuni, come gli Stati Uniti, agiscono in modo aggressivo e altri, tra cui i Paesi dell'euroarea, in senso opposto. I primi ritengono che l'inflazione non sia un pericolo, un po' per interesse e un po' per malevolenza: infatti i Governi e i mercati hanno da guadagnare dall'inflazione per l'alleggerimento del peso dei debiti pubblici che consente di ottenere e per lo stimolo che l'aumento dei prezzi ha sull'attività produttiva. Chi paga è il reddito fisso, cioè i lavoratori e i risparmiatori. È la continuazione del più classico scontro sulla distribuzione del reddito in forme nuove, dove le politiche degli Stati svolgono un ruolo determinante: in Cina attraverso il controllo del cambio della loro moneta e negli Stati Uniti attraverso il rilancio della domanda, avendo entrambi di mira le esportazioni.

Occorre avere chiaro in mente che non si esce da questa situazione con la guerra delle monete, ma con la cooperazione internazionale. Nel dopoguerra si è raggiunto il consenso (anche se non ben praticato) che è ricordato come la "simmetria delle responsabilità" dell'aggiustamento degli squilibri di bilancia estera tra Paesi in surplus e in deficit. Oggi sì tenta, sotto la spinta degli Stati Uniti, di far passare la sola responsabilità dei primi, ponendo un cap (limite) al surplus di un singolo Paese. Come noto il tentativo è stato respinto, anche perché la Germania si è opposta, avendo un attivo di bilancia commerciale superiore alla Cina (ma nessuno protesta, anzi lo indica all'ammirazione dei popoli); ma non si oppone alla rivalutazione dello yuan, nel convincimento che una rivalutazione dell'euro non colpirebbe le esportazioni tedesche, mentre indebolirebbe la forza competitiva di quelle italiane, francesi e di altri Paesi.

La posizione di questo quotidiano è stata sempre chiara: i debiti pubblici non vanno alleggeriti con un'inflazione indotta da politiche di moneta facile, come fanno gli Stati Uniti; né sanati con una deflazione causata da avanzi di bilancio pubblico, come vuole l'Unione Europea. I debiti vanno ristrutturati allungando la loro scadenza, cambiando la loro denominazione in diritti speciali di prelievo e parcheggiandoli in parte presso il Fondo monetario internazionale nel quadro di una riforma del sistema degli scambi che costringa ogni moneta nazionale a confrontarsi con il nuovo standard monetario tornando al rigore monetario e fiscale.

Bisogna parlare chiaro: qualsiasi proposta – e ve ne sono che suscitano consenso – che non parte dalla riforma del sistema monetario internazionale e dalla sistemazione dei debiti pubblici impedisce di praticare le indispensabili politiche monetarie e fiscali, perpetuando il disordine economico e sociale.

da Il Messaggero del 5 novembre 2010

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